Susan Choi. Esercizi di fiducia

Un martedì di zona rossa io e mia sorella, munite di mascherine e consueto cattivo umore pandemico, attraversando il ponte di un parco di Torino, ci siamo imbattute in un ragazzo che voleva buttarsi giù. Fu un’esperienza strana e spaventosa. Sul momento però mantenemmo una freddezza imprevista. Io, non appena compresi i suoi intenti, placcai il ragazzo che stava oltre la transenna del ponte, mia sorella, a sua volta, bloccò un ragazzo arabo che faceva jogging nel parco. Il runner senza dire una parola sollevò l’aspirante suicida riportandolo nella parte sicura del ponte. Passammo poi gran parte del pomeriggio con loro, parlammo molto ed infine ci assicurammo che il ragazzo contattasse e raccontasse dell’accaduto al suo psichiatra.

La cosa perturbante però avvenne la sera quando io e mia sorella iniziammo ad interrogarci reciprocamente sull’esperienza che avevamo vissuto, come se dubitassimo se fosse accaduta realmente. Più ne ripetevamo i dettagli e le nostre reazioni e più ci sembrava inventata. Il risultato di un avvenimento scioccante si tramutò rapidamente in una narrazione, creata da due menti forti solo dell’aver vissuto insieme una stessa situazione. Una storia verosimile, ma sicuramente adattata. Ad oggi non riesco a distinguere il mio racconto da ciò che ho vissuto.

 

Fotografia di Guy Bourdin.


Sarah e David vivono un tormentato amore adolescenziale. Come recita ammiccante la quarta di copertina “per David l’amore era dichiarazione. Che altro se no? Per Sarah, l’amore era un segreto condiviso. Che altro se no?”. Morale della favola, i due giovani eroi, vicini ma irraggiungibili, si desiderano senza mai possedersi. Il romanzo è ambientato in una non identificata città americana, dove occorre avere un’automobile per gli spostamenti, c’è molto cemento e fa sempre caldo. Frequentano una scuola di teatro per giovani talenti in mezzo ad altri adolescenti turbati e irrisolti e ben poco talentuosi. C’è uno strano professore che esercita un inquietante e ambiguo carisma sugli aspiranti teatranti e sceneggiatori. Sin dalle prime pagine del libro si avverte una pungente avvisaglia di abuso sessuale, di gioco di potere, di sopraffazione e violenza che resta lì, quiescente, non indagata, perforante per il lettore che dubita dei personaggi, di chi scrive e infine di se stesso.

 

Tanto più che la seconda parte del libro contribuisce a confondere ulteriormente le acque. Abbiamo una Sarah adulta e quasi collaterale, un David calvo e petulante totalmente antitetico rispetto all’adolescente virile, dinamico e fascinoso che ci eravamo ormai abituati a conoscere ed un personaggio rimasto marginale nella prima parte del libro che diviene sorprendentemente protagonista. È Karen, poco menzionata ed ordinaria amica dell’eclettica ed enigmatica Sarah, che si appropria in modo quasi aggressivo del punto di vista principale e che racconta “la sua versione dei fatti”; una storia simmetrica a quella di Sarah, in cui cambiano gli attori, i protagonisti, gli amori o le angosce. Una storia più concreta, meno romanzata, che ha però lo stesso odore penetrante di omissione e trauma, in cui spicca, per la seconda volta, la necessità di una reinvenzione ai fini di sostenere la drammaticità di abusi e soprusi che troppo spesso si incontrano nella vita sotto forma di pacate molestie, di educate manipolazioni, di violenza psicologica mascherata da “carisma del mentore”.  

 

Gli Esercizi di fiducia di Susan Choi, non sono quelli che Sarah e David mettono in atto durante il loro corso di teatro, ma quelli che l’autrice fa sperimentare al lettore. “Fidati della narrazione, non metterla mai in dubbio”. Sembra che riecheggi questo consiglio (o minaccia) per tutte le 311 pagine del romanzo. E il lettore, da sempre predisposto a mettersi nelle mani del narratore, a credere acriticamente alle sue parole, prova in tutti i modi a “prender per vere” le parole dell’autrice, a seguire un fil rouge inesistente, a cercare coerenza nei personaggi, se non fosse che ad un certo punto la narrazione diviene così destabilizzante da irritare chi legge, da fargli pensare di essere di fronte a una grande menzogna. Questo mi ha fatto tornare in mente un altro libro sulla mistificazione letteraria, la Trilogia della città di K, di Ágotha Kristóf, una cui sezione si intitola proprio La terza menzogna. Nel capolavoro dell’autrice ungherese i due gemelli Lukas e Klaus sono il medesimo volto, scisso in due storie ed in due personaggi, della medesima traumatizzante esperienza. Come una specie di mantra la Kristóf ripete al lettore, “qualsiasi storia, anche la più mediocre e squallida è meglio dell’inconfutabile brutalità di una storia vera”. 

 

Erwin Wurm, One Minute Sculpture (1997).


Esercizi di fiducia è un romanzo complesso, che sfida le capacità di comprensione e di ricostruzione del lettore. Vi sono due giovani donne a contatto con la violenza maschile, con il repellente sessismo che si cela dietro ad ambienti che si presentano come intellettuali ed elevati, con un’omertà perenne, che non dà vie di scampo, che loro stesse reiterano. Sarah e Karen raccontano storie al lettore e raccontano storie a se stesse, le loro narrazioni diventano a un certo punto così incoerenti da infastidire chi legge, così simmetriche da divenire sospette. Viene quasi da chiedersi, ma non è che le due donne sono la stessa persona? Sarah la versione romanzesca ed edulcorata di una storia di abusi e Karen (pure il suo nome è banale, ce lo dice la scrittrice con l’ennesima estraniante incursione) la ricostruzione più piatta ed ordinaria del dolore?

Pian piano si comincia a sospettare che Esercizi di fiducia sia il romanzo della narrazione del trauma. Degli escamotage narrativi che la vittima mette in atto laddove vi è un mondo non disposto ad ascoltarla, dove una donna se l’è cercata, dove il ricordo represso assume le forme di una storia assurda, banale, incoerente che cerca disperatamente di normalizzare ciò che normale non è. La storia ordinaria di Ágotha Kristóf che attenua l’orrore del reale, io e mia sorella che fatichiamo a distinguere il nostro racconto dalle sconcertanti emozioni che un’esperienza reale ci ha smosso.

 

Ciò che Susan Choi riesce magistralmente a fare, oltre che un’operazione letteraria degna di nota, è indurre il lettore a interrogarsi su chi sia veramente il mostro. I mostri sono le evanescenti e confuse figure maschili che assumono la forma di un eclettico insegnante, di un attore anagraficamente più grande venuto dall’Inghilterra per mettere in scena Candide, di una vecchia gloria del teatro accusata di molestie sessuali? I mostri sono le ragazze avvolte dalle loro menzogne, dai racconti completamente fuorvianti del loro quotidiano o delle loro pene d’amore (del resto una ragazza che fa kitesurf come potrebbe aver subito uno stupro la notte prima)? O il mostro è il lettore, malpensante, malizioso, che vede il sopruso dove non c’è, che cerca la molestia che non è mai nemmeno accennata, che sente un grido di dolore disperato, una richiesta d’aiuto da personaggi dalle cui bocche non esce assolutamente nulla?

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San Francisco, 1970 by Lee Friedlander.