Lewis Carroll e i concorsi scolastici

Mi sono laureata in filosofia nel 2009. A differenza, ad esempio, dei laureati in storia dell’arte o in beni culturali, che con esami integrativi potevano e possono insegnare italiano, storia e geografia nelle scuole superiori, chi si laurea in filosofia ha accesso a una sola classe di concorso per l’insegnamento: la a019, ex a037, ovvero storia e filosofia nel triennio dei licei. Se vuole insegnare italiano deve prendere una seconda laurea. Ho avuto la fortuna di entrare in una scuola di specializzazione dottorale, al San Carlo di Modena, che ho terminato nel 2013. Nel frattempo, non c’erano state forme di reclutamento per i docenti della scuola superiore di secondo grado. Nel 2012 è stato aperto un concorso per il TFA, ovvero il Tirocinio Formativo Attivo, che con esame di ammissione e 2500 euro garantiva un percorso abilitante: sono risultata idonea ma non vincitrice in Toscana. 

 

Chiedo al lettore di seguire ancora un momento le mie vicende private, mi rendo conto per nulla interessanti, perché stiamo per arrivare al dunque: a fine 2013, sono entrata alla Scuola Normale Superiore di Pisa, per un secondo dottorato che ho terminato nel 2016. E proprio all’indomani della discussione della tesi, ho cominciato a fare supplenze nelle scuole superiori, sempre della provincia di Pisa. Dato che i posti nella classe di concorso a019 scarseggiano, come quasi tutti ho iniziato facendo sostegno: è noto che gli insegnanti specializzati nel sostegno al contrario sono pochissimi nella scuola italiana di ogni ordine e grado, e che quindi, a tamponamento provvisorio di tutte queste cattedre vacanti (ma provvisorio ormai da decenni), sono reclutati gli aspiranti di qualsiasi altra graduatoria che normalmente non lavorerebbero sulla propria materia: gli storici dell’arte, i docenti di diritto ed economia, e molti altri. Qui già iniziano i problemi, gli sdoppiamenti di coscienza: grazie a questa regola, che non posso che trovare assurda e insensata, io ho lavorato due anni e per due anni ho avuto uno stipendio. Non solo: come considerare l’esperienza di chi, senza nessuna formazione, si trova a dover gestire studenti con patologie ogni volta differenti, difficili e complesse? Come considerare la mia stessa esperienza? Mi rendo e ci rendiamo conto che non è il nostro lavoro. 

 

Ma andiamo avanti. Nel 2016 e nel 2018 si sono svolti due concorsi pubblici per il reclutamento di docenti: il primo selettivo, il secondo non selettivo. Entrambi richiedevano un requisito: essere abilitati, cioè aver preso parte e concluso il TFA (vedi sopra) o i vecchi percorsi abilitanti ormai aboliti (SSIS). Dunque, non ho potuto parteciparvi. Però, con altri due amici, abbiamo iniziato a studiare, con ritrovi settimanali in un circolo di paese a metà strada tra le nostre case, perché le voci di un concorso per non abilitati si facevano insistenti.

 

Nel 2019, la ministra Azzolina ha deciso di bandire tre concorsi, a cui ci siamo iscritti tra giugno e agosto: concorso straordinario per chi aveva tre anni di insegnamento di cui almeno uno su materia (per quello che ci pareva un grande colpo di fortuna, ci siamo rientrati); concorso ordinario per tutti; procedura abilitante. Il primo aveva un costo di iscrizione di 50 euro, i secondi di 15 euro ciascuno. Ci siamo, abbiamo pensato, e abbiamo intensificato lo studio. (Io, nel frattempo, ho avuto un contratto part time a tempo determinato all’università di Berna, in Svizzera, ho preso l’aspettativa da scuola, e ho iniziato un pendolarismo settimanale dalla Valdera a Berna che si è interrotto bruscamente nel febbraio 2020). 

