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Paul Ginsborg: sguardo, passione, impegno

Un grande insegnante. È questa la prima definizione che viene in mente pensando a Paul Ginsborg. Nei suoi anni di accademia e anche oltre in molti hanno potuto apprezzare lo stile fresco, coinvolgente, interattivo con cui conduceva lezioni e conferenze. Toni piani, chiari, domande e risposte calibrate, attenzione al ritmo di racconto e alla trasmissione dei concetti fondamentali. Consapevole che l’apprendimento passa dalla costruzione di una comunità imparante, in cui chi parla e chi ascolta sono parte di un unico processo formativo, preparava le sue lezioni con cura rimanendo aperto al confronto e alle digressioni utili.

Una vera e propria ventata di novità nel panorama delle università italiane degli anni Ottanta e Novanta, così ingessate. Uno stile che a volte veniva definito erroneamente “all’inglese” e che invece era totalmente suo, forgiato in anni di attenzione ai propri studenti e al proprio ruolo di trasmissore di sapere.

Naturalmente Paul Ginsborg fu moltissimo altro.

 

Nato a Londra nel 1945, studi e inizio carriera a Cambridge, arriva in Italia negli anni Ottanta seguendo i propri studi sul Risorgimento – del 1979 il suo Daniele Manin and the Venetian Revolution of 1848-49 (Cambridge Univesity Press) – confermando l’interesse di una certa scuola storiografica inglese, capitanata da Denis Mack Smith, per la storia della formazione e sviluppo dello stato italiano. Dopo aver insegnato a Siena e a Torino, nel 1992 è professore a Firenze, cattedra di Storia contemporanea.

Con la scelta di fare dell’Italia la sua nuova casa si evolvono anche i temi di studio e dal Risorgimento Ginsborg passa ad occuparsi dell’Italia contemporanea: nel 1989 esce Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi (1943-1988) (Einaudi) forse il suo libro più famoso e sicuramente quello di maggior successo, che unisce alla sintesi sistematica dei temi una chiarezza espositiva e una prosa così efficaci da farne un testo adatto non solo allo studio universitario. L’impianto dell’opera, incentrato sull’analisi dei movimenti “dal basso”, sull’azione dei corpi intermedi e sul rapporto tra i vari partiti della Prima repubblica, diviene ben presto un classico, contribuendo a ridefinire in Italia e all’estero gli studi sull’evoluzione italiana con una prospettiva diversa rispetto a quella in gran parte adottata fino ad allora. 

 

 

È proprio questo, probabilmente, il maggior contributo dello studioso Ginsborg al campo degli studi di storia italiana: la messa a fattore di un punto di osservazione altro rispetto a quelli solitamente adottati nella storiografia contemporanea. Una visione prospettica diversa da quella usuale, che riesce a porre in luce determinati punti di interesse solitamente messi poco in risalto dalla visione “nata e cresciuta” in Italia. 

Alcuni hanno visto in questa impostazione l’influenza dello sguardo “straniero” rispetto a un paese che costruisce di sé, spesso, immagini ombelicali. E sicuramente una componente dell’analisi di Ginsborg deriva dalla sua capacità di comparare in prospettiva più ampia, almeno europea, le pulsioni di un paese in netta trasformazione, ma sarebbe riduttivo inserire questa visione tra le conseguenze di un punto di vista “estero”. Ginsborg è tra quelli che si incaricano di portare in Italia le esperienze di studio già maturate in ambito internazionale ma calandole nella realtà e sensibilità italiana. Se Mack Smith incarnava la figura dello storico anglosassone che applicava una propria lettura storiografica al “caso italiano”, Paul Ginsborg insieme ad altri plasma il modello interpretativo della storia recente del paese da dentro, avvalendosi degli strumenti forgiati dagli sviluppi della storiografia europea per imbastire una lettura nuova e originale del paese.

 

Questo piano di visione, né “estero” né “locale”, permette a Ginsborg di evolvere i propri studi senza doversi legare a quelli che si possono definire i capisaldi della storiografia italiana del ‘900: egli ad esempio non si occupa se non marginalmente del tema dei temi della storia d’Italia del ventesimo secolo. Il fascismo non è che uno dei fattori da analizzare negli studi di Ginsborg, ad esempio per quanto riguarda l’eredità prossima che esso lascia alla neonata repubblica e nella prospettiva di un’analisi della “cultura fascista residua” nei partiti di massa. Presentando il fascismo come uno dei fatti, ma non il fatto per antonomasia del Novecento italiano, Ginsborg ha la possibilità di ricostruire una narrazione del secondo dopoguerra meno dipendente dai cliché delle letture contrapposte e più attenta ai movimenti popolari e alle scelte peculiari, a livello economico, sociale e politico, dell’Italia repubblicana. In questo modo è tra quelli che maggiormente riescono a mettere al centro dell’indagine i movimenti sociali che caratterizzano la trasformazione italiana della seconda metà del Ventesimo secolo e il loro rapporto con uno stato che costruisce e racconta se stesso come centro dell’azione pubblica.

