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Milano: la città che non c’è più

Io e Alberto Saibene abbiamo la stessa età. Lui è del 1965 io del 1966, ma per una questione scolastica (ho fatto prima e seconda elementare in un anno, è una lunga storia) sono cresciuto attorniato da ragazzini del ’65. (Questo per dire che dall’infanzia fino alla fine delle superiori l’età non è mai in senso stretto quella anagrafica ma quella scolastica). Siamo nati e cresciuti, cioè, nella stessa città e negli stessi anni. Perdonate il tono personale di questa che non è una recensione del libro di Saibene – Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più – ma un parlarci attorno. Ché il libro mi ha fatto molto riflettere e a ben vedere è questo che ogni buon libro dovrebbe saper fare.

La prima delle mie considerazioni, banale forse ma inevitabile, è che quegli anni – trenta, quaranta, cinquant’anni fa – sono ormai abbastanza lontani da poterli dichiarare Storia a tutti gli effetti. Anche se ne abbiamo un ricordo che appare vivido (ma in realtà sempre più sfumato nel mito) possiamo guardarli con la giusta distanza, ora che almeno un paio di generazioni si sono avvicendate.

 

Quella Milano, la mia Milano di quegli anni, non c’è più, come dice il titolo. Ed è in fondo corretto che si possa, e debba, iniziare a fare un lavoro di testimonianza da condividere con gli storici non futuri ma contemporanei. 

Per le mie figlie ventenni gli anni Settanta sono quello che erano per me alla loro età gli anni del Ventennio. Qualcosa di lontanissimo per quanto incombente. L’Italia è da sempre un paese condannato a una Storia che non passa, con un numero infinito di fantasmi e scheletri nell’armadio pronti a riapparire negli incubi preelettorali, ma questo è dovuto soprattutto a una gerontocrazia di eterni giovani che hanno cannibalizzato gli ultimi decenni. Nonostante loro – d’altronde la biologia farà il suo mestiere e piaccia o meno anche loro ci lasceranno per sempre – la generazione di mezzo a cui appartengo, non più boomer non ancora generation X, quella che ha visto gli scampoli di un mondo crollato su se stesso e strada facendo ha osservato il nuovo mondo tecnocratico prendere corpo (incapace di governarlo ma facendosi colpevolmente governare), ha il diritto di mettere ordine alla propria Storia. Guardandola con la sacrosanta distanza, evitando una inutile nostalgia (che, personalmente, non ho mai avuto).

 

Dunque, io e Alberto (ché Saibene sarebbe l’autore, ma Alberto è l’amico) io e lui, insomma condividiamo la stessa età e la stessa città di nascita. Milano. Bene. E qui, leggendo il suo libro, consigliatissimo, le similitudini si fermano. Dico “consigliatissimo” (lettura per me davvero fruttuosa) proprio perché Alberto mi ha raccontato una città che io non conosco – sulla mia pelle, nel mio corpo, nelle mie esperienze – nella maniera più assoluta. Io quella Milano non l’ho mai vissuta. È stato per me come leggere un libro che parlava di Palermo o Berlino. Eppure, eravamo lì, nello stesso luogo, negli stessi anni. Ma appartenevamo a due classi sociali differenti. E questo ha comportato due percorsi umani, culturali, sociali, spaziali, urbani assolutamente differenti e, se non proprio inconciliabili, di certo sconosciuti. La sua Milano non è la mia Milano.

 

Nella passeggiata mattutina descritta nell’introduzione Alberto si muove fra la chiesa di San Marco e via Manzoni, fra il liceo Classico Parini e via della Spiga, questo è il suo paesaggio quotidiano fin dall’infanzia. Io quei luoghi li ho conosciuti da adulto. Il centro, per me bambino di periferia era solo e soltanto la piazza del Duomo, dove andavo quelle rarissime volte che mio padre, la domenica mattina, mi portava con lui non certo per entrare ad ammirare la cattedrale ma a non fare nulla, annoiandomi mortalmente, mano nella sua mano, mentre lui discuteva furioso di politica e di calcio nei crocicchi di adulti che una volta costellavano la piazza.

 

Alberto parla della sua infanzia segnata da una educazione progressista, dove genitori dalla visione aperta e moderna (cito le parole ironiche e in fondo indulgenti) crescevano “una combriccola di futuri snob, la prima generazione di figli di genitori radical chic” che appartenevano a un’élite in formazione, “per natura cosmopoliti”, di ritorno da viaggi a Londra o Parigi carichi di novità, idee, vestiari. I miei genitori, semianalfabeti, non leggevano (se non, mio padre, La Notte o Il Corriere dello Sport, spesso solo i titoli, e, mia madre, Grand Hotel, per i fotoromanzi), non viaggiavano, se non d’estate per tornare al paesello, dopo almeno dodici/diciotto ore su un vagone di seconda classe così colmo di gente che sembrava un carro bestiame. Il sud edenico della costiera amalfitana o delle terme ischitane (il sud dei genitori di Alberto) mi era completamente sconosciuto. Per me la “Bass’Italia” erano le quattro case di parenti, maleodoranti e ammuffite, dove si passava il tempo giocando a zicchinetta mentre tutti mi prendevano in giro per la mia parlata incomprensibile (convinti che parlassi in dialetto milanese dato che non conoscevano l’italiano).

