Alfabeto Pasolini

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Racconto

(440 risultati)

Sei / Diario russo. Il virus Z

I simboli fanno parte della nostra comunicazione da sempre, è quasi un’ovvietà ripeterlo, e nell’epoca della comunicazione social, del marketing e del rumore mediatico ancor di più. E forse è proprio per questo che ci interrogano sulla loro pervasività, sulle loro origini, spesso trattandosi di emblemi nati per caso. È successo così anche alla Z, lettera finale dell’alfabeto latino, utilizzata sugli automezzi militari russi per indicare la provenienza dal distretto militare occidentale (zapadnyj in russo), e che ha allarmato i media europei e statunitensi ancor prima dell’inizio della guerra, con domande sul reale significato del simbolo. La propaganda russa ha colto le potenzialità, in un gioco di specchi riflessi, di dare un emblema riconoscibile all’aggressione, e Russia Today ha iniziato a usare la Z per magliette e altri prodotti, in una macabra logica di marketing. E ora la Z è dovunque, viene utilizzata dal principe della menzogna televisiva, Vladimir Soloviov, viene imposta sulle facciate di alcune università nonostante le proteste degli studenti, addirittura appare in alcuni documenti ufficiali: l’amministrazione della regione di Kemerovo, dove si trova uno dei principali...

Parole e immagini (4) / Qui Odessa. La fabbrica della vita

28 aprile 2022   Sono andata in una delle cliniche di ostetricia più antiche della città, nella via Portofrankovskaja, e ho chiesto di poter fotografare le nascite. Maksim Golubenko, che in trent’anni deve aver fatto nascere qualcosa come diecimila bambini, mi ha ascoltato e ha detto di sì. Col consenso delle interessate avrei potuto fotografare i parti, i neonati e il personale medico. Come tutte le madri, avevo sempre visto il parto solo dal di dentro, ossia dal punto di vista del mio parto. Ho scoperto che tutti i bambini nascono assolutamente diversi. Con personalità diverse, sin dal primo istante. È un mistero a cui non riesco ad abituarmi. Vengono alla luce due gemelli, uno grida, e l’altro emette dei suoni riflessivi e si gratta la punta del naso, sembra totalmente consapevole di quello che sta facendo.    Roddom nomer 2, Casa delle nascite numero 2, in via Portofrankovskaja (che magnifico nome italiano per questa via, suona così italiano in russo, e quel franco che evoca libertà d’azione, spazio cuscinetto in cui provare ad alzare il capo e schiudere gli occhi su un mondo nuovo, quante connessioni di senso). È qui che passa la linea del fronte più avanzata...

Parole e immagini (3) / Qui Odessa. La città che ride

21 aprile 2022   Don’t Worry Be happy, una canzone di Bobby McFerrin nata giocando in sala di registrazione, è la versione newyorchese di Keep Calm and Carry On, lo slogan stampato dal governo britannico nel 1939 in un poster da due milioni e mezzo di copie. Sembrerebbe un motivetto da cantare sotto la doccia, non sotto le bombe, e fa venire un’espressione leggermente ebete sia a chi lo canta che a chi lo ascolta: il manifesto di una piccola felicità a priori da usare come un patetico scudo di cartone. Eppure a Odessa l’hanno usata sotto un cielo che promette morte. In un video che gira in rete, cinque soldati di una banda militare vestiti in mimetica e col berretto di lana nero soffiano tristemente negli ottoni davanti a un muro di sacchi di sabbia che sbarrano la strada, all’incrocio fra Lanzheronovskaja e Richelievskaya. Sullo sfondo c’è il teatro dell’Opera, ci sono le bandiere gialloblu che guizzano e un cielo praticamente nero. L’effetto è bizzarro, una cacofonia dell’anima.   L’immagine mi si è appicciata sotto la retina, ora non potrò più ascoltare l’attacco della canzone senza ricordare queste immagini. La musica è un materiale instabile, assorbe tutto, e a...

