L’armata Brancaleone di Roberto Latini

Un’epidemia devastante, una crociata contro gli infedeli, un farsi magnifici eroici quando si è solo magniloquenti poveracci, un attaccamento quasi amoroso al denaro, all’interesse personale, la ricerca di un Altrove: tutto in una terra desolata, con tratti metafisici e con bagliori elettronici di wargame. 

Non è l’Italia di oggi postpandemia, anche se lo potrebbe sembrare: è quella campagna immensa e ‘ignorante’, disseminata ogni tanto di castella o borghi infetti, di quel meraviglioso fumetto del nostro carattere nazionale che fu L’armata Brancaleone, film del 1966 diretto da Mario Monicelli, da lui scritto con Age & Scarpelli. Ne ha ripercorso la sceneggiatura facendola rassomigliare ancora di più all’Italia di oggi Roberto Latini, trasformandola in uno spettacolo teatrale. Ha aperto la stagione del Metastasio di Prato, suggellando gli anni di direzione di Franco D’Ippolito, che dal primo novembre passa la guida dello stabile toscano al regista Massimiliano Civica. È una coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione e si potrà vedere ancora all’Arena del Sole di Bologna dall’11 al 14 novembre: per ora non sono previste altre repliche, in un sistema malato di sovrapproduzione e scarsa circolazione, anche di opere di valore come questa. 

 

 

Lo specchio dell’attualità che richiamavo non deve ingannare, ma deve piuttosto far parlare di profezia, oppure di quella qualità che certi artisti hanno di essere rabdomanti dei tempi. Questa Armata era in programma per l’aprile del 2020, quindi in ideazione ben prima che scoppiasse tutto quello che ci ha sconquassati. È un fatto che il tema di un teatro (una società, con i suoi riti e le sue maschere?) in viaggio su una malferma barca, in cerca di un fuoco che sia insieme qui e ora e capacità di trascendere il presente in cerca di altri universi più sostenibili, attraversa come un filo rosso le creazioni di Latini, artista romano nomade. Già certi suoi lavori solistici, per esempio Zoosfera Lucignolo, Zoosfera Titanic e i Giganti della montagna, si svolgevano in terre desolate, facendo vedere nell’arte della seduzione teatrale una via di precaria ma necessaria fuga e forse salvezza, elevando la condizione di attore, che simula, che attraversa mondi, a metafora di una necessità di continua metamorfosi. Poi radunava intorno a sé una magnifica compagnia, fatta di solisti eccellenti e di attrici e attori formatisi con uno dei suoi maestri ideali, Leo de Berardinis E qui ritroviamo quei nomi, radunatisi intorno al Teatro comico di Goldoni e a Mangiafoco, inscenati per il Piccolo Teatro di Milano: Elena Bucci, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso, Marco Vergani, con la nuova entrata della dirompente Claudia Marsicano.

Nello spettacolo i temi ricordati ci sono tutti: la precarietà, la lotta per l’esistenza in un presente pre o postcatastrofe, la ricerca di un luogo franco che forse non si troverà mai o che una volta raggiunto sfuggirà di mano. Con la consapevolezza, insieme segreta ed esibita, che nel viaggio teatrale stia tutto, nel divertimento di variare copioni già scritti, che vuol dire percorrerli, metterli alla prova, ricollocarli in vita nuova.

 

 

La sala rosa confetto del Metastasio è ancora illuminata e si viene trasportati in un’atmosfera campestre, con canti di grilli e altri suoni di natura. Il rumore forte, cupo, di un basso tuba o altro ottone profondo modificato elettronicamente irrompe crudele e stridente. 

I personaggi scendono dal cielo su una sbarra, richiamando una famosa fotografia pubblicata nel 1932 sul “New York Herald Tribune”, icona della Grande Depressione, con operai che fanno il pranzo sospesi a 250 metri d’altezza, mentre costruiscono un grattacielo. Precipitano da un altro mondo in questo Altrove i personaggi dell’Armata Brancaleone, come figure di Star Trek, abbigliati con blusette più o meno attillate (i costumi sono di Chiara Lanzillotta), con parrucchette che li sovrappongono ai medievali antieroi di Monicelli. Elena Bucci è Brancaleone, in un’interpretazione che si distingue per ironia misurata in un carattere così fumettisticamente eccessivo; ha la stessa parrucca a caschetto nero irregolare con ciuffi all’aria di Vittorio Gassman nel film: e ogni tanto indossa occhiali spaziali.

