Pinocchio, o il fuoco dell’adolescenza

Il Pinocchio del Teatro Valdoca con la regia di Cesare Ronconi è Silvia Calderoni, attrice che in scena si muove, corre, si agita, brucia, traducendo in avventure fisiche le storie del burattino di Collodi. Il pezzo di legno c’è, in mezzo alla platea svuotata delle sedie del teatro Bonci di Cesena, dove ENIGMA. Requiem per Pinocchio, con i testi poetici di Mariangela Gualtieri, debutta in prima assoluta venerdì 14 e sabato 15 maggio. In realtà non è un pupazzo: Pinocchio, su una portantina-barella nel parterre, è un mucchio di tronchetti e rami di potatura di viti e olivi che culminano in una testa sbozzata. Accanto alla protagonista, la Fata è Chiara Bersani, con il danzatore Matteo Ramponi come Mangiafoco, con il canto di Silvia Curreli e Elena Griggio e gli interventi musicali dal vivo di Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta.

 

 

Perché avete scelto Pinocchio?

L’origine dello spettacolo è molto semplice. Nasce un po’ per caso. Ero a Venezia a fare un seminario all’università inglese e dormivo alla Giudecca. Silvia lavorava in un’isoletta vicina. Passeggiando, ho visto la scultura di un artista: era una figura simile a Silvia e mi richiamava alla mente anche Pinocchio: dinoccolata, magrissima. Succede che la sera lei mi chiama e mi chiede se mangiamo qualcosa insieme. Ci incontriamo e le dico: avrei voluto regalarti una piccola scultura che ho visto oggi, ma ormai il negozio era chiuso. Sembri tu e sembra Pinocchio. Mi piacerebbe che tu facessi Pinocchio con me. E lei mi risponde subito: sì, lo faccio, anche gratis.

 

Con Silvia avevi lavorato molto tempo fa.

Sì, in Paesaggio con fratello rotto, del 2004. Lei precedentemente aveva fatto con me due corsi della scuola per attori di Ert, Imparare è anche bruciare. La conoscevo dal 2002. Insomma, quella sera finisce che ci diciamo: ne parliamo in futuro, di Pinocchio. E questa cosa mi è frullata nella testa. In altri miei spettacoli il burattino era presente come scultura; in Fuoco centrale era la danzatrice Cristina Kristal Rizzo che guardava quello che accadeva e in altri miei lavori diventava una figura impertinente rispetto alla scena.

 

Immagino che a un certo punto hai proposto a Mariangela di scrivere un testo.

Sì, e lei mi ha detto: lascia perdere, è una favola brutta. E io, di rincalzo: ma è nota in tutto il mondo, il suo successo dimostra che ha qualcosa che supera l’orrore che può suscitare.

 

Insomma, quando avete iniziato a lavorarci?

L’esordio del progetto è avvenuto due anni fa. Silvia è venuta in campagna da noi e ha provato a fare alcune cose. L’idea iniziale prevedeva la presenza di un coro, che poi, anche a causa delle restrizioni imposte dal Covid-19, non si è potuto realizzare. Quello che emerge dal lavoro, forte, è un discorso sull’infanzia e sull’adolescenza. L’adolescenza è un momento privo di sensori chiave, sia fisici che mentali. Silvia è perfetta. Non avrei potuto fare Pinocchio con nessun’altra: lei ha un corpo pubblico, politico, e ha un’anima profonda, grandissima.

 

 

Accanto a Pinocchio emerge, dai testi scritti da Mariangela, la Fata, che hai affidato a Chiara Bersani, attrice che fa della propria diversità fisica una risorsa auratica, impastata insieme di delicatezza, fragilità, sensibilità esposta. 