Parole e immagini (2) / Qui Odessa. Il pane delle donne

14 aprile 2022   Ljudochka ha ventiquattro anni. Nel tempo libero fotografa, e lo fa con molta passione. L’ho vista immersa dentro un raggio di luce e mi sono ricordata dell’eroina di Vermeer. Mi piace quando la fotografia rimanda alle opere d’arte, non quando le copia ma quando assorbe dentro di sé l’esperienza della cultura. A differenza della pittura, la fotografia è la cattura di un istante. Non c’è possibilità di ripetere, o di ridipingere. Luce, condizioni e un lampo: è tutto quello che hai per trasmettere allo spettatore ciò che ti ha spinto a premere il pulsante dell’otturatore.   La guerra induce spostamenti più o meno percettibili sul piano del linguaggio. In questi giorni, espressioni che prima utilizzavo senza problemi, di colpo diventano non più agibili. “Un’esplosione di felicità.” “Un boato di gioia.” E poi quella pletora di espressioni mutuate dal codice militare che si usano nelle discipline economiche e del commercio come “penetrare”, “target”, “presidiare”, “arruolare”, “prima linea”, “fronte”… Erano metafore efficaci, ora si parano davanti agli occhi come immagini crude tout court. Di colpo, l’immaginario si è ripresentato come realtà. La guerra...

Diario 10 / Un dormiveglia con Hegel

Lunedì 4   Abele era pastore di greggi, come tutti sanno, invece Caino coltivava la terra. Abele la vittima e Caino il carnefice. Ma oggi mi è scappato detto che in fondo, considerando com’è nata la sua disgrazia, Caino suscita una certa simpatia a differenza di Abele, perché l’idea di fare un’offerta al Signore era venuta proprio a lui, a Caino, forse mentre zappava. E cosa offre al Signore? I prodotti del suolo, dice la Bibbia.  Non è precisata la specie vegetale ma si può pensare all’insalata, alla lattuga, ad esempio, oppure al radicchio, dipende dalla stagione, ammesso che a quei tempi fosse già in atto la rivoluzione terrestre. Ma se il periodo dell’anno è incerto, la Bibbia precisa che il primo a voler onorare il Signore è stato Caino che ha offerto in dono i prodotti del suolo, quindi in lui c’era dell’affetto filiale, un dettaglio tutt’altro che irrilevante, anche se di solito è passato sotto silenzio.   E se poi le cose si sono messe male è stato perché lì attorno c’era anche suo fratello, che vedendo cosa faceva il primogenito ha pensato di fare la stessa cosa. Questo bisognerebbe considerarlo: uno ha avuto l’idea, l’altro ha agito per imitazione. So bene...

Parole e immagini (1) / Qui Odessa. La statua e il cane

7 aprile 2022   Quando tutto è iniziato ho deciso di restare, non me la sono sentita di andarmene. Ho pensato che dovevo restituire qualcosa alla mia città, Odessa. Mi rendo utile come posso. Vado a casa delle persone anziane e porto medicine e cibo acquistati coi miei soldi. Non sono di quelli che entrano in un’organizzazione non profit. Siamo in tanti a fare così. Vado anche in un forno ad aiutare a cuocere il pane. Poi esco in giro per le strade e fotografo persone e facce, senza idee preordinate.   Conosco Anna Golubovskaja sin dall’infanzia, mia e sua. È la figlia di Evgenij Golubovskij, uno scrittore e giornalista sempre in prima linea quando si tratta di celebrare Odessa, i suoi intellettuali e artisti, le vicende storiche ufficiali e non: un archivio vivente della città. Si occupa di riviste, mostre, premi e almanacchi, tiene insieme l’intellighenzia e tiene i contatti con gli odessiti illustri che si sono sparpagliati in giro per il mondo. Fra loro c’è anche Evelina Schatz, mia madre, nata a Odessa. Evelina è stata fra quelli che fino all’ultimo continuavano a dire che i russi non avrebbero invaso l’Ucraina, non ne vedevano il senso. Quando è successo, è rimasta...

