L’avventurosa storia di László Bíró e del Barone Bich

Biro: “nome commerciale di penna a sfera”. Così laconicamente in un dizionario. Certo c’è una voce Wikipedia piuttosto ricca, ma la storia di questa penna è assai più complessa di come viene di solito raccontata. Un neuropsichiatra oggi in pensione, Giulio Levi, ha avuto la pazienza di ricostruirla attraverso documenti, libri, email scambiate con gli eredi di László Bíró, collegandola come necessario alla vicenda del Barone Bich, l’uomo che ha sfruttato con maggior successo economico l’invenzione del giornalista ungherese. Il frutto delle ricerche di Levi s’intitola La straordinaria storia della penna a sfera (pp. 134, Diarkos, 12 euro) ed è stato pubblicato da poco. Che cos’è questo oggetto così presente nelle nostre scrivanie, borse e astucci, che ha modificato radicalmente l’attività della scrittura, ma a cui dedichiamo ora sguardi distratti? “Un tubicino esagonale di cinque per trentacinque millimetri di plastica trasparente, con dentro un altro tubicino di plastica pieno di un liquido pastoso colorato, nero o di un altro colore. All’estremità di questo è infilato un piccolo cono di ottone sul cui apice è incastonata una piccolissima sferetta di metallo che, fatta scorrere su un foglio di carta, lascia una traccia che non macchia, perché si asciuga subito”. Come precisa Levi questa è la Bic, un oggetto che oggi ha un valore commerciale di 20-25 centesimi, pari a un quarto di caffè, a una sigaretta o al sesto di un biglietto dell’autobus. Per raggiungere questa forma quasi perfetta sono occorsi venti anni di lavoro, vari fallimenti commerciali, procedimenti legali, sofferenze e dispiaceri vari. Prima che la Bic Cristal – questo il suo nome pubblicitario – entrasse nel mercato l’anno 1948-49, per scrivere c’erano solo i pennini e le stilografiche, oltre naturalmente la macchina a tasti.

 

Io stesso, che ho frequentato la prima elementare nel 1960, ho incontrato la penna a sfera solo nell’ufficio di mio padre, mentre era proibita nelle scuole, dove si doveva intingere la cannuccia dotata di pennino in liquido bluastro contenuto in una boccetta di vetro aiutandoci con la carta assorbente per non macchiare. Solo anni dopo, alle medie inferiori, mi fu concesso di usare la Bic, seppure con qualche difficoltà da parte di diversi insegnanti. Il principale protagonista della storia, il cui nome è entrato nella nostra vita, si chiama László József Bíró, ritenuto l’inventore dell’oggetto per scrivere più portatile e leggero del mondo, il più diffuso “artefatto cognitivo”, secondo la formula adottata da Donald A. Norman in Le cose che ci fanno intelligenti (Feltrinelli). La storia tecnologica dell’artefatto e quella della sua vicenda commerciale sono due realtà strettamente intrecciate nella modernità post-bellica. Con l’avvento di Amazon abbiamo compreso come la distribuzione sia il sistema dominate della contemporaneità, che domina in termini economici e commerciali sulla produzione. Tuttavia la vicenda della biro raccontata da Levi nel suo libro fa parecchio riflettere anche riguardo questo aspetto. Con il suo libro il neuropsichiatra ha fatto uscire dall’ombra in cui giacevano da molti decenni alcuni straordinari personaggi, a partire naturalmente da László Bíró. Se questi non si fosse messo in testa di realizzare questo strumento cognitivo, la penna oggi non esisterebbe; tuttavia ci sono almeno altri tre personaggi che sono stati partecipi di questa avventura in modo importante.