 

Per un anno, da agosto 2019 a settembre 2020, di questi concorsi non si è saputo più nulla: siamo solo stati avvisati che da una prova a crocette si passava a una prova a risposte aperte. Nel frattempo, è intervenuta una pandemia, e abbiamo trasferito i nostri gruppi studio su Zoom. Improvvisamente, a settembre 2020, sono stati calendarizzati i concorsi, in piena seconda ondata Covid. Nelle classi di concorso con meno candidati (eravamo 86 per storia e filosofia, in Toscana) sono state accorpate più regioni insieme: tutto il centro Italia (Toscana, Umbria, Marche, Sardegna, Lazio) sarebbe confluito nel Lazio, tutto il nord in Lombardia, tutto il sud in Campania. 

 

Ci siamo, abbiamo pensato di nuovo. In Toscana il concorso è bandito addirittura per 13 posti, ci paiono un’enormità, abituati come siamo alle esiguissime cattedre di storia e filosofia che vengono messe a supplenza ogni anno. Dunque, la nostra prova sarà il 9 novembre 2020, ore 13.30. Meglio andare il giorno prima, è chiaro. Meglio in macchina, perché è sconsigliabile prendere i mezzi in piena seconda ondata. Noi tre siamo in tre sedi differenti, perché ci hanno divisi a gruppi di quindici: uno a Ciampino, uno a Roma est, uno a Tivoli. Due di noi hanno figli alle elementari e medie: ma attenzione, se si viene messi in quarantena preventiva e non si può partecipare, non si ha diritto alle prove suppletive (spoiler: verranno poi introdotte, grazie a una sentenza del Tar del Lazio, ma molti mesi più tardi). Vi ricorderete bene che a ottobre-novembre 2020, in piena seconda ondata, essere messi in quarantena è un attimo. Decido allora, perché ne ho la possibilità, di andare a isolarmi in una casa vuota dei miei, a Riotorto, un paesino sulla costa livornese, per i dieci giorni precedenti allo svolgimento del concorso. È l’occasione di una volta nella vita, sarebbe poco saggio perderla. Il mio lavoro bernese è ormai tutto online, compro tanti Giga di connessione e posso farlo. Essere isolati al mare in fondo non è male, poteva andarmi peggio via. Potevo, come molti colleghi, non avere nessun posto in cui isolarmi, e rischiare ogni momento e ogni giorno. I miei due compagni di studio si trovano esattamente in questa situazione e in più vanno a scuola in presenza, ogni giorno, con il rischio di essere contagiati proprio sul posto di lavoro, e così decidono a malincuore di prendere un’aspettativa non retribuita di quindici giorni: quindici giorni senza stipendio ma con la speranza, almeno, di poter andare al concorso. 

 

La mattina del 4 novembre rimbalza la notizia: a causa della seconda ondata sono annullati tutti i concorsi nazionali. E quindi anche il nostro, insieme ad alcuni altri di altre classi di concorso, poche, perché le operazioni concorsuali dello straordinario (un giorno per ogni c.d.c.) erano iniziate il 16 ottobre e si sarebbero concluse proprio il 9 novembre. E così annullo l’albergo (cancellazione gratuita su Booking: quando il Miur ti ha abituata alla cautela), prendo la macchina e me ne torno a casa. 

 

 

A gennaio 2021, (ancora seconda ondata? O già terza? La Toscana era “arancione” in quei giorni) viene ricalendarizzato il concorso. Per la nostra a019 sarà il 25 febbraio, sempre alle ore 13.30. Questa volta non riesco a isolarmi, e i miei amici non possono rinunciare ad altri quindici giorni di stipendio: quindi rischiamo. Nuovo turno, nuove sedi: ora sono in una scuola di rione Monti, la mia amica è a Roma est e il terzo del gruppo a Fiumicino. Scoraggiata dal traffico romano, decido di prendere il treno, prenoto un bed & breakfast e il 24 sera sono lì. Il giorno dopo, mentre aspettiamo fuori dal portone dell’Istituto tecnico Colombo di via Panisperna, a due passi dal Colosseo, ci mettiamo a parlare: ci sono candidati sardi che hanno speso quasi 400 euro tra aereo e albergo, candidati umbri che si sono segnati per la Toscana perché l’Umbria ha bandito zero posti; e ci sono candidati che hanno quasi l’età dei miei genitori. 