Diario 9 / Il filosofo idraulico

Lunedì 28   Ieri l’altro due studentesse di quarta mi hanno inviato una foto in cui tengono in mano una copia dell’Armata Brancaleone, il film di Monicelli con Vittorio Gassman. Un capolavoro, ho risposto subito, che ho visto e rivisto non so quante volte. Da imparare a memoria, ho aggiunto.  E a proposito di memoria, oggi a scuola, mentre scendevamo le scale, un mio collega d’italiano ha detto che quando era al CAR, il Centro Addestramento Reclute dove si svolgeva il primo mese del servizio militare, aveva deciso d’imparare a memoria l’Inferno di Dante. E arrivato al reparto di destinazione ha mantenuto il suo proposito, un canto dopo l’altro, di settimana in settimana, tanto che a un mese dal congedo poteva recitare tutti gli endecasillabi dell’Inferno.  E i gradi? Non ti hanno fatto generale? Generale ha detto di no, ma in compenso questo mio collega aveva trasformato la naia in un purgatorio, perfino in un paradiso perché dopo che si era sparsa la voce c’era sempre qualche ufficiale che pretendeva una dimostrazione. Allora lui tirava fuori la Divina Commedia, l’allungava in modo che potessero controllare, e iniziava da un punto qualsiasi. Come premio chiedeva...

Tre / Diario russo. Da Napoli all'Estonia

Giovedì 24 marzo ho iniziato la mia traversata di metà Europa, da Napoli verso Narva, per riprendere la mia famiglia in uscita dalla Russia. Circa 3200 km al volante, altrettanti al ritorno, attraversando l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, e poi i tre paesi baltici fino all’antica fortezza ora estone, già tedesca, svedese e russa, importante centro strategico distrutto quasi totalmente nel 1944 durante l’offensiva sovietica. Si tratta di un tragitto a tappe forzate, perché devo arrivare di lunedì a destinazione, e con qualche rischio: in Europa settentrionale è tornato il freddo, e la mia cara vecchia automobile è abituata a climi più miti. Nel viaggio provo a mantenermi attivo, partecipando a iniziative e attività scientifiche, collegandomi dai posti più disparati: per una lezione in un liceo di Genova mi fermo all’area di servizio di Giove sull’A1, per un seminario del Centre d’analyse et prevention strategique e per una conferenza dell’Università della Tuscia sfrutto il wifi di un bar di un distributore Eni a un’ora di guida da Vienna, mentre faccio lezione il sabato mattina da Czestochowa, in un albergo a via Combattenti della Battaglia di Montecassino....

Diario 8 / Variazioni sul figliol prodigo

Lunedì 21   Non saranno tutti d’accordo, ma mio zio Marcello era convinto che il male s’annida nella pretesa di convertire gli altri, una pretesa che gli suscitava antipatia, e c’era anche un’altra cosa che gli dava fastidio, cioè la cortesia borghese, diceva mio zio Marcello Ecco, Dario Camozzi, oltre a essere simpatico, è anche ruvido di natura e quando oggi l’ho intravisto mentre guardava la casa coi nani da giardino mi sono fermato volentieri a parlare con lui, perché sarà pur vero che la vita degli altri è interessante, ma la sua lo è ancora di più. Aveva il cane al guinzaglio, la barba bianca e un berretto di lana calato fino agli occhi. Sembrava uno squilibrato.  Dunque mi avvicino e gli chiedo come sta. Male, dice lui, m’ha steso il Covid. Si tira dietro l’asma da gennaio, gli fischia un orecchio e i muscoli sembrano fatti di pasta frolla. Poi molla il cane che si mette a correre da tutte le parti e un momento dopo si sente il verso stridulo di un fagiano in volo.  Sul lavoro continuo come al solito, dice. Si occupa di minorenni, soprattutto orfani, uno più disgraziato dell’altro. Quanto alla sbandata di due anni prima, ormai è acqua passata. Allude a una...

Diario 5 / Quando leggo Tolstoj mi sento voluto bene

Lunedì 28   Una vita per leggere, ci vorrebbe. Invece ce n’è a stento una per vivere, ma quando si leggono certi autori come Tolstoj, si ha la sensazione di essere voluti bene. Me lo ritrovo scritto nel messaggio di un amico di Bologna, anche lui professore. Ogni tanto manda delle poesie, anche delle foto. Una volta mi ha spedito la fotografia della lavagna che aveva alle spalle della cattedra. C’era questa scritta: sigillate i vostri orifizi in generale e chiudete il becco in particolare.  Rude, politicamente scorretto e molto amato dagli studenti. Quel giorno facevano un baccano indiavolato. Trenta maschi grandi e grossi. Lui si è alzato, ha scritto in silenzio alla lavagna ed è rimasto in piedi lì di fianco senza dire una parola. Si sono calmati quasi subito, come vitelli. Potenza della parola fulminante che si fa eco di un grande sentire, e che rompe le regole.   È un uomo ispirato dal pensiero laterale, questo mio amico di Bologna. Qualcosa che ispira anche una mia collega di latino, ma in modo diverso. Lei parla solo a bassa voce, bassissima, al limite dell’udibile. E lascia spalancata la porta dell’aula. Quando passo dal corridoio non si sente volare una...