Il copione segue la trama della pellicola. Brancaleone da Norcia, scaciato cavaliere, viene convinto a mettersi alla testa di un manipolo di disgraziati per raggiungere il feudo di Aurocastro nelle Puglie, del quale gli viene assicurato il possesso grazie a una pergamena, forse estorta, forse trovata, forse comprata dall’ebreo Abacucco (Savino Paparella). Il gruppetto percorre l’Italia tra disfide (“ceda lo passo”), fanatici in marcia per liberare il Santo Sepolcro dagli ‘infedeli’ guidati da un predicatore, Marco Sgrosso (“vade retro Satàn, vade retro Satàn”), ponti sospesi su burroni, vergini insidiate, città che sembrano promettere facile saccheggio e si scoprono infettate dalla peste, tentativi di estorsioni a nobili, foie sessuali e tradimenti. Per scoprire, una volta arrivati sempre più smandrappati ad Aurocastro, o nelle sue vicinanze nello spettacolo, che c’era il trucco e che la pergamena era stata sottratta al legittimo proprietario e rivenduta.

 

 

Nella regia di Latini tutto si svolge tra le luci psichedeliche di Max Mugnai, che annullano i paesaggi e creano scenari astratti, patafisici, metafisici, lisergici, sfondi inquietanti o acidi scenari di videogioco. Siamo in un luogo di sogni o piuttosto di incubi, di risvegli e proiezioni fantastiche. 

Gli attori, proprio come in un fumetto o in un cartone animato, combattono, vendono, si agitano, in qualche caso muoiono e poi li ritroviamo vivi e vegeti, sempre parlando in quel latino maccheronico similmedievaleggiante molto centroitalico del film, con qualche licenza e scoppio vocale tutto della troupe.

E si trasformano: Claudia Marsicano, Ciro Masella, Marco Vergani cuciono le situazioni e danno vita a varie figure; Francesco Pennacchia è uno strepitoso, ombroso riottoso cavallo parlante che sfugge al padrone, Brancaleone, e diventa anche pulzella. Il predicatore di Marco Sgrosso già all’inizio disegna il quadro di mondo sottosopra:

 

Depopulate urbes, destructa vel incensa monasteria, agri in solitudinem sunt redacti […] Potentior viribus infirmiorem opprimit et sunt homines sicut pisces maris, qui ab invicem passim devorantur.

Non vi sono che città spopolate, monasteri rasi al suolo, incendi, campi deserti. ovunque, il potente opprime il debole e gli uomini sono come cani randagi che si divorano alla rinfusa fra loro.

 

Una terra squassata da fischi, sibili, gorgheggi, botti, rombi, scoppi, schianti, sprofondamenti della partitura sonora di Gianluca Misiti, capace anche lui di proiettarci dalle situazioni del film in atmosfere oniriche, psichiche, dai colori spigolosi dell’incubo travestito da umorismo.

 

 

Non si ride molto, in questo Brancaleone, in verità: la commedia all’italiana rivela il suo ghigno più feroce, l’osservazione di una società fuori sesto, che sembra potersi redimere solo assumendo pienamente la distanza e la consapevolezza del gioco teatrale.

Il teatro qui si impegna a rimescolare le carte, facendoci viaggiare in territori insieme passati, presenti e futuribili, in modo insieme allarmante e affascinante. Latini ci fa figurare pianure riarse, luoghi aspri e vasti, e nello stesso tempo ci proietta per immaginazione nelle nostre case strette, nelle nostre povere evasioni, all’interno della nostra malferma psiche, in rodomontate epiche che assomigliano a quelle che tutti i giorni compiamo, in quello che desideriamo. Nello spazio astratto ci mette davanti allo specchio, esaltando i poteri rivelatori del teatro.

E quando la vita dell’ebreo Abacucco alla fine si sgonfia come un palloncino bianco, quella luna palloncino potrebbe essere anche l’irraggiungibile Aurocastro. Appare una figura nera che già prima incombeva di tanto in tanto, che pronuncia, sommesso, il famoso grido di battaglia che tutti ricordiamo: “Branca Branca Branca… leon leon leon”, spezzato da inframmesse parole magiche:

 

Branca Branca Branca!

ecco… / sparisce l’attore e subentra la vanità della resistenza, / della ri-esistenza. / Ascoltami, la luna, / devo parlarti, la luna. / c’è, la luna, / una, la luna, / congiura, la luna, / contro, la luna, di te, la luna. / ti vogliono / ammazzare! // lo so! // così, risorgerò più bella e più superba che pria! 

 

La vanità della resistenza. L’attore in nero (Roberto Latini con parrucca bionda), avanzando sulla sbarra dell’inizio sollevata da terra, in cilindro e frac, con brandelli di armatura penzolanti appesi a un braccio, verso il palloncino luna, sembra un prestidigitatore, un mago zoppo, sciancato, un ferito Mandrake. La luna la punge e la fa scoppiare. “Bravo!” dice Brancaleone e lui: “Grazie”, come Petrolini, e completa il grido famoso, sempre con voce dimessa: “Leon Leon Leon!”, come un’esaltazione del teatro, come un ritrarsi dalla stanchezza di un mondo poco sopportabile e dalle stesse seduzioni della luna dei poeti, dalle meraviglie ingannevoli del sogno. Dopo aver regalato, con la sua magnifica compagnia, un’ora e mezza di vero godimento artistico.

 

Le fotografie che corredano l’articolo sono di Guido Mencari.

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