Kornél Mundruczó, slittamenti di identità
Chi abbia già assistito a uno spettacolo di Kornél Mundruczó ha potuto sperimentare e saggiare in prima persona la potenza urticante delle sue messe in scena, specie in alcuni momenti di grandissima vis evocativa, dove il dispositivo teatrale diventa un meccanismo in grado di far accadere qualcosa di iperbolico, quasi metafisico – una presenza tangibile e plastica del trauma.
Abbiamo già potuto vedere questo meccanismo in Imitation of life, lo spettacolo che è stato il fiore all’occhiello dell’edizione del 2019 del FIT (Festival internazionale di teatro) di Lugano, il quale ha lasciato un segno forte nel pubblico che ha avuto la fortuna di assistere al lavoro di Proton Theatre (così si chiama la compagnia teatrale del regista del premiato e apprezzato dalla critica Pieces of woman); oltre al volto intenso di Lili Monori, un viso scavato e approfondito dalla storia e dai suoi contraccolpi, ma in grado di incarnare anche i temi della resistenza e della dignità, in quel caso l’evento spettacolare che si imprimeva nella memoria di chi guardava consisteva nell’improvviso capovolgimento della stanza in cui erano ambientati alcuni degli eventi, con la conseguente caduta fiume di oggetti e ciarpame da mensole, armadi, madie. La trasformazione dello spazio domestico, in altre parole, in un luogo attraversato e abitato dall’inquietudine e dallo smottamento.

In effetti, anche Parallax sembra confermare due elementi che agiscono come basamenti teorici ed estetici sul lavoro di Mundruczó: la poetica dell’appartamento (o ancora più precisamente, della stanza) unita alla poetica della caduta.
L’appartamento, spazio smaccatamente borghese per il suo fornire confini che incasellano e tranquillizzano, viene anche in questo caso, e sempre a metà rappresentazione, stravolto da un evento inatteso e che potremmo definire psichico o metafisico, appunto. La prima parte è dominata ancora una volta dal volto di Lili Monori, che in questo caso incarna il personaggio di un’anziana donna ungherese nata in un campo di concentramento e in dialogo con la figlia che avrebbe bisogno, cosa inconcepibile per la madre, che si era sempre dovuta nascondere, di una prova della propria identità ebraica, per ottenere un posto a scuola per il figlio a Berlino, dove il nuovo ceppo familiare si è trasferito, lasciando Budapest. Il volto dell’anziana insieme a quello della giovane donna vengono posti in primo piano grazie alla presenza di telecamere sul palcoscenico che si muovono nello spazio conclusus della stanza – tra essa e il pubblico una finestra da cui si affacciano, a sprazzi, e tremule, le figure protagoniste, in risalto ai lati del palcoscenico, grazie a due grandi pannelli su cui sono proiettate le riprese eseguite sul momento.
L’evento accade a cavallo fra la prima e la seconda parte dello spettacolo, quando le pareti che chiudevano l’appartamento si trovano ad essere spalancate: la figlia, dopo aver pulito la madre che si è defecata addosso, si trova sola nella cucina che inizia a perdere acqua prima da un vecchio condizionatore d’aria, poi anche da mensole e armadietti. L’acqua cade, cade in abbondanza, una gigantesca cascata psichica, e cade per un tempo abbastanza lungo da ricordare un evento naturale o soprannaturale, una sciagura. Tutto si impregna di acqua e odore di cloro, quest’ultimo percepito anche dal pubblico. Un evento potente e misterioso, al pari della caduta degli oggetti nel precedente Imitation of life. Qualcosa che va oltre il controllo, che fa vacillare le certezze, proprio nel luogo che più dovrebbe proteggerle. Il riferimento biblico è presto detto. Si rimane con un dubbio: quest’acqua affoga o purifica? È elemento di cambiamento o ribadisce il sempre uguale a sé stesso?

Nella seconda parte del lavoro la stanza rimane al centro della scena. D’ora in poi sarà aperta. La nonna è appena morta. Non apparirà più, ma rimane nel mobilio, negli oggetti e nel loro trasmettere un mondo perso per sempre. Invece sul palcoscenico e nella compagine narrativa c’è il nipote, rappresentante della terza generazione di chi ha vissuto il trauma dell’Olocausto. Berlinese a tutti gli effetti, vive con nonchalance la sua fluidità sessuale. E quindi la cucina e la sala dove si sono svolti gli eventi precedenti diventa teatro di un’orgia omosessuale provocatoria, ma che porta ancora una volta il focus sul tema dell’identità.
Chi sono i figli delle vittime? Chi i nipoti? Queste le domande che sembra porre il testo. La connessione logica fra le due sezioni è da una parte comprensibile, e ruota attorno al tema dell’identità, dall’altra, nonostante tutto, sfilacciata. I meccanismi che uniscono le due parti non sembrano ben oliati e preferiamo la versione cinematografica, intitolata Quel giorno sarai tu, dove lo stesso tema, quello delle tre generazioni, viene risolto in modo più compatto: il nipote finirà per innamorarsi di una musulmana. Qui si rimane con l’idea di un testo cui manca un impianto di base più forte, ma, certo, siamo di fronte a un testo potente, potentissimo, in cui il momento centrale vale a dare forza distintiva a tutto lo spettacolo.
Foto Parallax ©Kornél Mundruczó, Proton Theatre.