Reportage di un flâneur / L'Arabia in taxi

Il primo pezzo d’Arabia che mi accoglie è la voce registrata che annuncia quanto siamo vicini a sorvolare la Mecca. Possa Allah accettare tutte le vostre buone azioni, in italiano. Vorrei risentirlo in inglese: accept? Per quel che ho sempre percepito io, profano, ateo, Allah è il vuoto, il pieno, l’infinito e il completo. Non è il Dio cristiano, umanizzato e che sento troneggiante. Mi cullo con l’idea che sia, l’Islam, più vicino alle filosofie orientali che non alle altre religioni del Libro. Forse per questo facile a scivolare nell’assolutismo, ma a me più comprensibile di ogni cristianesimo, quello protestante dell’etica e quello cattolico della morale. Se spazzassimo via gli imam e l’oscenità della costrizione delle donne, le geometrie intelligenti, gentili ed esatte dei mosaici nelle moschee potrebbero facilmente essere una mia patria: e i silenzi, gli spazi, i tappeti, le persone sedute sole nella penombra.   Abbiamo iniziato la discesa su Gedda, davanti a me una donna estrae dalla borsa una lunga tunica nera leggera, la indossa. Si raccoglie i capelli, immagino voglia legarli e farli contenere da un cappuccio, un velo, si trasforma prima dell’arrivo, poi non la vedo...

Ravenna, 21/25 dicembre / La piccola fuggitiva

martedì   In questi giorni sono chiusa in casa, in quarantena, come un milione e mezzo di italiani. Per ora negativa, ma chissà. Intanto Him, questa sera, va in scena e io non lo vedrò.  Sono le nove e un quarto, Marco Cavalcoli a quest’ora è appena salito sul palco, al buio, agile come una pantera e si inginocchia davanti al pubblico. È identico a Him, la scultura di Cattelan, mi pare di vederlo anche qui, nel mio salotto: stessi baffetti, stesso vestito. Avrà da poco iniziato il suo doppiaggio forsennato. Ora sarà Dorothy, mentre canta al di là dell’arcobaleno. Adesso starà ridendo, sguaiatamente e orrendamente, come la Strega dell’Ovest. Tra poco sarà un maiale che grufola. Presto sarà soltanto il vento.   C’è un passo bellissimo nei Libri di Oz sulla metamorfosi del Mago. È un dialogo tra Dorothy e il guardiano dei cancelli. La bambina chiede come sia fatto Oz e il guardiano le risponde che non lo sa, nessun vivente può saperlo. Quando la bambina e i suoi amici strampalati vanno a incontrare il Mago, ciascuno per conto suo, ognuno vede quel che è capace di vedere: sono tutte immagini diverse. Ripenso al momento in cui Luigi e io abbiamo parlato di Him per la...

I nostri auguri / Il Natale di Elvis

Mi chiamo Elvis. Sono un asino. Sì, un asino e allora? Veramente sul documento di nascita ero Ugo. E allora perché mi chiamano Elvis? Che ne so! Perché raglio forte e strampalato, tipo rockettaro? Che ne so! Qui fa un freddo biscia. Sto in un recinto da solo. Perché? Perché sono Elvis, sono cattivo. Hanno chiesto a me di raccontarvi una storia di Natale. Perché, voi lo sapete com’è il Natale di un asino? Il padrone viene più tardi, si dimentica di metterti l’acqua fresca, ti porta il fieno che magari è pomeriggio, dal sentiero non passa nessuno, manco un mezzo umano che ti venga a fare un saluto e ti porti un tozzo di panino secco. Si sentono campane, risate, battimani, si vedono fumare i comignoli. Qualche botto perfino. E io me ne sto qui a vagolare nel recinto, certe volte ficco la testa nei cespugli, dalla vergogna, mi nascondo al mondo.    Beh, la storia è questa: qui da queste parti c’è una specie di bambina con le rughe e una faccetta un po’ strana, un po’arrabbiata e un po’ disperata, cammina sempre da sola per i boschi e prima, ogni volta che passava di qui, mi veniva a trovare. Entrava proprio nel recinto, e mi portava cime di rapa, gambi di cavolfiore, buccia...