 

Il primo si chiama Andor Goy, ed è il socio ungherese di Biro; il secondo si chiama Milton Reynolds, uno spregiudicato imprenditore americano, e infine Marcel Bich, un industriale geniale, nato a Torino, valdostano di origine, il cui nome è legato oggi agli oggetti “usa-e-getta”, a suo modo anche lui un geniale creatore di formule, prima ancora che di oggetti: la comunicazione prima di tutto. La biro è un “oggetto” e anche complesso, per quanto, se paragonato al LEM, che ha portato a spasso gli astronauti americani sulla superficie della Luna, sembra un gingillo; ma allora, anni Trenta del XX secolo, non lo era affatto. Partiamo da László Bíró. Nato a Budapest nel 1899, l’anno in cui Freud stampava L’interpretazione dei sogni, era figlio di un ebreo e di una cristiana. Nato sottopeso fu salvato dalla madre, a suo modo una inventrice, mettendolo in una scatola di scarpe foderata di cotone, che pose sotto una lampada. Dopo essere stato nell’esercito nella Prima guerra mondiale, s’iscrisse a Medicina, ma l’abbandonò attratto dall’ipnotismo. Il suo esordio fu in quel campo: eseguiva terapie antidolorifiche ai feriti della guerra negli ospedali usando l’ipnosi. Una professione che in qualche modo confina con la vita di Freud, se si risale ai primi tentativi terapeutici del padre della psicoanalisi con l’ipnotismo. Bíró abbandonò questa tecnica in seguito a un incidente con un paziente: gli causò inavvertitamente un aumento della frequenza cardiaca mettendolo a rischio di vita. Dopo di allora cambiò vari mestieri dimostrando una grande capacità di fare cose differenti in vari ambiti: giornalista, pittore, scultore, critico d’arte, corridore d’auto, agente di borsa. Dimostrò ben presto capacità d’inventore, migliorando una penna stilografica inventata dal padre, brevettando una lavatrice nel 1928 e un sistema di posta elettromagnetica, poi un cambio automatico per motociclette e automobili, e diverse altre cose. Inventore sì, ma senza il bernoccolo per gli affari, cosa che gli mancò per tutto il corso della vita. Per cui il mestiere con cui sbarcava il lunario era quello di giornalista nella redazione di un settimanale del Partito democratico cristiano ungherese, per cui viaggiò tra Austria e Jugoslavia.

 

 

Per farci capire che tipo era Bíró, Levi racconta che la sua invenzione del cambio automatico fu venduta alla General Motors di Berlino; l’azienda gli mandò un contratto con un consistente anticipo mensile sulle vendite per cinque anni. Bíró lo firmò, ma non si rese conto che questo era un modo per impedire che proponesse ad altri il cambio automatico, poiché la GM stava realizzando un sistema simile. Pertanto non fu prodotta nessuna auto con la variazione pensata da Bíró. Nel libro di Levi sono raccontati aspetti della vita dell’inventore ungherese come quello che riguarda il suo spiccato talento pittorico. Come arrivò alla sua invenzione? La fonte principale è la sua autobiografia uscita a Buenos Aires nel 1969 (Una revoluciòn silenciosa, Rodolfo Alonso, Editor). Per scrivere usava una stilografica Pelikan, che però perdeva inchiostro, in tasca o nel taschino; inoltre l’inchiostro si seccava e non si poteva più scrivere. Fu nel 1937 che pensò di sostituire il pennino con una sferetta. Sembra che a ispirarlo sia stato un gruppo di bambini che giocava a biglie per strada, poiché una biglia, passata per una pozzanghera fangosa, lasciava dietro di sé una riga. Nella sua autobiografia ha narrato la storia in altro modo: fu guardando la stampa dei giornali nella rotativa che pensò di sostituire i cilindri rotanti con altro. Chiese aiuto a Imre Gellért, un amico che aveva studiato in un istituto tecnico e al fratello Gyorgy, dentista con varie competenze chimiche. Poi le vicende del periodo complicarono tutto in Ungheria e nell’intera Europa, e Bíró cominciò a pensare di emigrare dal paese in quanto ebreo seguendo un amico che si era già rifugiato a Parigi.

