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Imago: uno scrigno di creatività

Prendendo a prestito un termine dal campo informatico, si potrebbe dire che Imago è stata una pubblicazione multitasking. E di fatto, al significato originario di tasca da cui la parola trae origine, si lega il suo essere stata una rivista ch'era al tempo stesso contenitore e contenuto degli esiti di ricerche e di sperimentazioni culturali e artistiche nella Milano del boom economico, dove si provava anche ad attuare un fattivo rapporto di collaborazione tra quei fermenti e la realtà industriale. Imago, insomma, è stata uno scrigno di creatività, concepito da quel genio che fu Michele Provinciali (1923 – 2009), insieme a Raffaele Bassoli, titolare dell'azienda milanese che l'ha stampata, finanziata e sostenuta.

Nata nel maggio 1960 come house organ della Bassoli Fotoincisioni, uscì senza una periodicità stabilita per 15 numeri (l'ultimo nel 1971) e fino al numero 5 ne fu art director il suo ideatore. 

 

La sua straordinaria eccezionalità, che la distingue da qualsiasi altra rivista aziendale e di grafica mai pubblicata al mondo, consiste nel fatto che il suo involucro-copertina (un cartoncino in tinta unita, col titolo stampato in Clarendon maiuscolo, inserito, a sua volta, in un packaging nero confezionato a mano con il logo della Bassoli a rilievo) poteva contenere, a mo' di portfolio, le più varie tipologie di prodotto a stampa realizzate in una eterogenea gamma di formati, di carte e di cartoncini, quale saggio delle abilità e capacità tecniche dell'azienda milanese, ma anche come campionario delle potenzialità culturali di quel preciso e fecondo frangente storico. E così, ogni numero era una vera e propria, attesissima, sorpresa. Vi si potevano trovare oggetti grafici (per usare un concetto caro a Provinciali) quali grandi poster ripiegati; quartini con fac simile di poesie autografe; immagini di quadri stampate comprese di attaccaglie; pieghevoli; cartelle con all'interno tavole a colori, riproduzioni di opere di artisti visivi; fascicoli fotografici; inserti in pergamina, in carta velina o in cartoncino; schede e addirittura volumetti. 

 

Questi elaborati erano, di volta in volta, a firma dei graphic designer più affermati del momento, Giulio Confalonieri, Silvio Coppola, AG Fronzoni, Max Huber, Giancarlo Iliprandi, Bruno Munari, Remo Muratore, Armando Testa, Pino Tovaglia, etc. (senza dimenticare Enzo Belfanti, il grafico interno della Bassoli Fotoincisioni). E non mancavano nemmeno le opere di architetti, illustratori e artisti, come Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Fulvio Bianconi, Aoi Huber Kono, Salvatore Fiume e Floriano Bodini, né quelle di fotografi del calibro di Paolo Monti, Mauro Masera e Alfa Castaldi. Per i testi vi hanno collaborato scrittori di chiara fama, tra cui Dino Buzzati, Raffaele Carrieri, Piero Chiara, Giansiro Ferrata, Giuseppe Pontiggia, Mario Soldati, ma anche altri meno noti al grande pubblico, come Raffaello Baldini, Aldo Borlenghi, Pino Pistorio.

 

È da poco uscito per i tipi di Corraini il volume IMAGO 1960-1971, Una rivista tra sperimentazione, arte e industria, (pp. 400, € 98.00), che ricostruisce la storia di questa singolare pubblicazione. A cura di Giorgio Camuffo, ha contributi di Nina Bassoli, Maddalena Dalla Mura, Mario Piazza, Marta Sironi, Carlo Vinti, con le interviste ad Andrea Bassoli e a Leonardo Sonnoli. 

Così Camuffo:

"E dunque che cos’è Imago? Non è facile dirlo: una rivista, un house organ, un campionario di eccellenza grafica, un repertorio di immagini, un luogo d’incontro, un laboratorio di sperimentazione tecnica e creativa o anche altro? Imago stessa non si mostra con «propositi di chiarezza»: prima si nasconde, poi, una volta aperta, esplode, si esprime in infinite forme e infine si perde, si frammenta – oppure si trasforma a ogni nuovo tentativo di avvicinarla. [...] [Provinciali la] concepisce fin dal primo numero come un laboratorio di sperimentazione tecnica e creativa: il risultato è una pubblicazione con pochi termini di paragone almeno nel mondo del design."

Nel ponderoso volume ad essa dedicato, accanto ai contributi critici, sono pubblicati tutti i contenuti iconografici e testuali di ciascun numero: un ausilio prezioso per la conoscenza e lo studio di questa singolare e preziosa pubblicazione.