Artificerie Almagià, 16/20 dicembre / Credi alle fate?

giovedì   Sono passati sei mesi dall’ultima recita di Sylvie e Bruno. Domani sera torniamo in scena a Ravenna, per quattro giorni. Quando riprendi uno spettacolo, al principio ti sembra di non saperne più nulla: non ricordi i gesti, le traiettorie, non sai come prendere le luci. Poi succede qualcosa di strano. Sulla scena ti accorgi che il tuo corpo ne sa molto più di te, c’è una specie di memoria fantasma che ti guida. Mentre Luigi ci indica i punti da segnare con piccole croci fotoluminose sul pavimento bianco, mi torna in mente una scena bellissima del romanzo di Lewis Carroll da cui abbiamo tratto lo spettacolo. C’è Arthur, innamorato di Muriel. E c’è Muriel, innamorata di Arthur. I loro corpi, però, non sanno trovare la strada dell’incontro. Sono in riva al mare, il cielo è coperto da un ammasso di nuvole. Sylvie e Bruno, piccole fate invisibili, guidano delicatamente i piedi e le mani dei due amanti. Sylvie afferra il bastone da passeggio di Arthur e lo sospinge verso un gruppo di fiori bianchi, sulla battigia, là dove passeggia Muriel, tanto che Arthur, che non sapeva bene come comportarsi, crede che quella sia la sua volontà. «L’uomo era totalmente inconsapevole che...

Oggi la lettura al Circolo dei Lettori di Torino / La pesca del giorno

Isola di Lesbo, un misterioso viaggiatore incontra un pescatore scoprendo che sul suo bancone sono in vendita corpi umani. Il mercato è fiorente, ne nasce un dialogo scabroso e surreale. Il testo di Éric Fottorino, inedito in Italia, è parte di una pièce che verrà letta a Circolo dei lettori di Torino, venerdì 3 dicembre alle ore 21. Seguirà l’incontro dell’autore con Mario Calabresi e con Cesare Martinetti, autore della traduzione.   ***   È l’ultimo arrivo?   La pesca del mattino   Lontano?   Davanti a Lesbo. Proprio di fronte alle coste della Turchia. Bastava sporgersi per acchiapparli.   Cosa c’è?   Di tutto.   Di più?   Il migliore, di ogni provenienza. Venga con me, sotto la tenda. Vedrà ancora di meglio.   Cos’ha?   Maliani. Ben conservati. La pelle nera protegge la carne.    E là?   Guineani.   Non tanto in buon stato, no?   Troppo tempo a languire nei campi della Libia. Calci, frustate, bastonate, coltellate. Senza contare le false partenze e le false speranze. La tortura, talvolta. Le finte esecuzioni. E poi il viaggio, troppo lungo.   Come diventano?   Lo vede...

Coleotteri ipogei / La vita sottoterra (II)

MILIEU SOUTERRAIN SUPERFICIEL – Io sto creando tutto ciò, questa che è sul punto di diventare una lotta tra me e fantasmi e proiezioni di me, in una sovrapposizione di piani percettivi, mentre leggo sullo schermo illuminato la descrizione che del Catopide trovo su Wikipedia, e contemporaneamente ascolto le parole del mio mentore il quale intanto mi volta le spalle e s’affanna cercando qualcosa nella sua libreria. Afferma, lievemente ansimando, che la principale ripartizione delle tipologie di ambiente – e se trova il libro, accidenti, che è proprio divulgativo e farebbe al caso nostro, me lo presta volentieri – si è usi farla tra epigeo (ossia superficiale), ipogeo (delle profondità più recondite) ed endogeo (o genericamente “sotterraneo”, una via di mezzo tra i due) e … può anche sembrar strano ma sotto terra abitano più specie di quelle che vivono in superficie.   Prudenzialmente circoscrivendo però il campo, precisa che ciò vale almeno per alcune famiglie; e che in definitiva noi quotidianamente vediamo qua e là su un fiore o un tronco gli epigei, alla luce del sole, ma che sotto, nei primi strati del terreno, abitano gli eserciti degli endogei, come una moltitudine di...

