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Tango

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A cento anni dalla nascita / Astor Piazzolla, lo sradicato del tango

Da giovane, a Buenos Aires, lo chiamavano El Yoni, traslitterazione argentina di Johnny, perché era cresciuto negli Stati Uniti. Più John Wayne che Carlos Gardel. A New York, quando gli parlavano in spagnolo, rispondeva in inglese e confessava di essere italiano, per timore di essere confuso con un portoricano. Quanto al lunfardo, gergo popolare bonaerense, argot della malavita che spesso affiora nei testi di tango, gli era non solo estraneo, ma con ogni probabilità l’avrebbe rifiutato in quanto cifra della Buenos Aires malfamata e viziosa che aborriva.   Astor Piazzolla (Astòr dall’italiano Astorre; la dinastia degli Astor anglo-americani non c’entra), propugnatore del nuevo tango, il musicista argentino più importante del Ventesimo Secolo, colui che trasferì il tango dalle sale da ballo di Buenos Aires ai teatri e le sale da concerto più prestigiose del mondo, di sé diceva: “io non ho niente a che vedere con il tango. La musica che faccio è quella della Buenos Aires di oggi. Qui non ci sono gauchos e neanche struzzi, né tanto meno furfanti a ogni angolo di strada”. Appunto. Niente furfanti, niente giocatori d’azzardo o donne di facili costumi, niente lame di coltello che...

Ovvero l'improvvisazione intima / Tango!

Non so ballare il tango. Lo guardo. Nella Boca, il quartiere del porto di Buenos Aires, il tango spuntò misteriosamente generato da qualche ritmo africano, ballato dai discendenti degli schiavi deportati in Sudamerica secoli prima. Sul tango ho letto soprattutto i libri strani e appassionati di Meri Lao, che ne hanno sempre restituito la natura appassionata, appassionante, malinconica e remota. Come un fantasma seducente del passato. Davide Sparti, epistemologo, ha scritto libri sull’improvvisazione e sul jazz, e ora ho finito di leggere il suo nuovo Sul tango. L’improvvisazione intima (il Mulino 2015, 22 pp., € 16,00). Il suo approccio scientifico, il suo sforzo singolare di creare una griglia di lettura dei segni di questa danza mi ha spiazzato. E se a un certo punto, nel corso del suo libro, non avesse messo in campo il suo vissuto, rivelandoci di avere voluto imparare a ballare il tango, forse mi sarei irritato. L’avrei ritenuto un entomologo che tentava di trafiggere con lo spillo accademico il palpitare misterioso della mariposa, della farfalla-tango, uccidendone il segreto e misterioso vitalismo un po’ funebre. Ho avuto la fortuna di incontrare e frequentare qualche volta,...