 

A questo punto entra in scena Andor Goy, un industriale con una ditta di cento dipendenti che ripara macchine da scrivere. Anche la storia di Goy meriterebbe una narrazione a parte, come quella di molti personaggi della Mitteleuropa tra le due guerre. I due riuscirono a trovare un accordo commerciale che concedeva a Goy l’esclusiva della produzione della futura penna per Ungheria e altri dieci paesi europei. Per rendere ancora più complessa la storia, ecco una bella ed elegante signora svizzera appena divorziata conosciuta nello studio del fratello dentista. Parlando con lei dell’invenzione, cui stavano lavorando, la signora propose a entrambi i fratelli di trasferirsi a Buenos Aires, dove si stava per emigrare al fine di realizzare l’oggetto grazie ai suoi finanziamenti. Tra un dubbio e l’altro di László, la signora, Maria Pogany, si ripresentò nello studio dentistico con un contratto che prevedeva la creazione di una società apposita in Argentina. Il giornalista firmò con l’idea che non se ne sarebbe fatto nulla, e un retro pensiero: non si sa mai! La cosa si complicò anche con l’entrata in scena di un altro personaggio, il banchiere Guillermo Vig. Con lui Bíró firma un altro contratto per la distribuzione nei paesi balcanici delle penne prodotte in Ungheria da Goy & Kovalszky; ulteriore complicazione, come si accorgerà in seguito. Firmare contratti per l’inventore ungherese era probabilmente una sorta di attrattiva, una attività in cui sembra senza dubbio eccellere al pari della sua capacità inventiva. Nel medesimo periodo incontrò un altro personaggio, Augustìn P. Justo, ex presidente della Repubblica argentina. Justo lo invita ad andare a Parigi a sue spese e da lì a trasferirsi in Argentina, dove, gli dice in modo convincente, non soffiano venti di guerra e sono assenti le leggi razziali contro gli ebrei. A questo punto Bíró pensa di recarsi prima di tutto nella capitale francese.

 

Tuttavia arrivarci non è facile. Il suo primo socio, Goy, non è però dell’idea che lui se ne vada. Ha infatti già siglato un accordo con una azienda tedesca, la Dfw, che lavora per il governo nazista al fine di rifornirlo di penne a sfera. Giulio Levi riferisce il dialogo concitato tra Goy e Bíró: il primo non vuole lasciarlo partire, dato che la produzione per i tedeschi deve iniziare di lì a poco. Neppure Gellért vuole partire con lui per Parigi. L’addio sarà difficile. Il giornalista-inventore lascia i due soci dell’impresa in Ungheria, paese che scivola sempre più verso l’alleanza con la Germania, emanando leggi contro gli ebrei cui seguiranno nel corso della guerra le deportazioni di massa. Sul treno diretto in Francia gli sorge un pensiero: cosa succederà se scoprono che porta con sé i progetti per la penna e che è ebreo? E se mentre è a Parigi dovesse scoppiare la guerra, e la Francia combatte contro la Germania e l’Ungheria è alleata dei nazisti, cosa ne sarà di lui e dei suoi cari? Per fortuna a Parigi l’aspetta un amico giornalista, che lo aiuta a trovare un alloggio: Bíró non parla una parola di francese. Sono anni turbinosi e la cartina geopolitica dell’Europa si sta scompaginando. Se si vuole capire cosa sia successo allora, non solo sul piano dei grandi movimenti politici e diplomatici, ma nella vita quotidiana delle persone, basterà leggere quello che resta dei reportage di viaggio di Georges Simenon, Europa 33 (tr. it. di Federica e Lorenza Di Lella, Adelphi) tradotta da poco, dove lo scrittore francese attraversa in senso contrario, rispetto all’inventore della penna a sfera, l’Europa: da Parigi verso il Belgio e la Polonia, da Vilnius a Berlino, arrivando fino a Odessa per raccontare con le parole e le fotografie quella che definisce “La generazione del disordine”. Un ritratto davvero straordinario per vivacità e acutezza di sguardo, oltre che di scrittura spumeggiante e insieme diretta, di quello che accadeva nelle vite di tante persone.

