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Luigi Meneghello

(18 risultati)

Dizionario Meneghello / Luigi Meneghello. Bambini

Sto in piedi sulla pietra del fogolaro (naturalmente spento e nettato dalla cenere), mi hanno sollevato da terra e posato lassù: sopra di me la napa del camino, odorato reame della fuliggine, chiuso da tole scorrevoli. Mi trovo come in una nicchia, spazi a misura di bocia, accanto al mio viso il viso affettuoso della Ernestina che sorride.  In questo preciso momento per la primissima volta mi rendo conto che ci sono.   (C III, 3 agosto 1986]   Luigi Meneghello è stato un bambino felice. L’infanzia vissuta a Malo, un piccolo paese dell’Alto Vicentino, è stata un’esperienza protetta dall’affetto dei genitori e resa memorabile dalla libertà di quell’inframondo meraviglioso e semi invisibile agli adulti che era l’esistenza dei bambini negli anni venti (e primi anni trenta) del secolo scorso: alla geografia artigiana e contadina, operosa e ordinata, si intreccia la topografia dei giochi, delle res gestae, delle infinite prime volte, e soprattutto della miracolosa abitudinarietà di vivere una vita vitalis di bambini nella quotidiana esperienza delle cose, degli animali, di sé stessi e degli altri, dell’io e del noi. Se la sensibilità al femminile è stata ben rilevata...

Dizionario Fenoglio / Chiodi e Fenoglio. R/esistenza

“Sergio P. partì una mattina da Castagnole delle Lanze per andare a Castino ad arruolarsi in quell’importante presidio badogliano”. È l’incipit di uno dei racconti de I ventitré giorni della città di Alba (1952), “Gli inizi del partigiano Raoul”, dove Fenoglio racconta il difficile inserimento di un diciottenne studente nel mondo della Resistenza. Sergio si ritrova fra giovinastri gretti e rissosi, in poche ore è preso dal pentimento e vorrebbe tirarsi fuori “dall’orribile avventura nella quale s’era cacciato da solo”. L’arcangelico regno dei partigiani – sarà la formula di Johnny – si rivela un piccolo inferno: “A cosa mi serve aver studiato? Qui per resistere bisogna diventare una bestia! E io non me la sento, io sono buono! Oh mamma, mamma!”. Quando all’alba era uscito di casa, “camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare”.    Solo poche ore prima la madre aveva cercato in tutti i modi di dissuaderlo dal compiere quella scelta. Lo sa che il figlio fa “una cosa...

Dizionario Meneghello / Spor. Raccontare lo sport

In occasione del centenario di Luigi Meneghello, Bur Rizzoli, nella collana Contemporanea, pubblica Spor. Raccontare lo sport, tra il limite e l’assoluto. Il libro (216 pagine, 12 euro), riunisce testi, in buona parte inediti, che testimoniano il duraturo e coltivato interesse dell’autore di Libera nos a Malo e di I piccoli maestri per tutto ciò che, sbrigativamente, potremmo etichettare sotto la categoria “Sport”. Proprio così, o meglio nella sua declinazione veneta, e idiolettica, Spor, Meneghello annotò autograficamente la fascetta cartacea che raccoglieva «una corposa serie di fogli dattiloscritti […] riunita in fascicoli». Lo riporta Francesca Caputo, da anni massima esperta delle carte meneghelliane – conferite in varie donazioni e infine per lascito testamentario, al Centro manoscritti dell’Università di Pavia – e curatrice del volumetto in questione, nella sua illuminante e dettagliata introduzione alla genesi dell’operazione filologica ed editoriale.    Così raccontava Meneghello in una nota del 1984: «Per lunghi anni ho scritto in una serie di frammenti la storia delle mie imprese e bravure sportive: la maggior parte li ho scritti e riscritti, non rileggendo i...

Dizionario Meneghello / Il gineceo di Luigi Meneghello

“Lo so che siete fantasmi, voi donne” esclamò alzando gli occhi al soffitto, “ma che cosa ci posso fare io?” (L. Meneghello, Le Carte, vol.1)   Mi sono occupata più volte del gineceo di Luigi Meneghello, delle sue rappresentazioni di donne nelle sue tante opere, ma mi fa piacere tornare qui sull’argomento, rimandando il lettore curioso, per una trattazione sistematica, al libro che ho scritto a quattro mani con Luciano Zampese, Meneghello: solo donne, uscito per Marsilio nel 2016. Meneghello suggerì questo titolo, Solo donne, in  uno dei primi giorni di maggio del 2006, a Firenze, quando, dopo essere stati a vedere La deposizione del Pontormo in Santa Felicita, parlavamo, un po’ sul serio e un po’ per divertimento, dell’idea di fare un’antologia dei ritratti femminili presenti nelle sue opere. Ricordavamo la brillante nota di Mengaldo, nell’introduzione del secondo volume Rizzoli delle Opere, che, partendo dal capitolo ottavo di Bau-sète!, diceva così:    Nel modo rapsodico giustamente indicato da Bandini, vi si snodano brevi storie di amori sfiorati o falliti, abitati da amabilissimi personaggi femminili: la Simonetta, che fa da aggancio col finale de I...

