Ferdinando Scianna, uno, due e tre

La seconda immagine che si vede nel libro ritrae la strada dove è nato a Bagheria. Scattata nel 1959, quando aveva 16 anni, è stata presa quasi rasoterra e ritrae il selciato della via con le case sullo sfondo fuori fuoco. In primo piano lo scolo che raccoglie le acque piovane e le avvia verso il basso; c’è lì ancora un poco d’acqua reflua che fa luccicare il percorso del liquido all’ingiù per la pendenza. Un punto di vista inatteso, un po’ come se un attore avesse fotografato il palcoscenico dove recita, perché la via, stando anche ai ricordi di Ferdinando Scianna è il luogo dei suoi giochi, uno spazio che ritorna spesso nelle sue immagini. La prima immagine che apre questo Autoritratto di un fotografo (Contrasto, pp.205, € 22,90) raffigura infatti il fondale di quel teatro della vita: una casa con affacci e scale esterne, una donna anziana che si sporge e un bambino appena mosso in primo piano.

 

Scianna è un fotografo con una spiccata vocazione teatrale: è attirato dalle scene, che fotografa quasi sempre frontalmente, come se sullo sfondo ci fosse una quinta, l’elemento scenico che definisce lo spazio dove si muovono i suoi soggetti. La scena naturalmente c’è sempre, come appare in una delle sue fotografie più famose e citate, quella che ritrae Leonardo Sciascia nella chiesa di Recalmuto con le due bambine in primo piano e lo scrittore che attraversa lo spazio delimitato dal fotografo e dietro di sé l’impianto barocco con il Cristo morto dentro la teca. Anche i suoi ritratti hanno sempre qualcosa di teatrale, i suoi bellissimi ritratti colgono l’aspetto di maschera che ciascuno di noi ha, maschere naturali ovviamente, perché quello che al fotografo interessa non è tanto la verità della persona che ritrae, ma il suo apparire nella vita, il suo comparire, si potrebbe dire, nella recita quotidiana che ci è dato di compiere.

 

La maschera è ciò che rivela come nel detto nicciano. Quel senso di teatralità gli deriva naturalmente dalla sua appartenenza a una cultura che ha nel teatro greco la propria origine, dal considerare l’apparire come forma stessa dell’essere, una verità materialista, come aveva perfettamente capito Sciascia presentando al mondo le fotografie di Scianna in quel libro fondativo che è Feste religiose in Sicilia pubblicato da De Donato nel 1965. La teatralità è anche il tono con cui l’autore di questo Autoritratto parla di sé stesso. Ci sono almeno tre Scianna. Il primo è naturalmente il fotografo, perché così è nato, così ha lavorato e così s’è mantenuto per vario tempo il giovanotto andato da Bagheria a cercar fortuna al Nord, a Milano nel 1966, un anno dopo la pubblicazione di quel bellissimo libro in piccolo formato. E come fotografo è conosciuto non solo in Italia, ma nel mondo intero, perché Scianna è stato ed è ancora uno dei fotografi della Magnum, l’agenzia fondata da Capa, che ha avuto in Cartier-Bresson il suo papa dopo la morte di Robert. Nel 1982, al momento in cui lasciava Parigi dopo un decennio di permanenza dove aveva fatto l’inviato di L’Europeo, presenta la sua candidatura su suggerimento del suo mentore Henri per entrare nel novero dei più famosi fotoreporter occidentali.

 

Naturalmente la candidatura viene accettata e così riceve ufficialmente il bollino di reporter dopo averlo fatto da tempo, ma come si sa le promozioni ufficiali, come i premi e le medaglie al merito, si ricevono solo dopo, mai prima. Ed ecco qui il secondo Scianna, debitamente raccontato nella Autobiografia: lo scrittore. Bisognerebbe dire scrivente, alla Roland Barthes, perché all’inizio il fotografo siciliano è un giornalista, uno che accompagna le foto con le sue parole: scrive articoli da Parigi. Fa anche memorabili interviste con Barthes, Foucault, Kundera e tanti altri. E li ritrae. Anche queste sono maschere, meravigliose maschere, tanto è vero che di alcuni, ad esempio Barthes, il suo scatto è diventato una sorta di icona: il modo con cui lo ricordiamo adesso che non c’è più. Scianna fotografa solo vivi – il padre per dissuaderlo dal fare questo losco mestiere che sarebbe il fotografo gli aveva detto: “Fotografo, uno che ammazza i vivi e resuscita i morti”. La storia l’ha raccontata lui più volte per iscritto e a voce, e ha che fare col fotografo del suo paese, Bagheria, Coglitore. Adesso quei vivi di quegli anni, la cui immagine era destinata alle pagine patinate del settimanale milanese, sono tutti morti, e l’icona è fissata per sempre. Il secondo Scianna impara a scrivere persino in francese, diventato un giornalista coi fiocchi, ma sempre in compagnia del primo, il fotografo: il suo doppio.

 

In realtà ci sarebbe il triplo: lo Scianna narratore orale, un vero portento, affabulante e tonale nella voce, assertivo e seducente. Il giornalista non è ancora uno scrittore, ma sta per diventarlo. Forse lo è già, a voce. I libri sono la passione di Ferdinando Scianna, come racconta in questo libro che è il regesto dei suoi libri passati e alla fine anche di quelli futuri, perché chiudendo il volume non può fare a meno di elencare quelli che vorrebbe scrivere, o che ha già scritto ma non dato ancora alle stampe.

