Castellucci: Bros, la violenza dell’ordine

È cupo e intenso il nuovo lavoro di Romeo Castellucci, Bros, andato in scena in prima mondiale al Lac di Lugano in occasione del Fit, il Festival internazionale di teatro diretto da Paola Tripoli e giunto quest’anno alla trentesima edizione (altre date in Italia: dall’11 al 14 novembre in Triennale a Milano, il 2 e il 3 dicembre ai Teatri a Reggio Emilia, l’11 e 12 marzo all’Arena del Sole di Bologna, il 22 e 23 aprile ad Ancona e dal 17 al 22 maggio all’Argentina di Roma). Per comprendere questo spettacolo, giova partire dalla sua genesi. Castellucci, colpito dalle forze dell’ordine dispiegate massicciamente durante le proteste dei gilets jaunes, in Francia, ha pensato di compiere un esperimento su questa forza ctonia, lavorando non con attori professionisti, ma con persone comuni, uomini reclutati attraverso un appello. A questi, fra di loro sconosciuti, è stato assegnato un indice comportamentale, costituito da una serie di punti, alcuni, posti all’inizio, molto semplici, come “Sono disposto a diventare un poliziotto in questo spettacolo” e “Sono disposto a eseguire tutti gli ordini per essere un vero poliziotto”; man mano che la lista si dipana, però, il codice diventa più simbolico e rarefatto, con punti del tipo “Eseguirò gli ordini come una statua classica, anche se non capisco questa frase”, “Eseguirò gli ordini come fossi ferro-cianuro di potassio, anche se non capisco questa frase”, per finire con “L’esecuzione degli ordini sarà la mia oblazione, il mio teatro”. 

 

Foto di Francesco Raffaelli.


A inizio spettacolo la scena è spoglia e fredda. Pare di esser calati in un post-mondo dominato dalla tecnica, con enormi macchine che ruotano su sé stesse puntando un fascio luminoso talvolta sul palco, talvolta sul pubblico, a cercare un colpevole, qualcuno su cui proiettare una colpa originaria. Improvvisamente la prima presenza umana: un signore molto anziano, con una veste composta da un tessuto grezzo, entra in scena con un bastone. Lo punta verso il cielo, verso il pubblico, recrimina, si dispera. Le sue parole, in rumeno, sono incomprensibili, ma si capiscono benissimo: è un balbettio tremendo, qualcosa di umano che rimane in mezzo alle macerie, una premonizione o una profezia. Quando termina la sua geremiade può prendere avvio la macchina scenica. Il meccanismo per cui un insieme di sconosciuti, senza aver fatto prove, guidato da ordini impartiti per il tramite di un auricolare, si trasformi subito in un corpo unico, organico, preciso e spersonalizzato è forse quello che più colpisce in questo spettacolo. Un meccanismo alieno e tremendo ha reso gli uomini degli automi che eseguono gli ordini, si piegano a una volontà superiore. Tutto fila liscio, tutto è perfetto e preciso, cesellato, come se i corpi dei partecipanti fossero allenati da tempo e fossero in un certo senso già preparati a questo destino. Sembrano attori, performer navigati e invece, come sappiamo, sono persone comuni che sono semplicemente e perfettamente entrate nella parte, come se l’addestramento fosse già in atto da tempo.

 

Foto di Francesco Raffaelli.


Il corpo unico della polizia si muove creando coreografie varie, poi alcuni si staccano e compiono gesti diversi. Si inginocchiano, si gettano un liquido rosso sul viso, costringono al suolo un loro simile, lo legano. I gesti sono tutti precisi, necessari. Raramente si nota qualcosa di stonato e quando accade è sempre legato alla tenerezza, all’umanità. Un abbraccio crea imbarazzo, rende i corpi fragili ed esposti; in effetti l’amore è l’unica forza ribelle agli ordini e alle imposizioni. Tutto il resto prosegue con una naturalezza inquietante, come se la violenza fosse un linguaggio naturale, atavico, come se bastasse schiacciare un pulsante per metterla in moto. 

 

I richiami alle tinte oscure e macabre del Terzo Reich (su cui Castellucci ha già in precedenza lavorato, con una creazione intitolata proprio Terzo Reich, andata in scena lo scorso anno in Triennale a Milano e ai Teatri di Reggio Emilia) sono palesi, soprattutto quando in scena appare un personaggio-idolo cui la folla di poliziotti rende omaggio e tributa gli onori. Il pupazzetto si muove a scatti, è sproporzionato e ambiguo, ma è in grado di porre le basi per un ordine cui non ci si può non assoggettare. Un ordine che sembra permanere anche quando il corpo della polizia brulica, diventa anarchico, si dissolve mettendo in scena una sorta di ‘pogo’. Anche in quel caso, non si è avuta l’impressione che le individualità fossero ristabilite, anzi: l’impressione rimaneva quella di un corpo unico, compatto, scosso da una crisi epilettica. La stessa che scuote i poliziotti, caduti per terra, verso la fine di quella danza macabra in cui anche il concetto dell’attore traballa e si rivela essere uno strumento grezzo nelle mani di un burattinaio, il regista.

 

Foto di Francesco Raffaelli.


Una cosa che mi sarei aspettata e che è mancata, in questo spettacolo, è una criticità, un’anomalia, qualcosa che incrinasse l’ordine e portasse il disordine nella compagine. Intendiamoci: come già segnalato, ci sono stati dei momenti in cui il caos faceva irruzione in scena e il corpo unico dei “fratelli poliziotti” sembrava spezzarsi in tanti corpi individuali. Ma l’impressione rimaneva quella di un ordine che contemplava al suo interno anche il disordine. Quello che avrei voluto vedere è una soglia di pericolo maggiore, uno sporgersi su una zona incerta che potesse anche mettere in crisi la rappresentazione stessa. Questo non è avvenuto, segno che l’indice comportamentale consegnato ai partecipanti inizialmente ha agito intensamente in una zona profonda di loro. È stato come trovarsi di fronte a un enorme, tremendo inconscio collettivo, votato al male e alla distruzione. A fine spettacolo, una flebile speranza: l’innocenza di un bambino che si accompagna alla voce dell’anziano. Segno che è ancora la parola, per quanto divenuta un incomprensibile balbettio, ciò a cui possiamo affidarci. 

 

L’ultima fotografia è di Stephan-Glagla.

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