Coleotteri ipogei / La vita sottoterra

In fondo non amo queste piccole elitre esili e diafane ma le sembianze scheletriche di tali insetti, talvolta filiformi, suscitano tuttavia un fascino magnetico. Fremono le membra al primo sguardo rivolto ai millimetrici coleotteri stesi in fitte file sui cartellini di cartone bianco, tra molteplici spilli infitti dentro le scatole entomologiche, le teche pavimentate di poliuretano espanso rigido, sigillate dal coperchio di cristallo come un quadro a olio, che emanano odori di essenze stravaganti, dal piretro alla canfora. È un test oftalmico, un difficile esercizio composto da segni sottili, grafi simmetrici, apostrofi indecifrabili, frementi in maniera quasi erotica, come spesso accade quando la materia biologica si raffina slanciandosi in forme di design astratto. Ecco le linee polite del pronoto, ampolle sinuose come un seno, l’ansa di una coscia, un femore, l’arco occipitale, lo spazio concavo e ospitale della calotta cefalica.   Proprio per amore di ciò che non amo mi trovo nel freddo della notte autunnale senza stelle a sfrecciare in moto lungo il viale del Metano, così detto a causa dei distributori per gas auto allineati dagli anni Settanta ai margini della periferia...

I racconti del Carabo (2) / Memorie di un entomologo

Sono io quest’uomo di mezza età che nel cuore della notte si dedica al piacere solipsistico dello studio della sistematica dei carabi. Chino sulle scatole entomologiche aperte, al bagliore dello schermo del computer, con una pipa spenta in bocca computo le specie, redigo liste, compio viaggi immaginari nelle regioni di reperimento e cattura, invio mail agli entomologi e acquisto esemplari su ebay. Sono davvero io che mi perdo in queste liste di nomi cui godo nel vedere corrispondere specifici esemplari, chitine essiccate e accuratamente preparate su cartellini? Colui che si smarrisce nell’osservazione delle catenulazioni delle elitre e che traduce studi evolutivi che ne spiegano la formazione. Pinze, forbici, spilli, etichette, date, nomi. Un universo classificatorio che riempie il silenzio, intervallato dal suono frusciante delle poche vetture che transitano per strada. Finché la stanchezza non ha la meglio sulla poesia di queste reliquie, la fiacchezza non socchiude la vista, io in questi frammenti scorgo il mondo intero. Finché l’alienazione non arriva a tal punto da non distinguere più me quasi vivo da loro non del tutto morti, finché nella mente il confine non diventa confuso...

I racconti del Carabo (1) / A caccia di scarabei

“Quanto sono felici i fanciulli e quanto li compiangono gli adulti quando non hanno sufficiente saggezza per diventare di nuovo fanciulli”. Così scrisse Charles Nodier (1780-1844), entomologo e ispiratore del movimento romantico, nel racconto Serafina del 1832 (tradotto col titolo Ricordi di gioventù, edito da Sonzogno nel 1928) ricordando gli anni giovanili trascorsi sui monti del Giura e sui Vosgi. Forse la felicità si realizza pienamente in occasioni che coincidono con un periodo anteriore all’adolescenza, autentica “età dell’oro” mitizzata poi in epoca adulta. In quel tempo fitto di meraviglie in cui si formano i tratti del carattere trovai anch’io numerosi splendidi insetti, alcuni tra i quali si chiamano per l'appunto Carabi.  Nel corso della storia umana questi Coleotteri, specialmente se dorati, hanno colpito l’immaginazione di collezionisti, ricercatori e scrittori, in un intreccio di numerose storie. Il “racconto di racconti” che ne è nato è composto da frammenti di tali occasioni, affiorate dal fondo della mia memoria nell’ozioso fissare una nuvola o uno spicchio di muro giallo, frammenti che la bufera della vita attiva avrebbe impedito di riordinare. Con l’occhio...