 

Entriamo, siamo condotti nell’aula informatica, ognuno ha una sua postazione con pc. Ci viene chiesto di inserire una password nel sistema, uguale per tutti, che è PANTOMIMA. Il programma di scrittura per rispondere ai quesiti si allinea pienamente allo stile “prove a ostacoli” che tutta questa vicenda ha ormai assunto da mesi. Non si può fare copia-incolla, non ci sono il controllo ortografico né gli elenchi puntati. Non si possono visualizzare tutte le domande contemporaneamente, ma solo una per volta. Non esiste un tasto “salva”. La meta-difficoltà è che si devono leggere tutte le istruzioni su come funziona il programma una sola volta, prima di cominciare, e poi spariscono per sempre. 

 

Le domande sono cinque, tre di filosofia e due di storia. Si chiede di costruire lezioni, unità didattiche, webquest su: i rapporti tra stato e Chiesa tra il 1870 e il 1984; i conflitti in Medioriente del secondo dopoguerra, le prove dell’esistenza di Dio in San Tommaso e Sant’Anselmo, l’antropocentrismo rinascimentale a confronto con quello di Protagora e con quello seicentesco, il rapporto tra uomo e natura in una filosofia a scelta novecentesca, continentale o analitica. Si chiede di esplicitare le metodologie didattiche e, in almeno tre risposte su cinque, di far riferimento a strategie per alunni DSA, ovvero con disturbi dell’apprendimento, o BES, ovvero con Bisogni educativi speciali (sappiamo benissimo che il principio con cui ci si muove didatticamente con questo tipo di alunni è quello dell’apprendimento individualizzato, quindi parlarne in generale è un controsenso logico, ma sorvoliamo). Poi c’è un brano in inglese sulle virtù del sistema di reclutamento degli insegnanti in Norvegia (non sto scherzando) con domande aperte, abbastanza semplici, a cui rispondere in inglese. 

 

A una cosa mi era servito studiare: ci eravamo allenati a rispondere a questo tipo di “domandone” in un quarto d’ora netto, lasciando poi abbondante tempo per riguardare. Riesco a mettere in atto questa strategia, ma nessuno sa capire esattamente cosa ci si aspettasse da noi. 

Torniamo a casa e alle nostre vite. Marzo, aprile, maggio, tutto tace. Almeno per noi. Per altre classi di concorso iniziano a uscire risultati e graduatorie. Pensando e ripensando alle nostre risposte, ci convinciamo che l’importante sarebbe risultare almeno idonei (con un punteggio minimo di 56/80, ogni domanda vale 15 punti, inglese solo 5), perché, come prevede il bando, in quel caso otterremmo l’abilitazione. Il che significa salire di grado nelle graduatorie per le supplenze e aspirare, finalmente, a insegnare la nostra materia, seppur da precari. 

 

Il 21 giugno, in un memorabile lunedì sera, arrivano le risposte: siamo idonei tutti e tre! E io mi piazzo, incredibilmente, ai vertici della classifica. Sono felice: ho fatto il massimo del punteggio e quindi forse tutta questa corsa a ostacoli non è stata inutile. Certo ora andranno sommati i titoli, ho il dottorato, solo un anno sulla materia, non dovrei essere messa malissimo. 

 

Intanto sul sito che ha praticamente il monopolio dell’informazione scolastica in Italia, Orizzonte scuola, si iniziano a leggere notizie inquietanti: il decreto Sostegni bis sta cambiando le modalità di reclutamento, anche spinto da alcuni emendamenti dei sindacati; chi risulta idoneo al concorso straordinario potrebbe non ricevere più l’abilitazione ma essere inserito in una graduatoria di merito da cui pian piano attingere per il ruolo. Leggiamo che ci sono sei posti “accantonati” per il concorso straordinario retrodatati allo scorso anno, per via dello slittamento dei concorsi. Ma non erano banditi tredici posti per il ruolo su Storia e Filosofia in Toscana? Quindi sono 13+6 o 13-6? E cosa significa accantonati? Entrare in questa giungla di numeri e posti virtuali è complicato anche per i più assidui di noi. Decidiamo di aspettare la nostra graduatoria. 

