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Mai dire Maid / Sarà mai felice una colf?

“Voglio un mondo in cui chiunque possa arrivare fin dove i suoi sforzi e il suo talento lo possono portare” ha detto il presidente Obama un centinaio di volte nei suoi discorsi al popolo americano. Non è il mondo in cui si muove Alex, la protagonista di Maid, una miniserie televisiva di Netflix tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother's Will to Survive).  O forse sì. Forse il mondo che Obama si immagina non è così diverso dal mondo di Maid, perché tanto in questa storia, come nella visione di Obama (la sua vision), si combinano gli elementi fondamentali della narrazione del sogno americano e cioè il talento, il duro lavoro, un movimento verso l’alto (“fin dove”), più un quarto elemento che in genere è solo implicato o relegato nello sfondo, ma altrettanto fondativo: la condizione degli umili senza arte né parte da cui i meritevoli si affrancano e che resta, lì in basso, negletta e deprecata. Attorno a questo dubbio girano le riflessioni del presente articolo.   Alex è una giovane madre statunitense che per uscire dalla relazione malata e violenta con il marito è costretta a entrare nella povertà estrema. Fugge di casa...

Eppur si dona

Chissà se il grande etnologo francese Marcel Mauss, mentre all’inizio degli anni venti si accingeva a scrivere il suo Saggio sul dono, avrebbe mai immaginato che a distanza di un secolo quel suo apparentemente semplice modello teorico del dono sarebbe stato non solo ancora evocato, ma anche applicato all’economia occidentale. Lui, che aveva costruito la sua teoria soprattutto su dati etnografici provenienti dall’Oceania, mescolando atti sociali e credenze magiche, si sarebbe forse stupito a sentire come, in questi anni di crisi del modello capitalistico-finanziario, l’idea di una società basata non solo sull’utilitarismo venga sempre più spesso evocata come via d’uscita.   Il valore della teoria di Mauss sta nella sua semplicità. Cosa spinge gli uomini a donare è stata la prima domanda che si è posto, cosa spinge chi riceve un dono a contraccambiare la seconda. Questioni quasi banali all’apparenza, che però nascondono una forza incredibile.   Se poi pensiamo che uno dona mentre l’altro riceve e ricambia, viene quasi da chiedersi dove stia la differenza rispetto a uno...

Terreno d’acqua

Ho introiettato il seguente insegnamento paterno: “Il lavoro, e in particolare quanto lavori, fa di te o una persona realizzata nella vita, o un assoluto fallimento”. Conformemente a quanto sostiene Max Weber in Etica protestante e spirito del capitalismo agli occhi di mio padre solo chi si sacrifica per il lavoro è una buona persona, degna d’amore e considerazione. Quindi, poco importa se si fa fatica a trovare lavoro… ciò che conta è che sei un imbecille perché a lavorare non ci vai. Nel mio caso, una fallita, anche se laureata con lode, che a ventotto anni mangia ancora la minestra che papà, con così tanto sacrificio e abnegazione, suda. Di sensi di colpa, dunque, considerata tale situazione, posso dire di essere satura. Si traducono immediatamente in giudizi morali, come se fosse il lavoro a determinare il valore spirituale della persona, l’unità di misura, il termine ultimo di paragone sul quale dosare lo spessore intellettuale e umano di qualcuno. La mia condizione fisica poi, non aiuta per niente. Se già per chi è – come comunemente si dice – “normodotato...