Buon Natale / Undula, un racconto inedito di Bruno Schulz

Il malinconico e timido Bruno Schulz (1892-1942), uno dei più straordinari scrittori del Novecento, è quell’ometto dall’aria sconsolata che, nel suo disegno intitolato Undula (1921), segue un’elegante e altezzosa signora che porta a spasso il suo cagnolino nei pressi della grande Sinagoga della città polacco di Drohobycz. Schulz è stato l’autore delle raccolte di racconti, da lui stesso illustrate, Sklepy cynamonowe (Le botteghe color cannella, 1934) e Sanatorium pod Klepsydrą (Il sanatorio all’insegna della clessidra, 1937), presenti nell’edizione italiana delle opere complete (Le botteghe color cannella, Einaudi 2001), nonché del mitico romanzo Il Messia, andato purtroppo perduto durante la guerra assieme al suo autore, barbaramente ammazzato per strada da un ufficiale nazista.       La signora altera, di nome Undula, compare in una delle venti incisioni che compongono il suo primo racconto in forma di disegni con didascalie: Xięga Bałwochwalcza (Il Libro idolatrico, 1920). Le immagini risentono, nella deformazione dei personaggi, dell’influenza del pittore e scrittore austriaco Alfred Kubin (1877-1959). Per molto tempo Bruno Schulz rimase incerto se fare il...

Buon Natale / Notte

Non fai che girarti e rigirarti… Perché non dormi, Maria?   Non riesco, Giuseppe…   A che cosa pensi?   Al bambino. Penso al bambino… e all’inizio.   I bambini sono l’inizio, Maria. Ogni bambino lo è.   Penso all’inizio di ogni inizio, al primo inizio, Giuseppe, l’ho letto tante volte, lo so a memoria… Vajv’rà Elohim èt adam betzalmo betzelem Elohim barà otò zakar unqeva barà otam, E Dio creò l’adam a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina li creò (Gn 1,27). Li crea grandi, Adamo ed Eva, adulti fatti.   È questo il pensiero che ti toglie il sonno, Maria?   Perché ha fatto così? Siamo all’inizio, all’inizio di ogni inizio e l’adam, maschio e femmina, incomincia da grande. Non ci sono bambini, nel primo giardino…   Non ci sono neanche case…   Non c’è dentro, non c’è fuori, neppure chiuso e aperto. E Adamo ed Eva non hanno da crescere, sono già grandi…    E senza genitori. Lo diventeranno, ma senza averli avuti. Metteranno su famiglia, senza averne mai vista una, senza sapere a cosa vanno incontro…    Quando si incomincia per davvero è così, Giuseppe. Forse anche Elohim fa, crea senza sapere a cosa va incontro....

Quaderno 8 / Salutare le parole

Lo sguardo è ghiacciato non bruciarti stai sotto il mantello cucito per te dagli anziani  e mentre raschi il vetro raccogli tutto il peso dell’attenzione tra le scapole e poi lancia lanciale lontano le belle parole.   Non voglio parole che mi spieghino e nemmeno che sgroviglino né chiariscano. Non voglio parole che mi riempiano e nemmeno che mi facciano sentire sciocca e con poca scuola alle spalle. Non voglio parole che complichino senza un cuore al centro. Non voglio parole che si diano arie. Ho bisogno di parole leggere eppure capaci di sfamare e dissetare, parole che mi domandino tanto, tutta la testa da mozzare e un cuore ingenuo da allenare al passo delle bestie nella foresta, vigile e sempre a casa, eppure sempre in pericolo. Voglio parole disobbedienti ma anche candide. Parole capriole e parole solletico, parole lampi, fulmini e tuoni, parole aghi che cuciono e parole che strappano la stoffa del discorso.   Parole silenziosissime che non svegliano i bambini della notte. Parole che conoscono i ring e non sferrano mai colpi bassi. Ma toccano. Rintoccano. Fanno percepire la pelle e vibrare le ossa. Le ferite si acquietano sotto le parole di fuoco, si...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...

Quaderno 5 / La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili. Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così:    […] la morte non può farmi male più di quanto tu mi abbia fatto male, amata vita mia.   E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.” Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a...