Dizionario Meneghello / Amaluàmen

Libera nos amaluàmen: queste parole sono l'inizio, il centro e anche la fine di un libro che riassume tutti gli altri di Luigi Meneghello. Tutto parte dal titolo: Libera nos a Malo, dove Malo si intende il paese-parrocchia in provincia di Vicenza in cui lo scrittore da bambino ha vissuto prima della seconda guerra per diventare poi un buon soldato poi un bravo partigiano, e infine scrittore e professore a Reading, nella contea di Berkshire del Regno Unito. Sappiamo che nella maggior preghiera del cristiano, questa è la conclusione del Padrenostro in latino: Ne nos inducat in tentationem: sed libera nos a Malo. Amen" (non indurci in tentazione, ma liberaci dal male. Così sia). Ora il Padrenostro è la preghiera che nella tradizione è stata detta per la prima volta da Cristo a suo Padre, e tradotta in greco e in latino nei Vulgata di un gran padre della chiesa: San Girolamo, sempre rappresentato con una pietra a battersi il petto e una berretta da cardinale ai piedi, in mezzo a un deserto infernale.    Ma nella pratica quotidiana bisogna pensare che le parole del Padrenostro erano recitate in fretta, in un latino maccheronico, nelle messe, nei rosari, nelle funzioni...

16 febbraio 1922 - 16 febbraio 2022 / Meneghello, apprendista italiano

Luigi Meneghello racconta di aver cominciato a scrivere nel primo dopoguerra con “brevi attacchi che poi restavano sospesi in aria”, a cui seguirono negli anni Cinquanta tentativi più strutturati anche in lingua inglese o in dialetto vicentino. Questa scrittura a tutti nascosta e portata avanti “con l'animo contratto”, faticosa forse perché troppo autobiografica, si sblocca nell'estate del 1960 e darà il suo folgorante esordio di due anni dopo con Libera nos a malo. Seguirà nell'inverno del 1962, sull'Altipiano di Asiago, la scrittura ugualmente sciolta e liberatoria di I piccoli maestri, destinato a rinnovare profondamente “in chiave anti-retorica e anti-eroica” la letteratura della Resistenza. Restano questi i suoi libri più noti, anche se non andrebbe dimenticata la notevole produzione saggistica (tra gli altri Jura 1987, La materia di Reading 1997) e gli ultimi libri come Il dispatrio che ne hanno rinverdito la vena memoriale. Ma Meneghello è stato forse lo scrittore che con più passione ha riflettuto per via narrativa sull'Italia; su questo vorremmo soffermarci attraverso una sorta di trilogia costituita dai già citati Piccoli maestri, riveduti e corretti nel 1976, Fiori...

Marco Antonio Bazzocchi / Cento anni di letteratura italiana

Non credo sia esistito un tempo in cui scrivere una storia della letteratura fosse impresa facile. Tuttavia non c’è dubbio che oggigiorno la sfida risulta più ardua che mai, per una somma di problemi che forse non occorre nemmeno elencare: dall’indebolimento generalizzato della coscienza storica all’espansione senza precedenti della produzione libraria, dall’incertezza dei punti di riferimento critici al ruolo problematico della letteratura nel sistema culturale. A maggior ragione è quindi degna di lode l’iniziativa promossa dall’italianista bolognese Marco Antonio Bazzocchi, ideatore e curatore del volume Cento anni di letteratura italiana 1910-2010 (Einaudi, 2021, pp. 494, € 25): una sintesi notevole per impegno e ambizioni, che rappresenta un contributo agli studi letterari di indiscutibile utilità, sia per i suoi pregi, sia per i (quasi inevitabili) limiti. E andrà sottolineato che la sede editoriale – la prestigiosa collana tascabile «Piccola Biblioteca Einaudi» – testimonia di un encomiabile desiderio di rivolgersi a un pubblico colto, oltre la forma (e le formule) dei manuali universitari.   Il libro è diviso in cinque parti, con titolazioni che oscillano tra...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (6) / L'oscuro signor Hodgkin