 

 

Lo scrittore è però lo Scianna dei libri degli ultimi dieci anni, quello che si è cimentato con la scrittura di libri sulla fotografia, di teoria fotografica, sempre mediata dalla sua pratica di fotografo, anche se qui c’era in effetti un precedente: lo Scianna collaboratore delle pagine culturali del Sole-24 ore, del “Domenicale”, recensori di libri e di mostre altrui. Un critico? Sì, ma non solo. Anche in questo caso i suoi scritti giornalistici sono piccole scene teatrali, dei teatrini di parole che allestiva sino a qualche anno fa sui fogli di carta della testata, e persino qui, su questa rivista digitale.

 

Della prosa di Ferdinando Scianna non si può che dirne con un aggettivo: siciliana. Per quanto realista, come lo è in apparenza la sua fotografia – la realtà un siciliano non sa mai bene cosa sia e pirandellianamente ne dubita, pensa che sia un inganno, o almeno qualcosa di difficile da comprendere, e che inesorabilmente l’attrae proprio per la sua ambiguità –, ha sempre qualcosa di sontuoso, non tanto lessicalmente, ma nel modo di porgere la propria argomentazione. Lo Scianna giornalista è anche sotto l’indubbia influenza di Sciascia, non della sua prosa a clausola, con le frasi ellittiche che chiudono a sorpresa, come se fossero costruite con sintassi tedesca, ma dello Sciascia con vocazione morale. Scianna è un moralista, nel senso che cerca sempre una morale, e la sua fotografia ha una ispirazione morale, anche se il gusto per il bello – il bello contrastato, inusuale, variegato e scontroso – ottunde in parte la moralità di fondo o almeno la contraddice: ama troppo le foto belle, che sono poi quelle che lui giudica riuscite – un mistero che si risolve solo quando lui lo racconta, perché la voglia di raccontare è per lui una mania, come quella del Maestro di Regalpietra era “della verità”.

 

Per capire cosa è la bellezza, quella imprevista ma immancabile, bisogna guardare il suo libro dedicato a Marpessa. Poi c’è il terzo Scianna: il collezionista. Autografo di un fotografo era apparso dieci anni fa, e questa edizione è ora arricchita di una parte finale datata 2021. Sono pagine in cui l’autore rivela quella che è la sua passione più forte: collezionare oggetti, per lo più piccoli oggetti. Accumulatore di ninnoli, oggettini di varia forma e materiale quasi tutti legati all’artigianato popolare in giro per il mondo – Scianna ha naturalmente molto viaggiato, come ricorda il suo libro autobiografico – che come lui stesso spiega è: “Una fascinazione che in un certo modo è andata di pari passo con la sua bulimia fotografica”. Chi lo frequenta sa che è raro vederlo anche in occasioni conviviali o pubbliche senza la sua macchinetta fotografica al collo. La estrae all’improvviso e… clic! Il suo collezionismo è ovviamente quello delle immagini di cui ha stipato la sua abitazione e il suo studio. Immagini appese e immagini appoggiate ai ripiani. Naturalmente c’è qualcosa di teatrale anche in questo, e di siciliano insieme, ma c’è anche la memoria di un mondo che era, al contrario, povero di cose e oggetti, e poi c’è il collezionismo come forma di possesso del mondo (la fotografia è questo: collezionare il mondo, possederlo, dice Susan Sontag). Bulimia, ha scritto giustamente Scianna, che non si sazia mai: + 1. Il collezionista è un uomo sospeso tra l’ordine e il disordine, come ci ha spiegato Walter Benjamin. Lo scrittore tedesco lo definisce l’“erede”, l’uomo che prova il sentimento d’obbligazione del possidente nei confronti del proprio possesso.

 

Una passione inattuale nella sua forma più pura, anche se ora il mondo è pieno di gente che colleziona – cosa è Instagram se non un luogo di collezionismo? ma di un altro collezionismo. Ferdinando Scianna è un collezionista pre-internet, pre-selfie, uno che ha dedicato la sua vita alla collezione d’immagini. Non ha risparmiato nessuno: ha raccolto immagini di tutti, di vicini e di lontani, di animali e esseri umani, di oggetti e di luoghi. Una collezione sterminata con cui è arrivato a fare i conti alla fine durante la pandemia del Covid 19. Il finale della Autobiografia è la storia di come ha svuotato il suo studio di tutto di quello che c’era in più: sacchi e sacchi di carta, sacchi e sacchi di vecchie diapositive. Ha fatto un repulisti profondo e totale. Nel gettare via l’inutile annidato nello studio ha riscoperto la sua vecchia vocazione, quella del secondo Scianna: lo scrittore.

 

Ci comunica che ha cominciato a scrivere veri e propri racconti di memoria. Un’autobiografia dell’autobiografia. Non somiglierà a questo bel libro pieno di sue bellissime immagini. Sarà, presumo, un libro di sole parole. Uno scrittore-scrittore che esplora i recessi della memoria, gli angoli oscuri: “su tante faccende sulle quali continuavo a pormi domande e a darmi rimorsi”. Un quarto Scianna dopo il secondo e il terzo? In realtà c’è un solo Ferdinando Scianna: fotografo-scrittore-collezionista: tre cose in una. Perché ognuna di queste tre contiene le altre due in forma di sottoinsieme, così che alla fine sono nove Scianna, e non solo tre. Poi c’è anche lo Scianna-zero, che non è l’insieme vuoto, ma quello tondo, cioè l’uovo generativo: Ferdinando di Bagheria, siciliano. Lo Scianna che ama il nero e non la luce, e che come quella via del paese natale è il fondo stradale solido su cui fondare, nonostante le nostalgie che vanno e vengono, i piedi, e poi andare sempre via. 

 

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