 

Cartellina-copertina del Primo numero della rivista Imago, maggio 1960. Alcuni degli oggetti grafici in essa contenuti: Pino Tovaglia, I carabinieri, manifesto (96 x 60) piegato in otto parti; Michele Provinciali, le saponette, foto Mauro Masera, pieghevole a quattro ante; ingrandimento (16 x 30) del biglietto Pesaro andata, 260 lire.


Sulla scorta dell'assoluta libertà creativa alla quale la rivista e il suo direttore si ispiravano, Imago non aveva una redazione fissa e neppure si avvaleva di una precisa programmazione editoriale. Con un termine preso a prestito ancora una volta dal campo informatico, si potrebbe dire che tanto la sua impostazione editoriale quanto quella creativa erano random. Inoltre, a mio avviso, proprio per il suo accogliere "l'imprevisto, il caso, la relazione inaspettata, [per il suo essere] uno spazio aperto alle occasioni, agli incontri che capitano" (Camuffo), ma anche per la sua assoluta sintonia con il mondo dell'arte, la rivista risultava informata ad uno spirito dada (d'altra parte, dopo dada, nessuna forma d'arte visiva può prescindere da dada e Provinciali lo sapeva bene). Ma c'è dell'altro. Lo stesso processo di lettura di cui si poteva avvalere il suo fruitore era in sé un atto creativo, una vera e propria performance, imparentata alle contemporanee esperienze di arte comportamentale, che, coinvolgendolo, rendeva il lettore protagonista del suo leggere e del suo guardare, non soltanto nei tempi (poter scegliere liberamente cosa prima e cosa dopo), ma anche e soprattutto nei modi. La lettura, insomma, diventava un happening, di cui il lettore stesso era parte attiva per la possibilità che gli veniva offerta di disporre anche nello spazio le 'cose' da guardare e da leggere e di 'allestirle' con una sequenza espositiva autodeterminata.

 

Se ne deduce dunque che Imago costituiva essa stessa un'operazione artistica, era, infatti, arte in quanto tale nella sua sostanza più profonda, esattamente come aveva voluto Michele Provinciali. Questi, poi, discreto, dietro le quinte, dava spazio alla creatività degli autori di volta in volta intervenuti (o meglio, da lui scelti ed invitati) senza mai imporre o sovrapporre la propria, così come fa un compositore, quando scrive una partitura concependola per un'orchestra fatta di tanti strumenti capaci, ciascuno con la propria voce, con il proprio timbro, di fare musica insieme agli altri, in un concerto, di cui, anche a distanza di tempo, si ammira ancora e soprattutto la genialità dell'orchestratore.

 

Michele Provinciali, Presentazione della rivista Imago, pieghevole a due ante, testi di Michele Provinciali e Aldo Borlenghi, 1960. Scatola con gli oggetti in attesa di progetto, 1986.


La poetica degli oggetti di Michele Provinciali gli deriva dal suo amore per les choses rétrouvées, come ben testimoniano le saponette, i gessetti colorati, i bastoncini per il gelato, i relitti restituiti dal mare che egli raccoglieva e metteva da parte. 

Ecco una sua conversazione con Giuseppe Pontiggia:

"Raccolgo le cose comuni – mi dice Provinciali – Quelle che si vedono sempre e non si guardano. 

Ci sediamo vicino a una vetrata. 

– A te non interessano? – mi chiede. 

– Perché fai queste collezioni? – gli chiedo. 

– Queste non sono collezioni – mi dice Provinciali. – Queste sono appunto il contrario. Sono l'anticollezione. Non ti pare? Comunque non sono un esteta – continua Provinciali. – Oppure tu lo pensi? 

Mi avvicino di nuovo ai quadri. Gli oggetti sono evidenziati con amore, ma non diventano artificiali, anche se li si isola in uno spazio. La loro umanità è sorprendente e discreta. 

– Questa è un'eredità del mio mestiere – mi dice Provinciali. – Li devo conoscere e capire. Non posso permettermi di ignorarli.

[... ] 

–Tu hai paura del futuro? – gli chiedo. 

– No – mi dice. 

– Anzi, lo anticipo – dice – Trasformo i consumi in archeologia." 

