Alfabeto Pasolini

Pinocchio, cosa insegnarti se non l’amore?

La platea è coperta da un telo macchiato di rosso. Il palco, misterioso, mostra bene luci, fari che saranno imbracciati per evidenziare gli attori e certi dettagli. Un telo circolare in terra con sbaffi rossi, come pista per i cavalli. Una scaletta per acrobati. Il circo, racchiuso nel buio del fondo di quella caverna che genera immaginazioni. Pezzi di legno su una lettiga: intorno, in piena luce, ramaglie potate, bruciate: Pinocchio non c’è, il burattino di legno non c’è, è il resto di un falò. Pinocchio è un mistero.

Enigma si intitola l’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca, prodotto con Ert, rappresentato al Bonci di Cesena, a India a Roma, all’Alighieri di Ravenna, all’Arena del Sole di Bologna, in pochi luoghi, in un sistema teatrale che non ama l’arte profonda, gli enigmi appunto, come questo Requiem per Pinocchio; un sistema dello spettacolo che vuole tutto spiegato, tutto prosastico, che non capisce i canti disperati e lievi, pieni di aria, magmatici

 

La Fatina appare, prima di Pinocchio, come un essere misterioso, piccola grandissima donna, voce profonda, presenza magnetica, depositata sotto un velo, come un dono, da un gigantesco danzatore, un Mangiafoco che diventa sostegno a magici pas de deux con quel corpo lucente e diverso, quello di Chiara Bersani, attrice piccola, piccolissima e gigantesca di sensibilità e presenza. 

 

Io sono tutto ciò che questo mondo

non vuole. A cavallo fra i mondi

vengo da un lontano

dove il respiro non conta.

 

dice, con i versi e con la voce di Mariangela Gualtieri. La poeta al centro della platea la doppia, la specchia, la raddoppia e la sdoppia, con la voce alterata dal semplice espediente bambinesco di un dito in bocca. Parole provenienti così da un altro mondo: Pizia, parlata da un altro Io, il dio del tempo lento, della compassione tra tutte le cose, della vita un po’ morte, della morte che preme la vita.

 

Di tutti gli animali sovrana io sono.

Lumaca sono, lumaca

che va molto piano. Ma lento qui

non funziona. Lentezza io amo.

Andare piano non piace qui.

 

Nel raccontare uno spettacolo con la scrittura molto si perde. Si smarrisce quel suono incalzante sulle percussioni, di attesa, quel raspare che introduceva. Svaniscono le variazioni elettroniche, alla voce, ai suoni, la lotta al vento, i canti sottili che entrano sulle azioni, sulla deposizione della fata, sul Mangiafoco, il bravo possente Matteo Ramponi, che prende quelle ramaglie, quei resti di Pinocchio, le solleva, le ostende e come in processione solenne le conduce fuori scena, trasformato anche lui in pianta, in animale, in dio cornuto.

 

 

Pinocchio irrompe, con un vestito cerimoniale, e subito è slogatura, tentativo di stare in piedi, lallazione, “paa - pà”, “maaam - mma” sillabati, sibilati, lotta a vivere, a gridare la voglia di essere, diversa, corpo femminile e maschile, né femminile né maschile, corpo di lei, Silvia Calderoni, corpo che invoca – nella vita, in altri spettacoli – il diritto alla differenza, la gioia politica della differenza, corpo qui esibito anche per questo e l’immensa dinoccolata capacità di trascinare lo spettatore per ritmici slittamenti e riprese in altri mondi, desiderati, lottati, combattuti, ascoltati, prefigurati.

Colpi. Strofinii sui tamburi. Respiro ancora. Con un giunco Pinocchio fende l’aria, la suona.

 

Non volevo dirglielo. Non glielo voglio dire.
Non voglio dirglielo.

Non posso buttar giù parole sconsolate

per chi comincia ora. Non posso dirglielo. 

 

Dietro Mangiafoco, sotto il suo mantello, Pinocchio crea un cavallo dal barbuto busto umano: “Tutto è santo” diceva il centauro Chirone nella Medea di Pasolini. La Natura, prima della conoscenza e del dolore del viaggio, della trasformazione, della conquista, è santa. E Pinocchio è un pezzo di natura, è quella linfa che corre nel legno, quel sangue che ribolle l’adolescenza, che rende i corpi inadatti alle gabbie di questo mondo burattinesco, corpo insofferente burattino lui stesso, ipercinetico o troppo lento, troppo sdraiato, troppo volante, impaziente di abbecedari e can(n)oni come sbarre stringenti.

 

(Non sto raccontando, non sto analizzano. Sto accumulando gli elementi di un Enigma cresciuto per lente prove, sull’aia della casa di Cesare Ronconi, il regista, e di Mariangela Gualtieri, la poeta, quando Cesare ha chiesto a Silvia di tornare a lavorare con lui dopo Paesaggio con fratello rotto del 2004, dopo quell’incontro di due diverse, straripanti energie.)