 

Le pagine dedicate da Levi alla permanenza parigina di Bíró sono argute e ci portano dritte verso un personaggio che avrà un certo peso nella sua fuga verso il cono sud dell’America. Allora le conoscenze si facevano ai tavolini dei caffè. L’uomo si chiama Michel-Mairie Bouchonnet e probabilmente è ammanicato con i servizi segreti francesi. Dopo il primo approccio al caffè va all’alloggio di Bíró e gli propone la costituzione di una società “Società francese di applicazione dei brevetti L. J. Bíró” finanziata da lui e da un suo amico banchiere. Come si possano creare e disfare società che coinvolgono Bíró è davvero sorprendente, ma al tempo stesso dobbiamo pensare che l’idea della penna con la sferetta, che oggi si compra in qualsiasi cartoleria o tabaccheria, era qualcosa d’innovativo in un mondo che scriveva per lo più a mano con pennini e stilografiche. Fatto sta che Bouchonnet lo piazza in un laboratorio a lavorare, mentre Bíró spera di ottenere per suo tramite un permesso di soggiorno in Francia. L’agente segreto, o presunto tale, si dimostra un prepotente. L’inventore è completamente nelle sue mani. In Ungheria intanto la polizia è andata a casa della moglie, che nel frattempo s’è ammalata: il marito è accusato di aver venduto brevetti all’estero senza aver versato i corrispettivi soldi allo Stato. Sempre al caffè conosce un altro ungherese, G. J. Meyne, che lo aiuterà in vari modi e poi andrà con lui in Argentina. Bouchonnet lo contatta e lo costringe a mettere in piedi una produzione di bombe incendiarie per l’esercito francese. A salvarlo sarà Maria Pogany che risponde a un suo telegramma e gli invia mille dollari e il biglietto per la nave Barcellona-Buenos Aires, che troverà, così promette, nella città catalana. Nel 1939 è cominciato il fuggi fuggi dalla capitale francese. La guerra si sente nell’aria e anche Bíró insieme con Meyne, che ha congiunto il suo destino all’inventore, cercano di arrivare in Spagna. Non sarà agevole perché alla frontiera i gendarmi franchisti scambiano il giornalista ungherese per un suo omonimo, un antifranchista ricercato. Inoltre i disegni della penna sembrano quelli di un missile.

 

 

I poliziotti gli chiedono per chi lavora, per la Germania? Per fortuna riescono a entrare in Spagna dopo molti patemi e ansie. Per arrivare in Argentina trovano solo una nave da crociera privata. Scoprono solo a bordo che non ha mai affrontato l’Atlantico, comandante compreso. Viaggio avventuroso con vari sbagli di rotta, tuttavia alla fine arrivano a Buenos Aires. Bíró è seriamente preoccupato: e ora cosa succede? S’era fidato della bella signora incontrata nello studio del fratello. Si chiede: avrò fatto bene? Nel frattempo lei s’è sposata e perciò l’ha invitato a recarsi la mattina stessa dell’arrivo nell’ufficio del marito, il signor Lang. L’accoglienza non è buona. Dove sono gli strumenti per produrre la penna?, chiede Maria a bruciapelo. Non si rende conto che i due ungheresi sono fuggiti in fretta e furia da Parigi. Nell’agosto del 1940 l’Europa è già in fiamme. In realtà Maria e il marito sono sull’orlo del fallimento e confidavano nel ritrovato di Bíró per risollevare le loro sorti finanziarie. Ancora una volta il destino dell’inventore è affidato a dei contratti firmati davanti a un notaio: dichiara di essere in pieno possesso della propria invenzione e che i contratti firmati in precedenza non sono più validi, per cui su questa incerta base si fonda la “Compagnia sudamericana Bíró srl”. Il protocollo di intesa non è favorevole al nostro inventore, mente fertile, senza dubbio, ma del tutto inadatto a contrarre impegni societari. Del resto, così come lo descrive sin dalle prime pagine Giulio Levi, la sua personalità appare sviluppata nell’ordine dell’invenzione ma non in quella della commercializzazione; è dotato di doti artistiche, oltre che immaginative, ma ben poco razionale nel gestire i propri affari. Nonostante tutto questo è però riuscito a mettersi in salvo dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, mentre le truppe tedesche entrano a Parigi e marciano ovunque di successo in successo. La guerra durerà diversi anni. L’ebreo László Bíró è in Argentina e ha in tasca i progetti della sua prodigiosa penna, ma non l’ha ancora realizzata.