(Giuseppe Pontiggia, Pop arch., in Imago nr.12, novembre 1968)

 

Così a proposito degli 'oggetti ritrovati' del maestro parmense scrisse Giorgio Celli:

"Queste saponette mangiate ai margini dall'acqua, erose dal contatto amoroso delle mani, questi bastoncelli di gelato provati dal mollusco molle, e consistente, della lingua, questo biglietto ferroviario iperrealista, ingigantito, si noti bene, come lo sono le figure affettivamente importanti dei disegni infantili, hanno l'emozione, e lo spessore concettuale di un vissuto mentale. Non sono, mi si consenta il paragone, il mondo come rappresentazione della mente, ma la mente pensata per oggetti."

(Giorgio Celli, Michele Provinciali. Il mondo pensato per oggetti, Nobili, 1979) 

 

Michele Provinciali: copertine per i numeri 329 (1957) e 345 (1958) della rivista Domus. Copertina di Stile e Industria, 1957; logo della sezione Industrial Design della X Triennale, 1954; marchio per l’azienda di arredamento Zanotta, 1966. Sotto: copertina del nr. 9 della rivista Qualità, 1959; copertina del primo numero (80 della vecchia numerazione) della nuova Edilizia Moderna fatta rinascere da Vittorio Gregotti, dedicato al Grattacielo, 1963; Michele Provinciali ritratto con il suo Compasso d’Oro alla carriera, 2008.


Sfogliando la rivista Imago, si ha come l'impressione che ogni suo numero sia una specie di stanza di un grande palazzo della creatività, nella quale Michele Provinciali ha raccolto degli "oggetti grafici" con la stessa sorpresa curiosità e con il medesimo rispetto che dedicava ai rinvenimenti dei suoi oggetti.

I numeri più riusciti sono stati i primi due, come ha dichiarato lui stesso nel 1987 in un'intervista rilasciata a Gillo Dorfles (del quale era amico fin dai tempi in cui aveva aderito al MAC):

"Con l'ideazione e l'art direction di Imago, house organ della Bassoli, nel 1960 propongo ai grafici italiani di valore l'ampio campo della sperimentazione, contro l'accento di una grafica elvetica allora imperante. I due numeri raccoglievano nelle rispettive custodie alcuni pezzi di eccezionale bravura: i 121 Carabinieri di Tovaglia, il lungo lacerto musicale di Munari, i personaggi folli disegnati da Fulvio Bianconi. E mutano il ricordo, per tematiche nuove: le foto di Alfa Castaldi sul bateau mouche di Parigi, il pieghevole dedicato ai fratelli Castiglioni, il biglietto ferroviario Santarcangelo-Pesaro, ingrandito realisticamente come oggetto. All'apice di questa avventura, la direzione passava nelle mani del titolare dell'azienda [Raffaele Bassoli], con risultati che non eguagliarono mai il livello dei primi due numeri.”

(Michele Provinciali, in Gillo Dorfles, Provinciali. Sentimento del tempo, Bologna, Grafis, 1986, p. 14). 

 

Su Michele Provinciali è stato scritto abbastanza, ma non a sufficienza. La sua complessa figura, infatti, sfugge a qualsivoglia definizione o etichettatura. Era un grafico? Un fotografo? Uno scrittore? Uno storico dell'arte? Un filosofo? Un docente? Un artista? Un poeta visivo? Un regista? Molto probabilmente era tutte queste cose insieme ed anche molto di più. Che fosse anche "archeologo? Viaggiatore? Esperto di tappeti?", si interroga Mario Piazza nel suo saggio contenuto nel libro di Corraini, ricordando i due viaggi da lui compiuti in Iran (il primo nel 1968 e il secondo nel 1971). "Michele era desideroso di altri orizzonti, di trovare le conferme della modernità nell'antichità, nell'alba della civiltà", continua Piazza. 

Non per niente Provinciali si era laureato in storia dell'arte ad Urbino (con il grande Pasquale Rotondi), e per un po', in quella facoltà, la stessa disciplina l'aveva pure insegnata. Vincitore di un concorso, frequenta un biennio di studi al New Bauhaus di Chicago, dove è allievo di Hugo Weber, da cui apprende la lezione astratto-gestuale, mentre dal fotografo Aaron Siskind mutua quell'amore per i dettagli, per i particolari anche più minuti, e addirittura per gli scarti, che lo accompagnerà per tutta la vita.