Che cosa sente un uomo che si affaccia sulla propria fine, e giorno e notte ne contempla la possibilità? Soccombe sotto i colpi al cuore dello sgomento o arriva a contrastarlo? Dentro quel confine, dopo il primo scompiglio emotivo, Gigi Ghirotti ci si mette comodo, e cioè continua a fare quello che ha sempre fatto: osservare, raccontare, condividere. “Ho un tumore. Sono un giornalista e devo raccontare agli altri ciò che provo”, dichiarerà in una trasmissione televisiva del 1972, Lungo viaggio nel tunnel della malattia.  Il tumore è “un cupo inquilino, l’oscuro signor Hodgkin”. E il “morbo di Hodgkin”, abbattendo ogni argine, eludendo ogni tattica medica, lo travolgerà nell’arco di due anni, fra il 1972 e il 1974.  Accadono molte cose in quei due anni. Dove nessuno aveva mai guardato. Nessuno, prima di allora, aveva sollevato il coperchio che ricopriva la vita degli ospedali. Certamente non lo poteva fare un malato, la parte più fragile dell’ingranaggio. Lo fa Gigi Ghirotti, malato, ma anche inviato speciale nel “tunnel della malattia”: “La prima sensazione è di essere emerso da una città sotterranea, da un’immensa segreta entro cui la società tiene in deposito i malati...

Anniversari / Calvino, Rigoni Stern, Meneghello. Cari centenari

Il 2019 è stato il centenario della nascita di Primo Levi. Quest’anno, 2021, è la volta innanzi tutto di Sciascia (nato l’8 gennaio) e di Rigoni Stern (1° novembre). Il 2022 toccherà a Fenoglio, Meneghello, Manganelli, Pasolini; l’anno seguente, a Calvino. L’elenco non pretende di essere completo. L’appena concluso 2020 ha visto volgere la cadenza secolare per Gesualdo Bufalino, Franco Lucentini, Gianni Rodari; il ’22 sarà anche il centenario della nascita di Luciano Bianciardi; il ’23, di Giovanni Testori; il ’24, di Giuseppe Bonaviri e di Paolo Volponi. Quello che si sta consumando, a cavallo fra il secondo e il terzo decennio del secolo XXI, è il centenario di una generazione. La generazione dei genitori di molti di noi baby-boomers: la generazione di chi ha compiuto vent’anni durante la guerra. Dunque, di chi ha vissuto da protagonista la fondazione della Repubblica: gli anni della ricostruzione, gli entusiasmi e le delusioni, l’ingresso in una società del benessere fragile e contraddittoria ma, per i più, prospera quanto nessuna prima.    Storicamente, sono soprattutto le guerre a definire le generazioni. Anche in maniera indiretta: chi ha vissuto l’esperienza di...

Simmetrie / “Il canto delle balene” di Ferdinando Camon

Un fenomeno editoriale tipico di questi anni è la massiccia riproposizione sul mercato librario di autori italiani novecenteschi in cerca di un’ulteriore occasione di sdoganamento presso le nuove generazioni di lettori. In questo panorama, nel quale convivono recuperi sacrosanti e rilanci meno convincenti, degno di attenzione è il caso di Ferdinando Camon (Urbana, 1935), scrittore veneto che nel corso della sua lunga carriera ha sempre pubblicato con editori importanti, ricevendo numerosi riconoscimenti e attenzione da parte della critica. Nonostante gli sforzi isolati di alcuni editori, sembra che in anni recenti l’eredità di Camon non sia stata raccolta e che l’attenzione nei confronti di questo autore, che pure nel 2016 è stato insignito di un premio Campiello alla Carriera, sia diminuita. Per provare a spiegare almeno in parte questo fenomeno non ci si può esimere dal mettere sul piatto alcune questioni riguardanti l’evoluzione della cultura e della società italiana negli ultimi cinquant’anni. Per tracciare una prima costellazione di narratori e interlocutori affini alla narrativa di Camon basta scorrere l’indice del volume Il mestiere di scrittore, pubblicato nel 1973 e...