 

Di tentativo in tentativo il progetto prende forma, con Maria Pogany che entra in ogni dettaglio della produzione rendendo faticoso il lavoro. Resta il problema per Bíró di far arrivare in Argentina la propria famiglia. Maria non vuole anticipare il costo del viaggio. Siamo nell’estate del 1941 e giungere sin lì non è certo facile: bisogna attraversare Svizzera, Germania, Austria, Francia e Spagna, e poi solcare l’Atlantico. Grazie ad alcuni amicizie i visti vengono emessi. Anche la storia di come riesce a comunicare con moglie, figlia e fratello dentista dall’altro capo del mondo sarebbe un altro capitolo della avventurosa vita dell’inventore della penna a sfera. Dopo quaranta giorni di viaggio, mare compreso, i famigliari si ricongiungono con lui, nonostante l’arresto del fratello come presunta spia alle Barbados. E la penna? Ha ancora un grave difetto: perde inchiostro. La soluzione sta nelle sferette metalliche. La ditta svedese che fornisce le piccole sfere non le produce tutte con la medesima perfezione. La scoperta, fatta ricorrendo a strumenti di precisione, libera l’animo di Bíró da una crescente ansia. Questo gli permette di ripensare al miglioramento dell’erogazione dell’inchiostro, che scende attraverso un pistone che agisce sull’inchiostro pastoso progettato dal fratello dentista. L’idea geniale è quella di ricorrere a un sistema basato sulla capillarità, sfruttando cioè un principio fisico che rende più semplice e meno costosa la produzione. A questo punto l’oggetto è pronto per essere brevettato. Ma con che soldi si potrà produrlo? Si fa avanti la Philips, ma poi l’Olanda viene occupata e i tedeschi utilizzano lo stabilimento Philips per produzioni belliche. La penna che ha rivoluzionato il nostro modo di scrivere è stata pensata proprio alle soglie della guerra mondiale e messa a punto nel bel mezzo del conflitto.

 

C’è un forse una spiegazione? Sembrerebbe uno di quegli eventi che Carl G. Jung chiama “sincronicità”, il principio del “nessi acausali”, che riguarda il legame tra due eventi che accadono in contemporanea e sono connessi tra loro, ma appunto in modo casuale: nessuno dei due influisce sull’altro, ma appartengono a una sorta di contesto comune. Il contesto è la sconfitta dei fascismi europei, e insieme l’avvento di una nuova forma di scrittura, personale e immediata, che potremmo definire democratica, vista l’accessibilità dell’oggetto. Una connessione indebita? La domanda più generale riguarda il ruolo della scrittura nelle società moderne. La biro è un oggetto davvero democratico, oppure è solo l’avanguardia dei successivi oggetti “usa e getta”, come dimostrerà l’arrivo sul mercato della Bic del Barone? Il proseguo della storia della penna a sfera è certamente assai istruttivo riguardo il funzionamento del sistema distributivo. Ripensando oggi alla storia dell’inventore ungherese, si può sostenere che la biro sia senza dubbio uno degli oggetti della globalizzazione. Meyne, che fu il compagno essenziale di Bíró nella commercializzazione della sua creatura, era un genio commerciale, qualità che al creatore della sferetta mancava del tutto. Meyne organizzò la campagna di lancio in Argentina e intuì subito le potenzialità del mercato sudamericano. Questa vicenda ci fa capire come il successo o l’insuccesso di un oggetto innovativo così immediato e “semplice” sia affidato ad eventi stocastici, e insieme come dipenda enormemente dal fattore umano, ovvero dagli incontri e dalle relazioni tra persone. Un banchiere inglese, H. G. Martin segnalò l’oggetto di Bíró alla Royal Air Force che ne ordinò 30.000 pezzi, poiché questo tipo di penna poteva essere usata anche in volo senza perdite di inchiostro o macchie.