Rientrato in Italia nel 1953, inizia a collaborare alla grafica di molte riviste dedicate al progetto. La prima è il nr. 7 della mitica Spazio, fondata e diretta da Luigi Moretti; e poi Stile e Industria; la nuova Edilizia Moderna di Vittorio Gregotti (con quei fotomontaggi degni del migliore Kurt Schwitters); Casa Novità di Piera Peroni, che diventerà Abitare; quindi Architettura Cantiere; Marmo; L'acciaio inossidabile e, non ultima, Domus. Per ognuna di esse realizza copertine dalle quali non si può prescindere e impaginati entrati nella storia del graphic design. Prima di Imago c'era già stato un suo altro house organ, quello di Kartell, Qualità, rivista di informazione Kartell-Samco (uscito solo con 11 numeri, dal 1956 al 1960). Ma Provinciali ha al proprio attivo anche la creazione di logotipi, di pagine pubblicitarie e di numerosi cataloghi per Kartell, Sic, Mazzucchelli, Zanotta, Cassina, Arflex, Velca, Gavina Simon, Snaidero, Pirelli, Splugen Brau, De-Bi, Cedit, Faver, Impruneta, Ente Vini di Romagna, Rai Tv, Banca d'Italia, Vogue Condé Nast, Players', Benson & Hedges, Ipcren, Soriano, Jacorossi, Alinari, Istituto Italiano di Cultura. Ha allestito fiere e prestigiose rassegne espositive (con Gio Ponti, i fratelli Castiglioni, Vico Magistretti e Valerio Morpurgo), ha prodotto per il cinema, senza trascurare il suo costante impegno didattico, svolto dapprima all'Umanitaria, poi all'ISIA di Urbino ed anche all'ISA di Monza

In tutte e tre le scuole ha insegnato nel corso propedeutico, come avevano fatto prima di lui, al vorkurs del Bauhaus, anche Paul Klee e László Moholy-Nagy, che egli reputava suoi maestri. 

Così ricorda lui stesso in una sua autobiografia:

"Dopo un lungo periodo di attività professionale partecipai alla fondazione dell'Istituto Statale d'Arte di Monza, sorto con propositi innovativi, dove insegnai propedeutica dal 1967 al 1970."

Nel 1975 vince un ‘Silver Award’ dell’Art Director’s Club di Londra per l’opera Le sedie di Mackintosh. Di Compassi d'Oro, invece, ne ha vinti due, il primo nel 1955 con Gino Valle per l'orologio Solaris e il secondo nel 2008 alla carriera.

 

Michele Provinciali sospinge le poltroncine mod. 1106 (Cassina, 1962) nel traffico caotico di Piazza San Babila a Milano, ph. Mauro Masera; Dino Gavina, Achille e Pier Giacomo Castiglioni e Michele Provinciali fotografati accanto alla poltrona Sanluca sotto il portico di San Luca a Bologna, 1960. Ph. Mauro Masera; le 'zingare acrobate' per la poltrona Thriw-Avay di Willie Landels (Zanotta, 1967), ph. Mauro Masera. IUAV, Archivio Progetti.


Bisognerebbe anche dire delle capacità registiche che Provinciali aveva nell'allestire set fotografici assolutamente straordinari e imprevedibili con Mauro Masera, come, ad esempio, quello 'esistenzialista' per la Poltrona Sanluca dei fratelli Castiglioni (Gavina, 1960); ma anche raccontare del set 'urbano' per le poltroncine mod. 1106 di Cassina, (1962), quando fu inseguito da un ‘ghisa’ fischiante mentre le sospingeva nel traffico caotico di Piazza San Babila in attesa dello scatto di Masera (che poi venne e fu, come sempre, bellissimo!); o, ancora, parlare del set delle 'zingare acrobate' per la poltrona Thriw-Avay di Willie Landels (Zanotta, 1967), e questo per citare soltanto i più famosi. 

 

Insieme al volume dedicato ad Imago, all’opera di questo maestro hanno recentemente reso omaggio anche Italo Lupi, Mara Servetto e Ico Migliore inglobando il logotipo dell'ADI Design Museum nella forma della padella danese da lui riprodotta in negativo e impiegata nel marchio della sezione Industrial Design della X Triennale (1954), per il cui coordinamento aveva ricevuto il diploma internazionale d'onore e la medaglia d'oro.

Ma la figura di Provinciali, così moderna e al tempo stesso così antica, quasi rinascimentale nella sua polivalente poliedricità, necessita di nuovi studi che ne indaghino sì il lascito culturale e creativo, ma soprattutto l'insegnamento carico di poesia. 

 

Dal 25 novembre presso ADI Design Museum Compasso d’Oro, si può visitare la mostra dedicata alla rivista IMAGO 1960-1971 a cura di Giorgio Camuffo.

La mostra resterà aperta fino al 13 febbraio 2022.

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