La bellezza del mondo

“Educa e spera”. L’ho trovato disegnato a lettere ottocentesche sulla facciata a mezzogiorno del palazzo comunale di Pieve di Soligo. Quel palazzo è stato in origine una scuola e tale origine spiega il perché di quel motto sapienziale. È carico di utopia pedagogica: suona affine all’“aspetta e spera”, che – al di là della nascita funesta in Faccetta nera – nel parlare comune è diventato lo sberleffo cinico a una speranza che mai si realizzerà, ma ne è invece il radicale rovesciamento: semina e spera. È sapienza contadina: fatica e spera. È il senso stesso del fare cultura, del far germogliare: coltiva il terreno, le vite dei ragazzini che ti trovi davanti, suda, mettici il tuo tempo e il tuo sforzo, e poi lascia fare al mistero. Al sole, alla pioggia dal cielo. E prega che il mal tempo, il cattivo terreno, le avversità, gli uccellacci che si lanceranno dall’alto per divorare le sementi, prega che tutto questo non ti distrugga il lavoro. Fai la tua parte. Niente di più, ma anche niente di meno. Questo significa svolgere il proprio compito di educatore, o di genitore, questo in fondo è vivere, non scansando in partenza i rischi e i pericoli, che tanto non è possibile: senza illudersi quindi, con presunzione, di dominare, di controllare il tempo e le mille incognite del giorno, ma facendo al meglio la propria parte, recitandola con dignità. 

 

Facciata sul retro di Palazzo Vaccari, Pieve di Soligo (Treviso).


L’altro giorno sono stato proprio lì, a Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, una cittadina di quasi 12.000 abitanti che è una delle capitali della poesia italiana: perché? Perché è stata la culla non solo dell’esistenza, ma anche dei versi di uno dei più grandi poeti del Novecento, Andrea Zanzotto. Curioso labirinto dei centenari: Zanzotto è nato in quel 1921 in cui ricorreva il sesto centenario della morte di Dante, così che in questo 2021 li ricordiamo insieme, a dieci anni dalla scomparsa del poeta veneto. L’eco risuona tra queste montagne.  

 

Ero lì a presentare per “Zanzotto 100” Nel nome di Dante, che ho pubblicato un paio di anni fa per Ponte alle Grazie, a dialogare di “teatro e poesia” con lo scrittore, drammaturgo e giornalista Gianluca Favetto, ospiti del vulcanico Paolo Verri, presidente (tra le altre cose) del Comitato Nazionale per il centenario di Andrea Zanzotto, e del vice sindaco Luisa Cigagna, che mi racconta l’origine della scritta “educa e spera”, voluta dall’allora sindaco Antonio Schiratti, una figura importante nella storia di Pieve di Soligo, un “riformatore”, cultore fervente dell’istruzione popolare, che con lungimiranza, dopo l’Unità d’Italia, sostenne l’educazione delle classi più povere, e in particolare delle donne.   

 

C’è una risonanza profonda, a distanza di secoli, tra i due grandi poeti: a loro interessava il mondo, interessava la bellezza del mondo. Sembra di sentire Elsa Morante, quando provocatoria definiva lo scrittore “qualcuno a cui sta a cuore tutto, tranne la letteratura”. E allora capiamoci bene, quando parliamo di bellezza: vale per le opere come per le creature, gli alberi e i libri, le montagne e gli oceani. Estetica, giustizia, verità, non sono, per il fiorentino come per il pievesano, separabili. Il vizio dei moderni, quello di alzare un muro invalicabile tra il visibile e l’invisibile, rompendo l’unità del cosmo, non gli appartiene, pur Dante venendo prima, e Zanzotto dopo quella rottura. Entrambi rifiutano l’ideologia di un mondo dove tutto è misurabile, dove il calcolo la fa da padrone, dove l’economia è scienza sovrana, che svilisce ogni altro genere di conoscenza. Che abbruttisce. Reazionari? Sì, reagiscono alla distruzione della dignità umana e del pianeta, per questo sono veri rivoluzionari. Guardano con sospetto alle “magnifiche sorti e progressive”, quando in nome del progresso, di un progresso cieco, unilaterale, si lacera l’umanità che siamo. E agiscono da grandi sperimentatori della lingua, l’uno inventandosi l’italiano, l’altro arricchendolo di una sorprendente alchimia con la fonè veneta: entrambi abitano la lingua con lo stesso amore con cui si abita la terra, entrambi conoscitori degli inferni e del male che ci assedia, entrambi a indicarci, con la loro musica in versi, pertugi e vie d’uscita. Per definire il dialetto, Zanzotto si è servito più volte dell’espressione che nei Vangeli designa il Messia: logos erchomenos, “parola che viene”, «di là dove non è scrittura né grammatica», parola che rimane per questo «quasi infante nel suo dirsi». Il dialetto non è, per Zanzotto, una lingua accanto alle altre, ma l’esperienza della stessa sorgività della parola, il punto in cui il parlante «tocca con la lingua (nelle due diverse accezioni di organo fisico e sistema di parole) il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come il latte».