Monte San Bartolo / Paolo Teobaldi, Arenaria

Una delle tradizioni prosastiche più antiche consiste nelle memorie per i discendenti. A questo filone appartengono i «libri di famiglia» dei primi secoli, i «ricordi» intesi come cose o fatti non «ricordati», ma «da ricordare» (e qui annoveriamo grazie a Guicciardini uno dei capolavori della nostra letteratura), nonché le memorie intime indirizzate a una singola persona, come il settecentesco Manoscritto per Teresa di Pietro Verri. Paolo Teobaldi, classe 1947, per molti anni insegnante di italiano (di quelli che hanno non solo tenuto in piedi, ma onorato la nostra scuola), narratore affermato e – a quanto pare – recente nonno, dedica alla nipotina Julie un libro che rievoca il panorama sociale, umano, geografico della natia Pesaro, dal tempo degli avi fino al secondo dopoguerra. In particolare, oggetto della narrazione è il Monte San Bartolo, oggi parco naturale regionale, che sorge a nord della città. Il titolo Arenaria mette in primo piano la peculiarità geologica di questo complesso di alture, interessate da fenomeni di erosione che nel corso degli ultimi decenni hanno mutato sensibilmente il profilo della costa. Il libro è suddiviso in capitoli, forniti di titolo e...

Vita da expat / Migranti per caso

A chi gli chiedeva se lui, napoletano in viaggio verso il Nord, fosse un emigrante, Massimo Troisi non avrebbe certo potuto rispondere di essere un «expat», perché la parola non era ancora entrata nell’italiano, come invece è ormai avvenuto, almeno in certi ambienti, colti e anglofili. A lanciarla è ora uno strano libro di Francesca Rigotti, metà saggio metà autobiografia, dal titolo che contiene un ossimoro provocatorio e che rimanda a una canzone di Luciano Ligabue: Migranti per caso. Una vita da expat (Raffaello Cortina, pp. 132, in libreria da giugno).  «Migranti» ed «expat» sono infatti termini che collidono. Expat è l’equivalente aristocratico, e certamente privilegiato, di migrante, visto che il primo è, come recita l’Oxford English Dictionary, chi «vive per scelta in un paese straniero» (living in a foreign country esp. by choice), mentre il secondo è costretto a farlo (da e-migrato, se si guarda verso l’esterno, o im-migrato, se si guarda da dentro: ormai senza sostanziale differenza, se entrambi sono comunque caratterizzati da un bisogno lavorativo, essendo a person who moves permanently to live in a new country, town, etc., esp. to look for work, or to take up a...

Blu in giardino / Ceanothus

Ah, che noia la mania del bianco assoluto! Negli arredi di casa: bianchi i divani, le lampade, i piatti; anche i libri, se mai ce ne fossero, solo con la costola bianca. E nei fiori: sul terrazzo bianchi i lillà, le ortensie e gli agapanto; recisi, nei vasi gli iris, le rose, i tulipani, i gigli sempre in candida livrea. Da quando Vita Sackwille-West, con il marito Sir Harold Nicolson, realizzò nel giardino del Castello di Sissinghurst nel Kent la room del suo White Garden, le essenze color latte sono divenute segno distintivo di eleganza e raffinatezza. E di snobismo floreale. Ma a Sissinghurst molte sono le stanze a tema, e quella bianca trova il suo senso, oltre che nella varietà dei verdi, nel dialogo con le adiacenti dai colori anche accesi, accostati con sapienza.    Insomma, in giardino (come nell’outfit) è uggioso fare della monocromia una divisa. Com’è possibile, tra i tanti colori del maggio, rinunciare agli azzurri del Ceanothus!  Arbusto rustico della famiglia delle Rhamnaceae – la stessa, per intenderci, del giuggiolo e del ranno spinello – è originario del Nord America e del Messico dove prospera nella macchia spontanea. Vuole...

L'ho conosciuto perché ha deciso lui / Del Giudice: racconti e silenzio

Fino a qualche tempo fa chiedevo ai suoi amici come stava, poi a un certo punto ho capito che non era più il caso. Già la domanda mette una gran tristezza a chi la ascolta e che, per rispondere, proprio non troverebbe le parole. Di parole ci devono bastare quelle che Daniele ha scritto tempo fa, e oggi tornano sui banconi delle librerie. Ho conosciuto Daniele Del Giudice perché l'ha deciso lui. Non so bene come sia successo: mi ha mandato un suo libro in uscita e mi ha anche invitato alla cena milanese di presentazione. Si vede che amici comuni gli avevano parlato di me. Quel libro, oggi, mi richiede sempre un attimo di riflessione: non mi ricordo mai se si intitoli Mania o Anima, secondo l'anagramma del titolo che gli avevo offerto come un timido mazzolino di fiori, per ringraziarlo di quell'invito. Del libro mi vengono subito in mente soprattutto alcuni dettagli: il doppio senso di «Fuga» nel titolo di un racconto di ambientazione napoletana e l'apparato ottico del racconto ambientato a Edimburgo che apre la raccolta. Poi ricordo l'impressione che mi faceva quella sintassi avvolgente, che ti tira dentro – o anche sopra, se penso ai racconti aviatori di Staccando l'ombra da terra...