 

Silvia si dimena, con la maturità dell’attrice che ormai ha calcato per un paio di decenni i palcoscenici sempre alzando lo stendardo della ricerca radicale e si lascia andare in danze, in scatti in cui non sai mai se riuscirà a rimanere in piedi o se crollerà trascinata dalla sua stessa energia, se non si farà disossare dalla sua spinta a voler essere, a voler fare. Ma resiste sempre, scatta, fugge bilanciando continuamente assenza e presenza, accelerazione e rilassamento. Cercando.

 

E poi c’è l’amore. Capitolo enorme gigante.

Che dirti? Che dire? L’umano va ben sostanziato

impastato di questo elemento chiamato l’amore.

Se no viene bruttissimo dentro.

 

 

È sempre la fata che parla. Assente e presente è la fata, nascosta in un angolo, sotto un velo (certe volte si sente solo il suo respiro, il suo ansimare). La voce lontana, diffusa dalla platea e proiettata sul palcoscenico, forse spiega il mistero, o perlomeno lo enuncia: il mistero degli umani che vogliono dare nome a tutte le cose, precipitarle nel peso dell’identità:

 

Solo solo agli umani serve dar nome

che il resto dorme raccolto in un unico suono

che è questo – sentilo.

 

Sentilo questo nome senza suono. Taci.

Lo senti? È questo. Era quello, prima che

la voce dicesse è questo. Era quello.

 

La voce che viene dalla platea sembra parlata dalla fata, che muove la bocca senza voce, in un sincrono che pure ogni tanto non regge il ritmo sapienziale e volutamente perde colpi, slitta, lascia andare le labbra per proprio conto.

Sono cose, quelle che vediamo, le figure, i personaggi: mai però oggetti, esseri reificati, consumabili, capaci di dominarci: sono uno smarrirsi nella dolcezza e nella crudeltà dell’essere, del muoversi, del provare a vivere, staccandosi, divisi.

 

Un tempo si credevano gli umani

d’essere meglio degli altri, loro migliori

di tutto il resto. Ma adesso lo sappiamo 

 

Non basta l’alto ragionamento. Non bastano 

Le mani, le parole, le religioni, l’arte non è

Abbastanza, la scienza, l’armamento, il farmaco

[…]

 

Ci sono grilli intelligentissimi.

Questo ti voglio dire.

Si può imparare da loro. Non sei migliore.

Ecco. Apriamo il tuo orecchio

così puoi capire l’antica lingua dei grilli.

 

 

C’erano caprioli che guardavano le prove, intorno a quell’aia della casa di Cesena, e potature di vite e di olivo. Qui c’è quel respiro del meraviglioso fatto in casa nei fari imbracciati a mano, nelle voci che accompagnano e sospendono in aria, nei calci dati da Pinocchio a una realtà a cui non ci si può abituare, nel suo sfuggire alle braccia che cercano di trattenerlo e di impedirgli di cadere portato dalla propria furia. C’è un mistero profondo in Chiara e in Matteo che la sostiene, la porta verso il cielo, la depone, la cura... C’è un senso di pace e di sfida in quella voce che passa da una all’altra, una rivelazione dei trucchi del teatro che aprono mondi non descrivibili con le categorie quotidiane.

Ci sono brusii, mormorii, come il sorgere e pulsare dell’universo. C’è bisogno di fuga, di solitudine, di differenza, e il timore, sempre profondo, del salto nel vuoto. “Bello, bello qua” dice a frammenti Pinocchio, ma anche “sei dentro il tempo / il tempo ti spegne, ti frena”.

È rimasto poco, durante le prove, del testo di Mariangela Gualtieri. Ma quel poco è essenziale: penetra, apre pozzi e orizzonti.

 

Estremo prodigio in lui. Prodigio pieno.

Ciò che manca in lui risplende.

Qualcosa che non c’è 

si fa evidente – presente.

 

ancora ripete la fata, che chiude con un’altra voce, quella di Mariangela, bambina carica di anni e esperienze, poeta incantata che interroga il dentro, gli alberi, gli animali, le arterie, quei piccoli animali che sono gli incontenibili giovani della donna e dell’uomo:

 

Adesso che la casa sta bruciando

è meglio non essere di legno

adesso che la casa sta bruciando

guardiamo lo spettacolo del fuoco

dimentichiamo la parola dopo

la parola domani s’è esaurita.

Bruciàti i giorni, bruciàte le ore

non c’è più tempo per spegnere il fuoco.

Spalanca gli occhi su questo splendore

il gran finale durerà più poco.

 

 

Silvia Curreli e Elena Griggio erano prefiche, sacerdotesse, anime del canto in scena. Ai lati della platea invasa dal teatro – il pubblico nei palchetti e nelle gallerie – Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta creavano tempeste, scoppi, soffi di suono. 

Tutto era un circo, c’era perfino un’apparizione di Pinocchio con un lungo cappello a cono, come d’asino ma senza orecchie, con una porta con sopra segnata, disarticolata, la parola 

 

S  I  O

P  E

R  O

 

E c’era un momento di trionfo, la fata e tutti schierati alzavano rami fioriti e il respiro, il sospiro, il fiato interno trionfava, in questi perigliosi mirabili slanci di fuggitivi acrobati.

 

Le fotografie sono di Simona Diacci Trinity.

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