Maria Grazia Calandrone. I genitori ritrovati

29 Settembre 2023

Dove non mi hai portata, della scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone edito da Einaudi e finalista al Premio Strega 2023, è un romanzo che racchiude in sé autobiografia, testimonianza, storia e fiction.

In una calda estate del 1965 una coppia, Lucia e Giuseppe, “abbandona” una neonata su un prato di Villa Borghese confidando nel fatto che qualcuno si prenderà cura di lei. Dopo questo gesto estremo e disperato, l’uomo e la donna si tolgono la vita gettandosi nel Tevere. 

Quella neonata è Maria Grazia Calandrone, in seguito adottata e cresciuta da una coppia romana, che ormai più che cinquantenne decide di ripercorrere e ricostruire la storia dei suoi genitori. Viaggio intimo e personale, ma anche storia di un’Italia reduce dalla guerra, desiderosa di ricostruirsi, ma allo stesso tempo spietata nei confronti dei ceti sociali più poveri.

La narrazione dell’autrice è interessante sin dalle prime pagine. La scrittura è complessa e non sempre scorrevole, capace di creare immagini fortemente evocative. Emerge infatti la Calandrone poetessa in una prosa che definirei lirica.

Siamo negli anni ’30 del ‘900, la prima parte del libro ci racconta la storia di Lucia, madre biologica dell’autrice. Lucia è una ragazza molisana, nasce in un contesto contadino. La sua famiglia è povera, ma la sua infanzia spensierata. Le descrizioni della vita di Lucia sono delicate ma allo stesso tempo intense, provocano una strana malinconia. I luoghi in cui si sviluppa la sua vita sono quasi liminali, sembra di conoscerli anche se non ci si è mai stati. Sono architetture di una memoria collettiva.

Dopo, nella cucina col camino grande, appare una popolazione di salsicce, capocolli compatti e ventricina, che al taglio sporca le dita col rosso del peperoncino diavolillo […] Sotto le donne mettono in fila sulla panca caci e caprini.

Se l’infanzia della giovane è spensierata non si può dire lo stesso dei primi anni della sua età adulta. Lucia è costretta a sposare un uomo che non ama. Si ribella – la sposa ha il labbro spaccato. La sposa continua a non volere. È costretta a ceffoni – ma a furia di violenze è costretta alle nozze con Luigi. Nemmeno lui la vuole, sembra che non abbia alcun interesse fisico nei suoi confronti, però accetta il matrimonio e la convivenza. Lucia è una schiava, picchiata e ignorata. Non resta incinta poiché non ha rapporti con Luigi, è accusata di sterilità.

“Mo la gente c’dic?”

Nel suo pudore e nella sua umiltà, Lucia però non è sottomessa; resiste, mantiene un’identità ben salda, Come tutte le donne sposate, dovrebbe portare i capelli decorosamente legati. E invece.

Finché un giorno incontra Giuseppe, un uomo più grande reduce dalla guerra d’Africa. Giuseppe ha una moglie e cinque figli. È un uomo semplice e vitale, un po’ donnaiolo. È traumatizzato dalle terribili esperienze della guerra, ma è desideroso di ricostruirsi nel suo mestiere di muratore. Il caso lo porta, per lavoro, a casa di Lucia.

Giuseppe non sa niente della vita di Lucia, è solo un’altra bella femmina che cede, i due diventano amanti, la notizia si sparge nel paese, Lucia è cieca, sorda e nuova […] gli propone tutta la sua vita.

La violenza di Luigi, umiliato dalla vergogna di cui si è coperto il suo matrimonio, aumenta. Il paese si divide, c’è chi punta il dito, chi empatizza con l’adultera. Nessuno prende apertamente le sue parti. Lucia resiste.

Spinta oltre se stessa dalla necessità, Lucia combatte la sua guerra inconscia e solitaria contro la dittatura della normalità, contro il comune bisogno di espellere il perturbante, il disordine, tutto ciò che si scosta dal sordo imperio della maggioranza. L’imprevedibile, cioè, il vivo, l’ingovernabile che è la vita dei vivi.

Lucia rimane incinta. Ha tutti contro, anche la legge, non è permesso tradire, né separarsi.

Giuseppe è ormai inaspettatamente coinvolto dalla donna. 