La Fata è un personaggio chiave, è il referente dei turbamenti, dei problemi, e anche della retorica dell’opera. Il testo narrativo è pesante, con la sua affermazione di valori, essere bravi… essere buoni… Non ha a che fare con l’adolescenza e con i suoi smarrimenti, i suoi deragliamenti. Chiara Bersani mi sembra la Fata giusta. Avrebbe dovuto fare già tempo fa alcuni seminari con noi, ma poi ci siamo resi conto che i nostri laboratori sono sempre molto fisici e nella sua situazione non era possibile partecipare. L’abbiamo chiamata per Pinocchio, abbiamo lavorato due giorni insieme con lei e con Matteo Ramponi, un danzatore che in alcuni spettacoli, per esempio Il canto delle balene, accoglie, sostiene il suo corpo. E ho pensato a lui, alto, grande, con la barba, come Mangiafoco. Ho aggiunto tre musicisti che suonano dal vivo, in acustica ed elettronica, Attila Faravelli e Enrico Malatesta, che lavorano con noi da tempo, più Ilaria Lemmo, e Silvia Curreli e Elena Griggio, due attrici di Giuramenti, il nostro ultimo spettacolo corale del 2017, che cantano.

 

La Fata di Chiara Bersani viene sdoppiata da Mariangela...

Mariangela si trova davanti a un leggio su un palchetto e legge i testi, ma non si vede il gioco, non è esplicito. La voce della Fata la apre Mariangela: Chiara labia con coerenza, ma anche con qualche fuori sincrono, come pertinenza mentale, e dà corpo a quella voce. Mariangela usa una lingua frammentata, infantile: si capisce che stanno anche giocando fra loro.

 

Tra l’altro il testo scritto da Mariangela è stato ridotto durante l’allestimento. Nella bozza per il libretto di sala leggo: “Le parole scritte e dette ci hanno accompagnato ogni giorno durante le prove. Alcune – soprattutto i dialoghi più favolistici – sono state scartate subito, altre, i frammenti filosofici, sono rimaste con noi fino agli ultimi giorni, per poi restare lì, in un tacet. I molti versi scritti per la figura di Pinocchio sono quasi tutti saltati via, come ingombro non necessario”.

Pinocchio parla pochissimo ma si muove moltissimo. La lingua, in lui, è inutile rispetto al corpo, non è una persona colta, non si affida al linguaggio. A due giorni dal debutto è rimasto solo un brano frammentario, che legge. È un corpo e un’anima in pena. Per la prima volta, anche per l’assenza del coro, presenza comune in molti nostri lavori, non è uno spettacolo epico, ma è un lavoro di grande stratificazione, un discorso sottilissimo, delicato e violento, sulla percezione della vita. Pinocchio è esposto, sempre, come Silvia lo è sulla scena e nella vita.

 

Puoi approfondire il lavoro con Silvia, attrice da molti anni degli spettacoli politici (e non solo) dei Motus, che ha fatto bandiera del suo rifiuto dei generi, sessuali, identitari, politici possiamo anche dire, anche se ciò implica una scelta di campo precisa?

Silvia è autrice. Ma tutti quelli che lavorano in Pinocchio sono autori. Ognuno nello spettacolo ha portato un suo mondo. Io ho dovuto rispettarlo, come fu per Caino, del 2011, in cui lavoravano Danio Manfredini, Raffaella Giordano, Mariangela, Leonardo Delogu. Ho tenuto conto delle singole peculiarità. Silvia è sempre molto propositiva. Quando l’ho incontrata per la prima volta, tra 2002 e 2004, era una ragazzina che aveva fatto solo un seminario con Pietro Babina. È diventata la geisha di Paesaggio con fratello rotto, e per lei quello è stato uno spettacolo nodale: le ha dato forza, l’ha convinta che quella era la sua strada. Ora è a un punto massimo di esposizione. Come Pinocchio forse quando vince perde e soprattutto quando perde vince, perché deve capire i motivi per cui ha perso. Mi piaceva lavorare con lei, non solo per il legame affettuoso che ci stringe. Quello facilita certo il lavoro, che si basa soprattutto su una stima profonda e sulla voglia di ascoltare. Lo spettacolo richiede una grande forza fisica: si muove in uno spazio bipolare, come Pinocchio: va e viene tra la platea sanguinaria, colorata di rosso e di bianco, e la testa del palco tutta nera, con una musica forte in platea. Mi ricorda un po’ Lo spazio della quiete, lo spettacolo senza parole che facemmo alle nostre origini, nel 1983.