 

Va bene, insisto, lo ripeto, questa non è una recensione. E ringrazio il libro di Alberto che mi ha permesso di fare mente locale su quegli anni e quelle due città. Diverse. Alberto parla del suo percorso scolastico, dei suoi compagni di classe tutti milanesissimi e di ottima famiglia (lo dico senza ironia. Erano davvero “ottime famiglie”), dell’offerta alle elementari del tempo pieno, dell’insegnamento di uno strumento musicale, delle mappe geografiche d’Italia appese ai muri. Dei libri che avevano letto i suoi genitori, ormai obsoleti (Salgari, Verne, Piccole donne, I ragazzi della via Paal) da sostituire con la nuova “pedagogia einaudiana” che aveva come campioni Munari (il mio adorato Munari) o Rodari (il mio adorato Rodari). E Rosellina Archinto, e Leo Lionni, e Pinin Carpi, e Oreste del Buono. 

(piccola chiosa: il libro di Alberto consta di neppure 140 pagine. Alla fine, sfoggia un indice dei nomi di nove pagine con circa cinquecento nomi. Questo per dire quanto fosse incredibilmente viva la Milano che racconta, ricca di personaggi dell’economia, della cultura, dell’arte, della filosofia dagli anni Trenta agli anni Ottanta. Un mondo di relazioni e amicizie che rende plastico il luogo comune, sentito fino allo sfinimento in certi ambienti, che “Milano è un borgo”. Lo era per davvero. Era abitato da quei nomi, da quelle famiglie. La Milano che viveva racchiusa dentro la cerchia, quasi fosse un paese, o una gate community).  

 

 

Avete capito il gioco. Il tempo pieno, alle elementari di Quarto Oggiaro, erano un parcheggio dove tenere i figli degli operai (quelli privilegiati) o dei sottoproletari (io e altri come me. La maggioranza), dove non si insegnava alcuno strumento musicale, dove le origini delle famiglie dei tuoi compagni di classe erano rigorosamente non lombarde, dove, quando c’erano, le mappe politiche d’Italia appese ai muri ancora segnavano “Gli Abruzzi” (il Molise neppure era contemplato) e la Basilicata si chiamava Lucania. Libri? Ricordo una bibliotechina scolastica di libri usati, un’insegnate che prova a farci leggere (inutilmente), io che prendo in prestito Ventimila leghe sotto i mari (dell’obsoleto Verne, a detta dei genitori di Alberto) e me ne innamoro così tanto da non restituirlo più. La mia libreria personale, non avendone una di famiglia, inizia con un furto (ce l’ho ancora). Nessuno leggeva libri. Nessuno era mai entrato in una libreria, nessuno sapeva persino che esistessero le librerie.

 

La ricchezza della novità editoriale della Emme Edizioni “il rapporto fra testo e immagine, il progetto tipografico in collaborazione con artisti, grafici, fotografi” che è la vera novità dell’editoria di quegli anni, per noi semplicemente non esisteva. Io ero considerato l’intellettuale della classe (parola che ovviamente non conoscevamo, probabilmente i miei compagni mi indicavano come “quel secchione ciccione”) perché leggevo, sotto il banco durante la lezione, i fumetti dell’Editoriale Corno (di Milano, tra l’altro) – L’Uomo Ragno, Ironman, Thor e i Vendicatori, Capitan America, Devil – facendomi colonizzare il cervello dall’immaginario statunitense. 

Il Giornalone? I fratelli Crepax? Emilio Tadini? Mai pervenuti. Il teatro poi neppure a parlarne. Strehler era una parola senza significato, un’onomatopea. Le uniche volte che ebbi occasione di entrare in un teatro furono per assistere a qualche sceneggiata di Mario Merola. E i cinema, escluso quello parrocchiale (con una programmazione delirante), stavano in centro, e come ho già detto, il centro ci era escluso. Divenne terra di conquista con l’adolescenza. Io poi non avevo neppure una famiglia “progressista”. I poveri, si sa, sono conservatori, amano l’uomo forte, le soluzioni manichee.

