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Christoph Waltz

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Bond esce di scena / No Time To Die: 007 muore due volte

Il fascino di Bond sta tutto nel suo mojo, parola intraducibile che, nella esilarante parodia di Austin Powers di qualche anno fa, era reso con il gioco di parole: “mai più moscio”; traduzione non lontana dall’essenza di Bond che è il distillato del maschile, non completamente civilizzato, non politicamente corretto, per niente addomesticato. Bond è l’Ercolino sempre in piedi; non ha superpoteri, ma ha il suo “tocco speciale”, il suo “mojo”, che è l’essenza non diluita del maschile. Tra pallottole, Martini e Aston Martin, Bond riproduce il mito di Achille. È pura maschera, un’armatura fatta di hybris senza essere umano al suo interno. Come il cavaliere invisibile di Italo Calvino, Bond è una macchina votata all’esecuzione perfetta completamente definita dal suo obiettivo. Bond è reattività pura, azione senza giustificazione. È questa natura che gli permette di uscire da una tuta da sub con uno smoking perfettamente stirato, che gli consente di saltare con la moto alla cieca sopra ponti, grattacieli e persino cortei funebri siciliani trovando sempre il fazzoletto di terreno su cui rialzarsi.  Bond è il gatto di strada, che con le sue nove vite cade sempre in piedi; non è una...

Big Eyes. Se Tim Burton si ripete

Verrebbe da dire, e lo si è detto e ripetuto da più parti, che da qualche tempo a questa parte Tim Burton abbia cambiato stile, che abbia cambiato i soggetti dei suoi film, anche le atmosfere. Si dice che abbia mutato e rimasticato la propria idea di cinema e che forse abbia definitivamente perso la vena. Effettivamente Big Eyes sembra andare in una direzione leggermente diversa da quella che nel corso del tempo aveva fatto sì che per tutti quei film realizzati alla maniera del regista californiano venisse coniato l’aggettivo «burtoniano». Ma al di là del disappunto dei fan più accaniti (di cui francamente interessa ben poco), ciò che più di tutto il resto incuriosisce in questo film è il mutato rapporto che Burton instaura con la materia che si trova a manipolare. Gli elementi formali – la fotografia insolitamente limpida e accesa, le tinte pastello, i colori morbidi e caldi delle scene e dei costumi – paiono infatti tratteggiare un universo visivo incongruo con quasi tutto ciò a cui il regista ci aveva abituati. Nonostante ciò sostenere che Burton si sia allontanato dal proprio...

Quentin Tarantino. Django Unchained

Come di tutti gli altri film di Quentin Tarantino, di Django Unchained risulta quasi impossibile dare definizioni, comporre etichette o tentativi di incasellamento in categorie filmiche, ordini estetici o specie cinematografiche. Anzi, per capire meglio di cosa si parla, per comprendere il significato e sviscerare il più possibile i contenuti dell’opera è senza dubbio consigliabile, piuttosto, capire quello che Django non è. E a voler essere precisi, ma anche un po’ pignoli per la verità, Django in prima analisi non è nemmeno un western. Non lo è nell’ambientazione (il sud e non l’ovest), non lo è nelle dinamiche della storia (manca l’emblema del western per antonomasia: il duello) e non lo è nemmeno, cosa più importante, per quel che riguarda le dinamiche stilistico-estetiche della regia di Tarantino. A ben vedere l’unica materia che cala la pellicola nell’universo filmico del genere della frontiera è la miriade di citazioni, più o meno evidenti, con la quale il regista riempie, come di consueto, tutta la pellicola. Prestiti, calchi e omaggi derivanti nella...