 

Martin quindi entrò in società e immise nuovo capitale; Maria Pogany e il marito si presero la fetta maggiore dei soldi. La conclusione fu avvilente per Bíró. A quarantaquattro anni colui che aveva lavorato per dieci lunghi anni in mezzo a mille difficoltà per realizzare la penna a sfera in tre paesi diversi e in due continenti, dopo aver raggiunto il successo con un oggetto quasi perfetto si ritrovò, come scrive Giulio Levi, con un pugno di mosche in mano. Il banchiere, padrone di fatto della azienda, fece brevettare la penna a New York; poi vendette i diritti per l’America a Eberhard-Faber per due milioni di dollari per USA, Canada e Porto Rico; all’inventore arrivò ben poco. Bíró scrive nella sua autobiografia che oramai aveva imparato che della sua invenzione non avrebbe ricevuto che briciole; nonostante questo aveva però avuto “la soddisfazione del successo dell’invenzione, una soddisfazione che gli altri non possono avere”. La storia non finisce qui. A quel punto entra in scena uno spregiudicato imprenditore americano Milton Reynolds. Qui siamo nel campo delle imitazioni, ovvero dei modi per aggirare un brevetto. Reynolds intuì genialmente la natura di gadget che si celava nell’oggetto-biro. Come disse per lanciare la sua versione della penna a sfera, la gente, liberata dalle preoccupazioni della guerra, era pronta a spendere trovandosi di fronte a un oggetto tutto nuovo, che poteva funzionare non solo come un regalo, ma anche come un segno di “ben tornato” per figli, fidanzati e mariti che rientravano dai fronti della guerra. Reynolds anticipò la biro di Bíró prima del suo lancio. “Reynord Rocket” era il nome commerciale con cui la battezzò. Lo slogan era pronunciato da una ragazza col vestito svolazzante: “Got a rocket in your pocket?”. C’era anche un motivetto musicale e una canzoncina.

 

 

La storia di Bíró continua con il suo ritorno all’attività di inventore dopo aver tentato di realizzare un distributore di profumo, che derivava dalla penna e dalla sua sfera: fallì con una sostanziosa perdita di parecchio denaro, poi nel 1952 un’impiegata americana realizzò la cosa in modo del tutto indipendente con discreto successo. Quindi si dedicò a un termometro multifunzionale da polso e un apparecchio simile per misurare la pressione sanguigna, senza grande esito: troppo in anticipo. Intanto nel 1950 il barone italofrancese Marcel Bich aveva messo in vendita la sua Bic Cristal. La sua storia meriterebbe un racconto ulteriore. Due libri la narrano per filo e per segno: Laurence Bich, Baron Bich (Talledier, Parigi 2018) e La meravigliosa avventura del Barone Bich, a cura di Ugo La Pietra e Patrizia Nuvolari (Regione Autonoma della Valle d’Aosta, 1998). Nato a Torino nel 1914, discendente del sindaco di Aosta fatto Barone nel 1841 da Carlo Alberto, aveva vissuto in Spagna e poi a Parigi a partire dal 1925. Per via degli affari sbagliati del padre, ingegnere e aspirante imprenditore, non fece neppure l’università, ma non si perse mai d’animo. Era fermamente convinto che sarebbe diventato ricco, ed ebbe ragione. Studiò con i suoi tecnici – aveva una piccola fabbrica in cui produceva pennini – i problemi irrisolti della penna a sfera: pasta inchiostro e aspetti meccanici (serbatoio, punte metalliche e sferette).