 

La Milano Socialista ci era sconosciuta. Quello che succedeva “a palazzo” (per dirla con Pasolini) era così lontano da noi, così incomprensibile che non veniva neppure discusso. Pena soluzioni radicali, parafasciste, antidemocratiche. Quarto Oggiaro, per la sinistra extraparlamentare del Parini o del Berchet, era un Eden del proletariato non compromesso dai cascami borghesi, un posto di puri, di buon selvaggi, da cantare in ballate ironiche (come ad esempio “Quarto Oggiaro Story” di Gianfranco Manfredi). Per me era un posto dove le scritte sui muri delle Brigate Rosse non furono mai cancellate, dove durante la nevicata del gennaio 1985 nessuno venne a spalare la neve per almeno una settimana (alcune macchine parcheggiate rimasero sommerse dalla coltre di neve quasi fino a primavera, non si trovavano più!), dove persisteva la più grande piazza di spaccio d’eroina del nord Italia. Tutto poco edenico, insomma.

 

E dunque? E dunque è esistita una Milano che cercava di cambiare con il cambiamento repentino e incessante della società globale. Consapevolezza del mutamento che forse ha inizio con La ragazza Carla del romagnolo Elio Pagliarani, dove Milano è popolo e paesaggio assieme, entrambi mutevoli e nervosi. Una Milano che inventava il design e i grandi magazzini, la pubblicità e l’editoria. Raro cinema (ad appannaggio quasi esclusivo di Roma) ma moltissimo Teatro (da Grassi al Living Theatre). Una Milano che aveva nelle sue fila una serie di (così li chiama Alberto) “irregolari”, inquieti e creativi, che hanno dato la giusta colorazione allo stile della città.

Quella Milano, che io bambino non conoscevo, mi era venuta comunque a cercare. Perché dato che c’era da cambiare le nuove generazioni della borghesia meneghina, rendendole più aperte e cosmopolite, già che si era in gioco, residui, scampoli, briciole del cambiamento potevano giungere, volontariamente o meno, fin nelle lande estreme delle misteriose (se non “vituperate”) periferie.   

 

Non esistevano librerie nel mio quartiere, è vero. Ma una piccola biblioteca comunale, con orari a singhiozzo, più o meno funzionava. E poi c’erano ben due edicole. Dove, oltre ai giornaletti pornografici e pile del Corriere d’Informazione, potevo trovare gli albi a fumetto dei supereroi, ma anche qualcosa di più maturo, come Linus o Eureka. Non c’erano libri nelle case di nessuno dei miei amici, ma televisori in ogni stanza (due, a casa mia, dato che le stanze due erano). Che significò per me scoprire il teatro di Dario Fo, visto in camera da letto dei miei in un micro-televisore in bianco e nero (io dormivo nell’altra stanza, dove si cenava, in un divano letto. E, chiaro, di sera il televisore principale era blindato da mio padre). La televisione, in quegli anni, aveva un coraggio inimmaginabile oggi. La mia cinefilia è nata guardando in tv le retrospettive sull’opera di Fritz Lang o Federico Fellini (chi le fa più le retrospettive in televisione?). 

E se non ho avuto la fortuna, come Alberto, di una “educazione einaudiana”, di certo averla, una qualsivoglia educazione, era una cosa che i miei genitori (mia madre soprattutto) sapevano fosse importante (“Non fare la nostra vita. Studia!”).

 

Come portatori del verbo, missionari della cultura, bussavano porta a porta, nei nostri falansteri ultrapopolari, giovani venditori di enciclopedie. I miei si indebitarono per farmi avere dapprima I Quindici (ci sono bellissime pagine di Tommaso Labranca che raccontano quanto furono determinanti quei quindici volumi per la nostra generazione) e poi l’enciclopedia “tascabile” Garzanti in tredici volumi. Edizione del 1974. Avevo otto anni. Troppo colta per me, completamente inadeguata per la mia età. Ma l’ho consumata negli anni. Ce l’ho ancora. 

Insomma, quella Milano innovativa, che non conoscevo, nel bene o nel male s’era occupata anche di me. Aveva aperto una finestra, uno spiraglio, aveva messo in moto, con fatica, l’ascensore sociale. Ci entrai dentro, nell’abitacolo, forse per ultimo. Gli anni Ottanta iniziarono a serrare le file, il conflitto di classe (che c’era stato per davvero) si concluse con la vittoria del liberismo. Come racconta Alberto, ricordando i funerali di Umberto Eco, i vari Ronconi, Aulenti, Abbado, “volevano cambiare il mondo. Poi si trattò di difenderlo”. Uscito dall’ascensore, giunto al piano, trovai solo porte chiuse. Quella Milano, la Milano che non c’è più, forse mi avrebbe fatto entrare.

 

Alberto Saibene, Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è piùfotografie di Carla Cerati, Edizioni Casagrande, 153 pagine, 2021.

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