“Se n’è andata con quello che le faceva i lavori in casa!” vocifera il paese. Scandalizzato, sovreccitato, invidioso.

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I due fuggono insieme. Decidono di trasferirsi a Milano, metropoli in piena rinascita economica. Tutto è enorme, tutto è un’altra lingua […] il rumore di fondo della città, le luci.

Il capitolo dedicato alla città di Milano riporta alle celebri descrizioni di Zola della Parigi del secondo ‘800. Una città dominata dal ferro, da moderne linee ferroviarie, da nuove nevrosi e da uno spietato individualismo.

Le strade di Milano come i passages parigini; l’individuo che li percorre non cerca aggregazione con gli altri esseri umani, ha gli occhi puntati solo sul suo oggetto del desiderio, la merce. Lucia si sente sopraffatta dalle cose, ma l’estrema povertà in cui si trova non le permetterà nemmeno di desiderarle.

Milano è l’impero delle cose
e chiassoso è il dominio della merce

Nasce la loro bambina e la coppia sembra aver iniziato una nuova vita, felice. 

Ma la città che doveva accoglierli, quell’industrializzazione e quel progresso che sembrava la promessa di un maggior benessere si rivela un’illusione. Giuseppe, non più giovanissimo, non riesce a trovare un lavoro, il costo della vita è elevato. In pochi mesi si rendono conto che la loro situazione è disperata, non possono assicurare un futuro dignitoso alla loro bambina.

Alla luce di questa profonda disperazione la coppia prende una decisione estrema: si recheranno a Roma e abbandoneranno la piccola in un parco pubblico. Lucia scriverà una lettera all’Unità spiegando i motivi del loro gesto e poi si toglieranno la vita. 

[…] trovandomi in condizioni disperate, Non ho scelto altro che la strada di lasciare mia figlia alla compassione di tutti, ed io con il mio amico pagheremo con la vita ciò che abbiamo fatto, o, indovinato o, sbagliato
Galante Lucia in Greco

Le parole della donna sono commuoventi e la lettera si apre a svariate letture ed ipotesi. La coppia si condanna per l’abbandono (i corpi verranno trovati a pochi giorni di distanza nel Tevere) e ad una prima lettura la lettera potrebbe riportarci alla compostezza ed alla dignità contadina di Lucia, che in poche parole, pesate e scarne, si autodenuncia.

Il fatto che la lettera venga inviata all’Unità è però un segnale interessante, sembra addirittura un atto politico. Essendo un giornale comunista, letto da un pubblico sicuramente sensibile alle problematiche sociali, potremmo pensare che la coppia volesse velatamente denunciare il contesto di miseria a cui gli operai erano sottoposti nelle grandi città industrializzate.

Poi l’aspetto, a mio parere, più toccante di tutti: la speranza. Lascio mia figlia alla compassione di tutti. Come se la donna, tradita dal suo stesso paese, in fondo mantenesse ancora fiducia nell’umanità. Ci sarà qualcuno tra la folla disposto a prendersene cura, esisterà una “collettività positiva” capace di crescere ed amare una bambina sfortunata. La neonata, una volta trovata, viene sottoposta a visite mediche. Emerge chiaramente che è stata abbondantemente nutrita; è una bimba socievole e allegra, non ha subito maltrattamenti e ricerca il contatto fisico. È evidente che Maria Grazia è stata amata dai suoi genitori.

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Illustrazione di Larissa De Jesús Negrón, Germination - acrylic, oil sticks, paper and color pencil on canvas - 24x24in.

Dove non mi hai portata, seppur ambientato in un’epoca che ci sembra lontana, ci porta a riflettere su tematiche quantomai attuali. La vicenda ci riporta alla mente il recente caso, divenuto subito mediatico, di un neonato lasciato al Policlinico di Milano con un biglietto “La mamma mi ama ma non può occuparsi di me”. Questa volta è stata una madre contemporanea ad affidarsi alla compassione di tutti. 

Nonostante sia scontato affermare che anche nel cosiddetto Occidente benestante sono innumerevoli i casi di disagio socio-economico che rendono problematico l’accudimento dei figli, credo sia importante soffermarsi anche su aspetti di natura psicologica che gettano molte madri in una condizione di disperazione e solitudine.