 

 

Filo conduttore è l’adolescenza, un’età che percorre quasi tutti i tuoi spettacoli, o molti di essi, come Ossicine (1994), Fuoco centrale (1995), Paesaggio, Giuramenti, con vere e proprie tribù di ragazzi in scena.

Per me l’adolescenza è la negazione dell’essere allevati in modo preciso; è il momento in cui rifiuti i contesti che ti vengono imposti. È un momento di rottura del linguaggio, quello che si esprime nella cultura, nei libri, messo in difficoltà dalle azioni fisiche. Siamo diventati sempre di più sudditi invece che cittadini: il linguaggio alleva le persone, rende prigionieri di concezioni e di obblighi. Ricordo la mia adolescenza: io sono stato un bambino ligio e poi un adolescente aggressivo. Mio padre è morto quando avevo quattordici anni e allora ho come perso la possibilità di giocare le carte di un’infanzia addomesticata. Nell’adolescenza sono scoppiate le bombe interne alla mente. E le stesse, gli stessi impulsi di quell’età, me li ritrovo ora, alle soglie dei settant’anni, modificata. Senti che il corpo ti dà informazioni molto forti, quotidiane, come allora, ma ora sono come rovesciate, non dico fino all’implosione... Da adolescente commetti errori, cose sciagurate, e col tempo te le ricordi. Commettere adesso quelle sciagure è visto in modo negativo, come il transito verso qualcosa che non conosci. Dopo l’infanzia e prima della morte per me c’è una lunga adolescenza.

 

Tu sei sempre stato artista più che semplice regista. I tuoi spettacoli sono pieni di materie, con molti momenti installativi, con i corpi segnati di colori, dipinti, con l’impiego di materiali come canne, pietre, terra, con luci espressiviste e un uso inventivo degli spazi.

Ho sempre costruito spettacoli epici, corali, lanciati dalle mura della città. Ora sono in una fase più riflessiva, ma in essi c’è una vitalità individuale superiore a quella dei tempi passati. Pinocchio è uno spettacolo molto cauto e molto azzardato. Mariangela ha fatto una gran fatica a comporre i testi, perché le ho sottratto la storia, la trama. Ha dovuto scrivere una cosa parallela. Ripeto: mi sembra di essere tornato allo Spazio della quiete, con la differenza che quel lavoro si svolgeva nel silenzio assoluto e questo comunque invece ha parole e suoni. In realtà non so cos’è: lo scopriremo venerdì 14 sera al debutto. Spero che non ci sbranino e che non ci ignorino, il che sarebbe peggio ancora. Lo spettacolo è stato costruito in due anni, tra difficoltà enormi, dovute anche all’emergenza sanitaria. Siamo stati sostenuti da qualcuno e questo ENIGMA è un messaggio per capire cosa è essere umani. È una reazione forte al mondo che ci troviamo intorno e a quello che è successo in questo anno, per cercare di vivere.

 

Pinocchio in scena è anche fatto di pezzi di legno, una scultura in platea.

Ma soprattutto è un essere vivo: è Silvia, in movimento. Lei guarda continuamente quei resti di potatura, nei suoi gesti ha la consapevolezza del legno del burattino. In continuazione osserva quella scultura, perché capisce che non si sente vivere: si interroga su cosa sia essere materia e cosa sia essere materia pensante. Ma quel legno inerte è in relazione con il movimento della persona. Così come la Fata è una bomba: con lo sdoppiamento di cui dicevo hai contemporaneamente la presenza e l’assenza.

 

 

Replicherete lo spettacolo?

