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Giuseppe Varchetta

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Camminare per la città / Giuseppe Varchetta, Di passaggio

Parigi, Amburgo, Vienna, New York, Los Angeles, Milano soprattutto, sono alcune fra le città che Giuseppe Varchetta ha attraversato. Il fotografo non si ferma nelle vie alla ricerca di un soggetto, non attende il tempo dell’occasione da cogliere, della decisione da prendere o del momento da non mancare. Semplicemente passa, in punta di piedi, in silenzio, come appare nel suo libro Di passaggio (Corraini Edizioni, 2020, con un testo di Cristina Battocletti). Al tempo stesso avanza e indugia, in un’insolita mescolanza delle due cose.   Ren, Parigi, 1996 La fotocamera diviene quasi un quaderno degli appunti, un album per gli schizzi. Varchetta fotografa le cose che lo circondano, uomini, animali, edifici. Se la nostra identità è il nostro modo di vedere e di entrare in contatto con il mondo, nel momento in cui si sfogliano le pagine di questo libro si attraversa lo spazio, si posa lo sguardo sulle sue forme, e queste ci rimandano, come un riflesso, la nostra immagine. E quelle stesse immagini, man mano che si avanza nel viaggio, restano indietro, appartengono a un tempo che non è più nostro. Passano. E passare, per il fotografo, significa guardare. In che modo?   Una...

Dentro e fuori di noi / La “zona grigia” come paesaggio dell’ambiguità

Ognuno ha esperienza della “zona grigia”, che ne sia consapevole o no. La portiamo in noi e nell’ambiguità delle nostre esistenze. Non siamo fatti di confini, ma di margini sfrangiati. Lacerate e laceranti sono le nostre relazioni. Approssimandoci ci facciamo almeno un po’ di male, anche quando siamo quasi vicini, quasi somiglianti e quasi d’accordo. Di più, di coincidere perfettamente non ci è dato. Allo stesso tempo quando scegliamo, quando cerchiamo di tirarci fuori dall’incertezza di una decisione qualsiasi, mettiamo a tacere una parte di noi che andrebbe in direzione contraria. Viviamo l’incertezza come una nemica da rimuovere, eppure è nostra sodale compagna di strada. Negli spasimi dell’anima in cui ci trascina l’amore, persino lì, il dionisiaco turba la pretesa apollinea della certezza, e ci impegniamo a ricomporre la dimensione che vogliamo prevalente. Se non fossimo continuamente divenienti, forse allora saremmo coincidenti con noi stessi e, chissà, non lo sapremo mai, avremmo conquistato una condizione di beatitudine, che non solo non è di questo mondo e di queste nostre vite, ma forse conterrebbe quello che, in I fiori del male, Baudelaire chiama il vizio più immondo:...

Parigi, 8 luglio 1921 / Edgar Morin. Eppur si crea

Lo scenografo di Federico Fellini e di altri grandi registi, Dante Ferretti, in una recente intervista, dice che Fellini passava a prenderlo tutte le mattine e gli chiedeva: “Dantino, che ti sei sognato?” Ferretti commenta: “Io dovevo inventarmi qualcosa”. E aggiunge, a proposito del suo lavoro: “Non lo so, che arte faccio? Non saprei. Quello che ripeto sempre è che nei miei film faccio sempre molti sbagli. Cioè commetto molti errori apposta, perché se in una ricostruzione è tutto perfetto, sembra un set cinematografico, non è la vita. Mentre ci guardiamo intorno, se andiamo in giro, i luoghi, le case, la nostra vita è disseminata di errori, nulla è perfetto. Ecco perché sbaglio volutamente, perché solo in questo modo quello che creo è credibile” (il Sole 24 ore, 11 marzo 2018, intervista a cura di Serena Uccello). La creatività per prodursi ha bisogno di elementi semplici, di base, “solo di un tratto, di un foglio, di una matita”, e di assenza, di vuoto, di mancanza e, ancora, di imperfezione, di immaginazione, di invenzione, di finzione, in una parola di spazi per generarsi ed emergere: “l’idea che diventa forma attraverso le mani e il corpo”. O il corpo e le mani che danno vita...

Il design in doppiozero

Francesca Picchi. Il design italiano oltre la crisi. Autarchia, austerità, autoproduzione   Il design è un gran chiacchiericcio, un continuo compromesso, anche un lavoro sporco, un’opera di seduzione e di persuasione occulta che porta chi compra una sedia o un secchio a vederci riflesso un mondo di desideri, significati, valori. La premessa è che tutti possano possedere questi oggetti, perché sono accessibili, costano il giusto. Questo almeno nelle intenzioni, perché il design alla resa dei conti si paga profumatamente. […] Se dobbiamo circondarci di forme gridate da autori che cercano di affermare la propria presenza, allora tanto vale far da sé, e circondarsi piuttosto della propria voce.   http://www.doppiozero.com/materiali/design/il-design-italiano-oltre-la-crisi     Yosuke Taki. L'albero della progettazione   Oggi, il design non è più uguale alla progettazione. Quanti veri progettisti con queste caratteristiche incontreremmo al Salone del Mobile? Ormai quasi nessuno. È diventata una figura pressoché estinta nel campo del design, in questo mondo industriale...

Cinelogos: un incontro con Valerio Magrelli

Cinelogos  organizza ogni anno tre o quattro seminari che si svolgono generalmente nell’arco di 24 ore e che, a partire dal cinema, trattano argomenti soprattutto di carattere filosofico, sociologico o psicologico. Viene invitato un lecturer che sceglie il tema e con il quale vengono concordati i testi cinematografici di riferimento.  Negli anni si sono avvicendati filosofi come Giulio Giorello, Umberto Curi, Adriana Cavarero, Telmo Pievani e psicologi o psicoanalisti come Gustavo Pietropolli Charmet e Giuseppe Civitarese.   Cinelogos nasce nel 2004 ad opera del filosofo italiano Aldo Giorgio Gargani, scomparso nel 2009, e di due formatori senior attivi da anni nel campo della formazione manageriale e accomunati dalla passione per il cinema, Dario D’Incerti e Giuseppe Varchetta. Le attività formative di Cinelogos sono da subito orientate ad attirare un pubblico formato prevalentemente da professionisti in aree di sapere anche diverse fra loro, accomunati significativamente dall’interesse a sviluppare la propria capacità riflessiva, in un contesto gruppale, su alcuni temi particolarmente rilevanti per l'azione professionale...