Credo che sarebbe fuori luogo un parallelismo tra il senso di inadeguatezza di una donna nata negli anni ’30, sopraffatta dalle dinamiche spietate di una città industrializzata e terrorizzata all’idea di non poter nutrire sua figlia, e quello psicologico provato da una madre d’oggi angosciata dalle pressioni sociali. Proviamo, però, pur tenendo conto delle differenze, a riportare la questione al contemporaneo. Nel caso del romanzo, Lucia si sente di fallire perché non può assicurare a sua figlia ciò che le serve per sopravvivere, oggi molte donne sentono il fallimento come persone e come genitrici se non riescono sempre a performare, a essere tutto per se stesse e per i propri figli, ad assicurar loro ogni cura ed ogni possibilità. Soffrono se essi soffrono, poiché la maternità resta ancora un tema avvolto da una nebulosa di tossica idealizzazione. 

Il mio feed di TikTok ultimamente mi mostra video di donne che accudiscono bambini molto piccoli. Li allattano, li lavano, danno loro da mangiare evidentemente sfinite dalle poche ore di sonno. I commenti, che leggo con estrema curiosità, sono sempre gli stessi: “Che meraviglia le mamme! Donano la vita”, “Chi non è mamma non può capire”, “Non c’è cosa più bella dell’essere mamma”

Altri video mostrano un trend piuttosto recente che è quello di preparare “insieme ai followers” la borsa pre-parto da portare in ospedale.

Ci appaiono donne in forma smagliante che compongono una valigia come se partissero per le vacanze. Impilano in modo maniacale tutine griffate e pannolini, studiano outfit alla moda per i giorni in reparto, prodotti da skincare, vestaglie di seta.

Cito TikTok perché penso che per molte cose sia specchio della società in cui viviamo e tutte le volte che finisco dentro a questi video mi sembra evidente come la narrazione della maternità sia da rivedere.

Riprendo le illuminanti parole della psicanalista Laura Pigozzi che in un recente editoriale uscito qui su Doppiozero spiega come le donne si trovino di fronte a modelli materni impossibili.

“Le madri oggi sono immerse nella narrazione di una maternità che, se da una parte le esalta in una nuova e scintillante cornice eroica, dallaltra chiede loro presenza e dedizione continua, anzi le esalta proprio in quanto sacrificali. Si dimentica che la maternità è un evento eccezionale nella vita di una donna, che può infragilirla, destabilizzarla”.

C’è ancora troppa poca informazione e lavoro culturale su questi temi. Non si parla abbastanza di depressione post partum, dei grandi e spesso dolorosi mutamenti fisici del corpo della donna; sono ancora scarse le reti di aiuto, il supporto psicologico gratuito e necessario. Banalmente non è ancora legittimo provare dolore, avere bisogno di aiuto. È come se fossimo vittime di un’altalena disfunzionale, da una parte il racconto irreale della madre palestrata che va a partorire come fosse una sfilata di moda e che tra una contrazione e l’altra sponsorizza sul proprio canale il brand della tutina del nascituro, dall'altra la narrazione della madre eroina che deve stringere i denti e sopportare poiché la maternità è ciò che la eleva e che le dona un’identità (l’unica).

Sarebbe fondamentale ripensare al tema della maternità come a un evento estremamente complesso, da affrontare con preparazione e realismo, abbandonando tutta una serie di stereotipi che alimentano la sensazione di incapacità e smarrimento rispetto a standard impossibili da raggiungere così come si dovrebbe mettere da parte la santificazione della mamma, “meravigliosa martire di fronte al mistero della vita”. Bisognerebbe non occuparsi esclusivamente di maternità quando si parla di genitori, ma anche di paternità; di una genitorialità consapevole e condivisa e del bisogno di una rete e di un supporto che sostenga la donna in un legittimo momento di vulnerabilità e fatica.

Ciò che è certo è che la Calandrone con il suo romanzo attua una splendida opera di assoluzione, nei confronti della sua madre biologica che perdona e a cui restituisce un volto, una storia e un’umanità, ma anche nei confronti di tutte quelle madri che per motivi simili o differenti si sentono sopraffatte, abbandonate e sole rispetto a una società che richiede loro standard irraggiungibili. Un’assoluzione di cui (ahimè) le donne hanno ancora bisogno.

In copertina, illustrazione di Larissa De Jesús Negrón, It's time to quiet the mind - acrylic and oil paint on canvas - 24x30in. 

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