È una coproduzione con Ert Fondazione. Dovremmo avere altre date in autunno, ma sono ancora da definire. Al debutto verranno a vederlo gli organizzatori di altri teatri. Ma i grandi enti mi sembrano molto burocratizzati. Questo periodo è stato terribile. Trovo scandaloso che non si sostengano i giovani artisti, che non si diano borse di studio per ricercare, per permettere di vivere e di creare. È assurdo che le residenze, come quella dell’Arboreto, che ci ha ospitati, non abbia finanziamenti, che possano tenere una compagnia al massimo per una settimana… Quelli che hanno sofferto di più in questa situazione sono i giovani. Basterebbe togliere una piccola fetta dei finanziamenti degli stabili per dare ai giovani artisti la possibilità di studiare e di produrre. Ma nessuno sembra voler cambiare, riequilibrare il paesaggio. Bisognerebbe decuplicare i fondi per le residenze, togliendoli agli stabili.

 

Il primo spettacolo ufficiale della Valdoca è del 1983, ma avete iniziato, in realtà, nel 1979. Un bilancio di cinquant’anni di teatro, con tante creazioni originali?

Sarebbe positivo. Ho fatto sempre quello che desideravo, anche se spesso siamo stati circondati dalla disattenzione sulle profondità del lavoro. Per esempio è difficilissimo avere critiche ampie, ariose, competenti. C’è una crisi della critica, dei critici, che magari scrivono libri, ma manca completamente quel confronto, quel riscontro immediato che una volta era costituito dalle recensioni dei giornali. Ora sembra tutto più ovvio, spianato, e in realtà c’è poco spazio, soprattutto per chi emerge. Io ho fatto ormai cinquanta-cinquantacinque allestimenti: il problema è di chi inizia. C’è troppa burocrazia che strozza. Guardate per la nomina del direttore di Ert: sono passati cinque mesi, hanno litigato, si sono bloccati. Non si fa così! Ci vuole più agilità. Ci sono tanti giovani, c’è tanta gente giovane, brava, che non riesce a lavorare e non riesce a farsi vedere.

 

Quali sono i titoli, tra i tanti che hai creato, ai quali sei più affezionato?

Lo spazio della quiete. Poi Ossicine: c’era una gran gioia a farlo, è stata la scoperta della tribù. Quindi Fuoco centrale, abbiamo speso più in vino che in costumi. Paesaggio con fratello rotto, importantissimo, un lavoro che è stato trattato male all’estero. Poi ricordo tutti i seminari, la scuola fatta per Ert, sempre con risultati entusiasmanti. Giuramenti è stato un sigillo forte di lavoro, epico. Ma ce ne sono tanti altri, spettacoli amabili. Le tre Antenate, per esempio. Abbiamo fatto molte cose. Più di quello che si poteva fare.

 

 

Concludo con Mariangela Gualtieri, con alcuni dei versi ‘filosofici’, ‘metafisici’, scritti per la Fata, una deliziosa salita negli abissi, una dismissione dalla coscienza infelice della pedagogia occidentale (?).

 

Un tempo si credevano gli umani

d’essere meglio degli altri, loro migliori

di tutto il resto. Ma adesso lo sappiamo.

 

Non basta l’alto ragionamento. Non bastano

le mani, le parole, le religioni, l’arte non è

abbastanza, la scienza, l’armamento, il farmaco,

la trasfusione, il bombardamento, le protesi dentali,

il ricettario, la fusione dell’atomo,

l’abbecedario non basta per l’educazione.

 

Ci sono grilli intelligentissimi.

Questo ti voglio dire.

Si può imparare da loro. Non sei migliore.

Ecco. Apriamo il tuo orecchio

così puoi capire l’antica lingua dei grilli.

 

Ci sono lumache pazientissime.

Si può imparare da loro. Non sei migliore.

È antico ingegnere spaziale, ciò che chiami

lumaca. Sa il segreto delle galassie.

Apriamo il tuo orecchio alla lingua sua siderale.

 

Le fotografie, dalle prove al teatro Bonci di Cesena, sono di Simona Diacci.

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