Il tuo due per mille a doppiozero

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Louise Glück

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Giardino di primavera / Scille, gli occhi azzurri del sottobosco

Le selvatiche Scilla bifolia sono gli occhi azzurri del sottobosco. S’aprono al primo sole di marzo, gracili, minute, hanno il privilegio di sfoggiare uno dei blu naturali più invidiabili e ammalianti, toccante al punto da far illanguidire. Due, appunto, le foglie: lucide, lunghe e strette che avvolgono il rossiccio gambo florale e, giuntevi al mezzo, opposte, si ricurvano. Leggiadre, le piccole corolle a stella – sei tepali, sei stami con antere altrettanto blu, pistillo capitato sorgente dall’ovario supero – si schiudono una via l’altra sul racemo. Tra aprile e maggio, invece, danno il cambio ai narcisi le Scilla non-scripta (o Hyacinthoides non-scripta), pur esse spontanee d’origine: indimenticabili, quali specchi lacustri, le distese dei boschi inglesi.  Sono facili da naturalizzare nel prato di casa, meglio se collocate al piede di alberi e arbusti, ve ne sono anche di rosate e bianche, certo di minor effetto. Si propagano con generosità e ve le ritrovate sparpagliate in giardino in men che non si dica. Più alte e vistose delle S. bifolia, su dritti, carnosi steli recano dapprima boccioli stretti in spiga che poi, in sequenza, rivelano campanelle reclinate con i vezzosi...

Quaderno 5 / La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili. Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così:    […] la morte non può farmi male più di quanto tu mi abbia fatto male, amata vita mia.   E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.” Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a...

Quando navighiamo le parole / Chandra Livia Candiani. Infanzia e poesia

Il mio angelo è un po’ teppistello fa gli scherzi brucia le ali degli altri angeli gioca alla Wii non sta mai fermo il mio angelo è molto rabbioso io e il mio angelo siamo uguali. Zoubayr, 9 anni   Le edizioni Dante e Descartes, in questo periodo sulla cresta dell’onda per Averno, della neonata Nobel Louise Glück, hanno recentemente pubblicato un mini scritto di Chandra Livia Candiani, L’angelo teppistello. Mini perché il libro fa parte della collana Storie in trentaduesimo. “All’insegna del piccolo formato per conto dei librai in fondo alla città” recita il colophon. Piccolo formato significa proprio piccolo: 4x5 cm, per un totale di 80 pagine. Che i librai stiano in fondo alla città (di Napoli) non è, credo, ininfluente, per una scrittrice che in un precedente libro sulla poesia e i bambini, Ma dove sono le parole (Effigie 2015), ha scritto che il luogo dove li incontra e a essi fa incontrare la poesia è “quella periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, si è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete”.  L’angelo teppistello, si legge nel frontespizio, è apparso nel 2015 in “Rivista di psicologia analitica” (n. 40, vol. 92). Ottima l’idea di...

Averno di Louise Glück / È bastato un fiammifero. Ma al momento giusto

Una delle domande fondamentali, se non la domanda unica ed essenziale, posta alla base di Averno di Louise Glück (Liberia Dante Descartes e Editorial Parténope, 2020, traduzione di Massimo Bacigalupo) è sul cosa accadrà dopo la morte. Non il solo quesito sul dove si andrà (ammesso che si vada da qualche parte); Glück va oltre e si chiede cosa ci faccia l’anima nell’aldilà senza le cose più care. A che scopo dovrebbe esserci un’ipotetica vita dopo la morte se a questa mancheranno le cose terrene? Ecco il punto, la novità del contenuto di Averno. A tutto ciò va aggiunta la straordinaria capacità della poetessa americana di tenere il verso in pugno, di dominarlo, di far cantare le parole sul serio. Averno è luogo mitologico e affascinante, non molto distante da Napoli. Gli antichi romani credevano fosse l’accesso all’oltretomba, Glück passa attraverso la porta, e se ciò che si lascia è bello, è storico, è naturalmente potente, quasi magico, allora andare oltre sarà doloroso, nostalgico, duro. Questo distacco è raccontato poesia dopo poesia in questa raccolta che è magnifica.   “Questo è il momento in cui vedi di nuovo / le bacche rosse del sorbo selvatico / e nel cielo scuro /...