 

 

Sbocco naturale di questa attenzione saranno gli studi attorno a una delle cellule costitutive della società italiana, la famiglia: il suo Famiglia Novecento. Vita familiare, rivoluzione e dittature 1900-1950 (Einaudi 2013) rappresenta un fondamentale studio sul comportamento e le trasformazioni dei modelli familiari della prima metà del Novecento in cinque paesi che svilupperanno regimi dittatoriali o autoritari: Italia, Spagna, Russia-Unione Sovietica, Germania e Turchia. Una visione a spettro ampio, che pone ancora una volta al centro dell’interesse gli individui e i loro legami di base, alle prese con le pressioni di architetture statali sempre più pervasive e invadenti. Un saggio che però si discosta dalla visione vagamente razzista di certa sociologia anglosassone che aveva parlato di “familismo amorale” in riferimento proprio alla situazione italiana. Si tratta anzi, ancora una volta, di spostare il focus dell’analisi rispetto alle ricerche tradizionali: il vero centro dell’interpretazione è il rapporto famiglia-stato in cui però è lo stato che, agendo con la propria violenza pervasiva ma al contempo non riuscendo a imporsi come vero possibile centro di gravità della vita sociale dei singoli, costringe le famiglie stesse a sopperire alle inefficienze e mancanze pubbliche proteggendo i propri membri.

 

In questo l’analisi di Ginsborg continua ad essere incardinata sul rapporto singoli-stato e più in generale su un confronto dialettico tra strutture e movimenti “dal basso”. Una grande lezione che ha contribuito a porre stabilmente sulla scena storica del paese un nuovo attore, l’individuo, e la sua dimensione pubblica collettiva, la società civile.

Ed è proprio all’interno di questa lettura dei rapporti che si possono considerare le prese di posizione del cittadino Paul Ginsborg. Con una continuità e coerenza innegabili, quando si tratta di porre in questione il ruolo degli intellettuali nella vita pubblica di fronte a trasformazioni epocali, egli veste in prima persona il ruolo di membro attivo della società. Ormai storico affermato e con una voce riconosciuta a livello pubblico sui temi della pubblica istruzione (ha fatto parte della commissione di saggi incaricati di indicare la mappa dei saperi prevista dalla riforma scolastica Berlinguer) decide di spendersi in prima persona nelle tensioni sociali aperte dal secondo governo Berlusconi partecipando attivamente alla stagione del “girotondismo”. È capofila, insieme al professore di urbanistica Francesco “Pancho” Pardi, della cosiddetta “marcia dei professori” che si si tiene a Firenze il 24 gennaio 2002 contro gli attacchi del governo alla magistratura. Al grido di “la democrazia è in pericolo” Ginsborg diverrà uno degli animatori dell’azione politica dal basso, portata avanti insieme a larghi strati della società civile di sinistra.

 

 

Una militanza forte e consapevole, che però nel complesso non riesce a superare lo stato di protesta sociale e diventare azione politica. Forse in questo vi fu, da parte di chi prese parte al movimento la sottovalutazione di un fatto che probabilmente uno sguardo prospettico più distaccato, “alla Ginsborg”, avrebbe evidenziato. I girotondi arrivavano dopo Genova 2001, un trauma collettivo in cui le piazze erano state brutalmente esautorate del loro carattere di volàno sociale per diventare luogo di inutile sfogo prima e poi, sempre di più, di repressione. Senza l’appoggio concreto della sinistra politica il movimento declina rapidamente. 

Ginsborg si occupa allora di affrontare quella temperie politica con una metodologia che gli deriva dall’esperienza scientifica. I suoi saggi sul berlusconismo come fenomeno duraturo nel panorama politico italiano – su tutti Berlusconismo. Analisi di un sistema di potere, a cura di e con Enrica Asquer, Roma-Bari, Laterza, 2011 – se all’epoca vengono letti, da una determinata stampa, come dei semplici attacchi politici, contengono in realtà molti spunti utili per analizzare e comprendere il ventennio di frequentazione del potere di Berlusconi e l’impatto del modello Arcore sulla visione complessiva della politica in Italia oggi.

 

Di quella stagione nell’esperienza di Paul Ginsborg rimane soprattutto il carattere di esempio e di visione del ruolo dell’intellettuale e più in particolare dello storico, che deve essere parte attiva della società in cui vive (Ginsborg ha Gramsci tra le sue letture di formazione giovanili) avendo la capacità di combinare i propri studi rendendoli specchio di una consapevolezza più ampia, e cioè che chi si occupa delle scienze umane è anche parte della propria materia di studio. Uno studio che deve scaturire in un impegno civile, anzi civico, di attenzione al proprio ruolo nella società e anche alla consapevolezza di essere membro di un insieme più ampio in cui si può, anzi, si deve, incidere.

Questo impegno è frutto di consapevolezza del proprio agire pubblico, cioè, in sostanza, del ruolo politico di ognuno, e alimentato dal fatto che questo ruolo politico va sostenuto con l’interesse, la cura, la partecipazione attiva. In una parola, con le passioni.

 

Ed è proprio Passioni e politica, scritto insieme a Sergio Labate (Einaudi 2016) il libro che raccoglie l’idea che sia necessario l’impegno di ognuno per difendere il bene pubblico e che sia necessario salvare dalla ormai imperante dittatura del mercato almeno le passioni, che sono il motore stesso dell’azione pubblica dei singoli e quindi la possibilità più concreta di cambiamento rispetto a un mondo che sta prendendo derive preoccupanti.

Il lavoro di Paul Ginsborg è caratterizzato, come spesso accade agli storici di valore, da un punto di vista originale e da un’attenzione ai veri protagonisti dello scorrere del tempo: gli esseri umani. Un’attenzione che si è prolungata nella vita fuori dalle aule universitarie per tentare di stare nel mondo, il luogo in cui un intellettuale, in fondo deve stare. È forse questa la lezione più importante, tra le molte lasciateci da questo grande insegnante.

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