Dopo il dialogo con Favetto, e prima di tornare a Ravenna, resto ad ascoltare il bell’intervento di Roberto Cicala, studioso e editore – Interlinea Edizioni Novara – che racconta con ironia le avventure di un editore di poesia in un mondo che della poesia sembra non volerne sapere, le diverse fasi che vanno dalla “scoperta” di questo o quell’ autore fino al confronto finale con il mercato e la sua disattenta spietatezza. E mi risuona ancora in testa il motto: “educa e spera”. Anche l’editore di poesia scommette, fatica, semina, e poi aspetta. Sorridente. Sa che la partita è ad armi impari, ma che, come i suoi poeti, non può non giocarla. Alla fine, nel salutarci, mi regala un prezioso libretto, Ascoltando dal prato, a cura di Giovanna Ioli, pubblicato da Interlinea dieci anni fa, “divagazioni e ricordi” fissati da Zanzotto poco prima di morire. E vi trovo pagine splendide (pp. 11-12) in relazione a Dante, che qui riporto integralmente.

 

Inferno, Teatro delle Albe, 2017, © Cesare Fabbri.


“A parte le varie guerre, che sono sempre il peggiore degli inferni, io lo rappresenterei l’inferno su questa terra in quel gruppo di malfattori che governano la finanza internazionale. La speculazione del capitale finanziario si estende sulle materie prime e crea un vortice che poi travolge tutti, talvolta gli stessi responsabili di quel vortice. In altra forma c’erano anche ai tempi di Dante, che ha espresso l’indicibile della cosificazione, il punto estremo del disumano. Nell’esperienza della quotidianità, poi, ci sono gli inferni della psiche devastata. Sono i singoli casi, in cui il vissuto di certi malati supera tutte le fantasie di terribilità. L’Inferno di Dante è allucinante. Sembra scritto da un surrealista. Penso per esempio agli usurai (“in una borsa gialla vidi azzurro / che d’un leone avea faccia e contegno”, XVII 59-60). Viene fuori la difficoltà di staccare gli occhi da quella allucinazione azzurra. Trasporta la vitalità sul colore e sono colori che bucano la tela. Poteva scriverlo Breton. Il Paradiso l’ho sentito molto, ma il mio è una specie di sottoparadiso incerto e le luci della mia poesia potrebbero anche essere i bagliori di Caina. Sia il mito della selva oscura in cui tutto si confronta in reciproche sopraffazioni, sia quello di una selva quasi edenica, ove un certo equilibrio fra uomo e ambiente, saggiamente salvaguardato, darebbe luogo ad eleganti sistemi di simbiosi, sembrano oggi impraticabili. Si sa benissimo quale demoniaco ciclone ci stia portando alla deriva, uomini e foreste e tutto. In questi anni ho cercato tutti i punti in cui più Dante sale più usa metafore che si rifanno all’infanzia, per indicare il ritorno all’origine del dire e l’impotenza dello scrivere. La poesia cerca di trasumanar e solo Dante è riuscito a farlo per verba. Certo, anche Dante riconosce che per scrivere il Paradiso bisogna staccarsi dalla terra. Io credo che parlando di “erba” all’inizio della terza cantica alludesse addirittura alla droga, un’erba che sovrumanizza: “Nel suo aspetto tal dentro mi fei, / qual si fé Glauco nel gustar de l’erba / che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi” (Par. I, 67-69). In molti luoghi della Commedia si può cogliere un’allusione di questo genere. Per me l’erba necessaria non è lo spinello, come per molti giovani poeti. Droga per me è al confine dell’eros, è questo mio paesaggio che trasuda sangue, che mi incalza con la sua bellezza e ora con la devastazione orribile cui è soggetto. Avverto un sentimento per un colore, un profilo collinare, così violento che mi sembra di stringere una persona tra le braccia. In un paesaggio che conosco tanto bene ormai, ogni tanto scopro una nuova stradina, che mi offre nuove prospettive e l’ordine è di nuovo sconvolto. E anche nei sogni incontro di queste stradine. Una volta le sognavo spesso, ora molto meno”. 

 

Andrea Cortellessa, critico letterario e storico della letteratura italiana, anch’egli presente alla manifestazione di Pieve di Soligo, al quale dobbiamo altri importanti convegni su Zanzotto che si terranno quest’anno in Italia e all’estero, da Parigi a Oxford, ragionando sul gemellaggio tra l’Alighieri e Zanzotto, li ha definiti “poeti per tutti e per nessuno”, capaci di far cantare il fabbro per le strade e al tempo stesso di affascinare teologi e filosofi di tutto il mondo. Poeti “dei contrari” quindi, fisici e metafisici, che tengono insieme “e cielo e terra”. E nell’abbandonare le alpi bellunesi per avviarmi sulla Romea che costeggia il delta del Po e tornare a Ravenna, guardo a quei monti ancora con le parole di Zanzotto, a p. 62 di Aspettando dal prato

 

“Che cosa sono quei “confini dei monti”, profili accavallati su profili, che Holderlin identifica con le linee della vita di ognuno, diverse ma ingarbugliate insieme?”  

 

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Paradiso, Moebius, 1999.