 

Dopo due anni di lavoro Bich lanciò il suo modello: la Bic Cristal. Le innovazioni da lui introdotte sono piccole, ma decisive: l’involucro era di plastica trasparente così da consentire di scorgere il livello dell’inchiostro nel tubicino; il contenitore non era più tondo ma esagonale, cosa importantissima poiché non rotolava più dai banchi di scuola che erano inclinati; un piccolo forellino rendeva la pressione atmosferica interna ed esterna identica, così da non bloccare la discesa dell’inchiostro; la pasta inchiostro divenne quasi perfetta; la punta e la pallina furono realizzati con sofisticati strumenti di precisione con variazioni inferiori a cinque millesimi di millimetro. Negli anni successivi i miglioramenti di questo piccolo oggetto furono numerosi in tutti i suoi tre aspetti principali: meccanica, inchiostro e materiali. Sembra impossibile che la comune penna a sfera, quella che spesso non consideriamo quando la prendiamo in mano per una firma in un ufficio pubblico (presto però ci sarà solo quella elettronica con smartphone) abbia avuto una elaborazione così lunga e complessa. Ma se si guardano anche altri semplici oggetti di uso quotidiano, si capisce come la tecnologia sia un processo lento e complicato. Lo spiega molto bene Simon Winchester in un suo recente libro, I perfezionisti. Come la storia della precisione ha creato il mondo moderno (Hoepli Editore). Naturalmente Bich si vide arrivare una citazione da Martin, padrone di brevetti del lavoro di Bíró, e in tribunale perse; fu condannato in prima istanza a pagare un milione e mezzo di franchi alla Biro Patente, l’azienda che ne aveva la proprietà; gli furono pure confiscate tutte le Bic Cristal prodotte e depositate nei magazzini.

 

Il Barone non si perse d’animo e partì nottetempo da Parigi per Zurigo dove sapeva si trovava Martin, prima della seduta di appello che avrebbe definito il tutto per sempre. Il risultato fu un accordo: Bich avrebbe versato 100 milioni di franchi a Biro Patente nel giro di due anni. Del resto, con la sua Cristall aveva avuto un utile, solo in Francia e in Benelux, di 1200 miliardi di franchi. Mi fermo qui, perché ci sarebbe da raccontare la storia di Andor Goy nella Ungheria comunista con i suoi contratti firmati da Bíró prima della sua fuga a Parigi e poi quella di Milton Reynolds e ancora del Barone Bic dopo la penna a sfera, compreso il suo rasoio-usa-e-getta. Per saperne di più del Barona c’è il castello medievale di Ussel, che acquistò e restaurò a Châtillon in Val d’Aosta, dove fu allestita dopo la sua morte una mostra dedicata alla sua vita. Bíró creò poi una sua azienda in Argentina per produrre penne a sfera; continuò a fare l’inventore (si calcola che alla fine della sua vita aveva registrato 100 brevetti) e divenne un personaggio noto nel nuovo paese d’adozione: morì il 24 ottobre 1985, e ogni anno il 29 settembre, suo giorno di nascita, in quel paese si celebra la “giornata degli inventori”. Nel 2006 gli è stato dedicato un asteroide scoperto quell’anno. Ma l’asteroide più famoso, quello che possiamo comprare oggi sotto casa e farlo nostro, è la sua penna a sfera, con cui ho preso gli appunti seduto su una panchina per scrivere questo articolo. Tra un anno probabilmente lo detterò a uno degli aiutanti elettronici a disposizione; tuttavia scrivere a mano è ben altra cosa, come sanno i calligrafi, i nuovi monaci del nostro tempo: basta una biro e il mondo prende una forma visibile davanti a noi. Grazie László!

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