Antologia del grigio

La mia storia è piena di buchi come un romanzo, ma in un comune romanzo è il romanziere a decidere come distribuire i buchi, un diritto che a me è negato perché sono schiavo dei miei scrupoli.   Laurent Binet, HHhH. Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, 2010     Quando ci chiediamo cosa, quanto e come leggono di Resistenza “i giovani” – gli studenti –  troviamo sul campo due rischi: uno di merito e uno di metodo. E sono convinto che sia necessario provare a individuare alcuni antidoti per entrambi. La “vulgata” revisionista ha seminato molto negli ultimi anni, mettendo in crisi la complessità e le varie stratificazioni della vicenda resistenziale e delle sue narrazioni. Come si può cercare di ridare tridimensionalità agli eventi e ai processi storici che in questi giorni sono al centro del dibattito pubblico, partendo dal fatto che non solo la narrativa, ma la narrativa resistenziale tout court ha perso sicuramente gran parte del suo fascino? Utilizzando gli stessi espedienti narrativi di questa vulgata, credo.   Il presunto multitasking e l'attenzione...

Tre domande a Matteo Melchiorre

La banda della superstrada Fenadora-Anzù (con vaneggiamenti sovversivi) è uscito nella scorsa stagione letteraria da Laterza ed è stata una delle sorprese più belle e una conferma del talento di Matteo Melchiorre (classe 1981), già autore di Requiem perun albero (Spartaco, 2006). Abbiamo rivolto qualche domanda a Matteo che sarà oggi alla Libreria Utopia di Milano (ore 18.30) per inaugurare “Italia piccola”, un ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria in collaborazione con doppiozero.       Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere la storia della costruzione di una superstrada, peraltro continuamente rimandata?   Perché il cantiere era sotto ai miei occhi, e perché sono convinto che l’osservazione del presente sia urgente, senza gerarchie in termini di luoghi, senza che i centri valgano più delle periferie. Scrivere è un atto civile, non una implicazione commerciale – come purtroppo, lo sappiamo tutti, avviene di norma. Oltre a questa componente conoscitiva, però, c’è stata una...

Torino e i libri. Una scelta politica?

Le classifiche, come le liste, sono fatte per essere discusse, per vedere chi c’è e chi invece ne è escluso, ma soprattutto per capire quale logica presiede alla stesura dell’elenco dei salvati e dei sommersi. Mi sto riferendo alla serie di libri scelti dal Salone del Libro che si apre tra poco a Torino, libri che hanno fatto l’Italia, esposti in una mostra che dovrebbe costituire la base di un futuro Museo del Libro.   Un gruppo di studiosi e professionisti dell’editoria ha selezionato i 150 Grandi Libri e i 15 Super Libri – ovvero, i Best seller e i Mega seller per usare il linguaggio del massmarketing, oggi così consueto. Se la seconda lista, i Super Libri, include i libri che al loro apparire hanno rappresentato una svolta, un cambio di passo nella rappresentazione del nostro Paese, come è detto nella spiegazione che appare nel web, cominciare con Nievo, con le sue Confessioni, è perfetto, per quanto sia un libro postumo e la sua importanza, come capita spesso ai grandi libri, si sia imposta lentamente nel tempo, cosa che è accaduta a Primo Levi di Se questo è un uomo, uscito nel 1947 e...

Paese

Sentire parlare Primo Levi di concetti così fortemente connotati in senso conservatore o reazionario come “patria” ci riporta alla lezione di cui è stato maestro: quella di accettare qualsiasi sfida ermeneutica posta dal mondo e di non avere nessun tabù, nessun pregiudizio, nessun pudore, nessun disgusto: il mondo è vasto e complesso e ha bisogno di tutta la nostra intelligenza e la nostra buona volontà per essere decifrato. Levi individua un vuoto semantico nel vocabolario simbolico nazionale, dove termini come “patria” o “nazione” rivelano tutta la loro astrazione storica, la loro mancanza di vero spessore cognitivo, emozionale, significativo. Si sforza quindi di ricercare connotazioni che possano aderire più esattamente al concetto italiano di “patria” – cercando di sterilizzare i germi della vuota retorica nazionalista che ha piegato in senso reazionario termini emotivamente densi come “homeland” o “Heimat” –, e che siano inoltre concordi con la tradizione dell’erranza ebraica che individua in luoghi specifici, in riti, in un idioletto...