 

Che arriva lunedì 5 luglio. Sono seconda. Esulto… esulto? Vado a rileggermi le ultime su Orizzonte scuola. C’è incertezza perché il Sostegni bis è in discussione ma l’orientamento è il seguente: saranno chiamati a entrare in ruolo, su base regionale, prima coloro che sono presenti nelle storiche GAE (graduatorie a esaurimento), poi chi è nella graduatoria del concorso 2016 (tornare ai primi paragrafi, se ci si è persi), poi chi è nella graduatoria del concorso 2018 (idem), fino al 100% dei posti disponibili; e infine, SOLO SE restano posti, chi è nella graduatoria del 2020, ovvero la graduatoria di chi ha superato lo straordinario. Quella appena uscita, in cui sono seconda in Toscana. Ci mettiamo poco a realizzare che si tratta di una modifica introdotta proprio col Sostegni bis: fino all’anno scorso, era previsto che dalla graduatoria 2018 si assumesse l’80% delle persone, mentre un 20% era riservato ai vincitori del concorso 2020. Queste erano le condizioni per cui ci eravamo iscritti al concorso. Vado a vedere le graduatorie della a019. Le GAE sono provinciali, dovrebbero essere vuote ma non ne sono sicura. La graduatoria 2016 è vuota; ma nella graduatoria 2018, quella del concorso non selettivo per titoli e orale, quella che ha la precedenza sulla nostra, ci sono almeno 50 persone. 

 

Ergo: ho vinto un concorso ma, con una probabilità del 99%, non entrerò in ruolo. Considerando che per storia e filosofia, in Toscana, negli anni passati sono state immesse in ruolo una media di 15 persone per anno, dovrò aspettare tre-quattro anni, a volere essere ottimisti. La stessa sorte avranno i vincitori di concorso di tutte quelle classi di concorso in cui le graduatorie del 2018 sono piene. Che fossero piene, queste graduatorie, lo si sapeva anche nel 2019, quando i concorsi furono banditi. La mia amica ha fatto il conto che entrerà in ruolo fra almeno cinque anni. E dell’abilitazione, che tutti gli idonei dovevano ottenere, si parla con sempre maggiore incertezza. 

 

La storia finisce qui e non ha nessuna morale. Come la mia, come la nostra, ce ne saranno altre migliaia, ciascuna che comincia con un percorso diverso, ma che poi, come questa, si perde nelle assurdità di un gioco a ostacoli le cui regole vengono cambiate in corso d’opera. Non ha senso interrogarsi sul mio destino personale: non è lo scopo di questo articolo. Potrebbe forse averne interrogarsi sulla costituzionalità di quanto è stato fatto, ovvero cambiare le modalità di reclutamento per un concorso dopo che il concorso è stato già bandito ed effettuato. Giusto, potremmo fare ricorso, mi dice qualcuno. Soldi, fatica, avvocati, per poi arrivare a una sentenza, con tutta probabilità, quando già avremo ottenuto il ruolo. Ma in tre o cinque anni, le nostre vite non hanno la possibilità di fermarsi e attendere. Non c’è nessun cadavere del nemico da veder passare lungo il fiume. Non c’è nessun nemico.

 

E poi, più ancora di questi aspetti, resta la sensazione di essere finiti in un labirinto di norme e interessi frammentati, di rivendicazioni sindacali che strizzano l’occhio a quello o quell’altro gruppo di precari (quest’anno dobbiamo accontentare i vincitori del concorso 2018, magari tra tre anni toccherà a quelli dello straordinario 2020, e allora via, un nuovo emendamento), in cui la motivazione, l’impegno, la capacità, e più ancora la limpidezza delle procedure non sono contemplate; dove, anche se superi tutti gli ostacoli, arriva il Cane Spazzino del film di Alice nel paese delle meraviglie e puf, cancella il sentiero in cui cammini. 

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