La follia dell'homo televisivus

La copertina di questo libro, La riunione di Pietro Galeotti, appena uscito per Feltrinelli, è bellissima.

Ma, mettiamo subito le mani avanti, è bello anche il libro.

Così comunque ce la descrive l'autore stesso a p. 23 del testo: “un grappolo di volti dolenti, stupiti, perplessi, rassegnati”. Ha un titolo: “Gli allibiti”. Ed è firmata da T.

Questo T., poi TLa, altri non è che Tommaso Labranca, il cui nome e cognome scritti in chiaro e non più in cifra suggellano l'opera di Galeotti.

 

Pietro Galeotti, a cui di solito storpiano il cognome in Galavotti, Castellotti o Cavallotti, a scelta, è un affermato autore televisivo, compagno di classe di Fabio Fazio e suo sodale per una trentina d'anni. Poi il sodalizio si è interrotto (e, nel corpo del testo, vi è una digressione enologica sul delicato equilibrio di certi vini, nati dall'assemblaggio di uve diverse, che può essere letta come trasparente allegoria degli equilibri, altrettanto miracolosi e altrettanto fragili, all'interno di una coppia professionale).

 

Anche Tommaso Labranca, fra le altre cose, era un autore televisivo. Galeotti ne traccia un commosso ricordo alle pp.155-56, velandone il nome con la trasparente sigla Tla: “Era sempre in lotta con il resto del mondo con tutta la sua dolcezza e fragilità. Ha lavorato moltissimo al suo suicidio professionale, ottenendolo con grande efficacia e non mi stupisce chi pensa che probabilmente quando si è accorto di essere sul punto di morire non abbia fatto nulla per impedirlo. Infatti lo hanno trovato a letto con un viso profondamente sereno”.

 

La riunione è anche un libro di ricordi. 

Naturalmente, proprio come amava simulare Montaigne, l'autore in due passaggi confessa o di “non ricordare nulla a distanza di un giorno”, oppure – e qui cade a proposito Montale (“Il guaio è che il ricordo non è gerarchico”) – di avere una memoria selettiva che gli fa ritenere “con minuziosa precisione dei dettagli solo le cazzate”.

In realtà la sua memoria funziona piuttosto bene. 

Si alternano così ricordi molto partecipati sentimentalmente, come per l'appunto quello di Labranca, o come quello di Bombolo, al secolo Franco Lechner, un comico che non recitava, ma che era realmente se stesso anche sulla scena. 

O un altro comico, anche lui purtroppo non particolarmente fortunato, di cui vengono citate solo le iniziali M.M. (ma non è difficile riconoscere Maurizio Milani) che rivendicava (e rivendica) il diritto di “scartavetrare il pubblico”. Partendo da questo verbo così ruvido ci si può riallacciare a un altro efficace ritratto ricavato dalla memoria, quello di un certo Silvio B., il “vecchio leader visto da vicino, impressionante nei lineamenti scartavetrati”, dove non c'è bisogno di particolare acume per sapere di chi si tratta. Anche lui, che è stato in un certo senso il continuo sottotesto di tutti i programmi scritti dall'autore e quasi una sorta di autore-ombra o contro-autore ombra, è rievocato con affetto nonostante tutto.

 

Con vero trasporto è descritto un pranzo a Roma con un non nominato ma altrettanto riconoscibile Paolo Poli. Elegantissimo con camicia bianca e papillon. Che si presenta all'appuntamento venti minuti prima. Intrattiene l'ospite con un fuoco di fila di storie aneddoti citazioni e poi paga anche il conto, in contanti. Alla fine se ne va apostrofando l'autore con un assai vezzoso “bellissima bambina”.

Di solito l'autore ha invece avuto a che fare nel corso della sua vita con un esercito di cialtroni, ritardatari, scrocconi, autentici parassiti che “vivono di avanzi di palinsesto”.

Oppure con “divi” e “vips” che si comportano da tali, prendendosi molto sul serio.

Per esempio quel giornalista in mutande che, nel suo camerino, si lamenta furioso perché il testo dell'intervista “non è comprensivo delle risposte”. Obiettargli che le risposte le dovrà dare, secondo il suo estro, l'intervistato, non serve a molto.

 

 

O il Grande Ospite che, se ci sono i salatini vuole le patatine, se c'è il caffè vuole la birra (e viceversa).

Ma questi elenchi di bizzarrie e stramberie di artisti più o meno grandi, così come la volgarità di certi funzionari televisivi (“A coso, ma che cazzo stai a di'?”, p.153), nonché la loro proverbiale ignoranza, improvvisazione, incompetenza e arroganza sono ciò che ci si aspetta in fondo da un libro del genere. E certo questi elementi ci sono. Però quello che non ci si aspetterebbe da un autore di successo, come Galeotti, che ha incontrato nel corso della sua carriera mezzo mondo e anche più, è la continua nota elegiaca, e addirittura funebre del volume.

Si tratta, abbiamo detto, di memorie, e poi anche di aforismi (“in ogni redazione c'è l'autore espiatorio”; “devo ricordare di non sottovalutarmi”; “non è decisiva l'idea ma il momento e il modo in cui la si dice in riunione”, che è un po' il kairòs greco della riunione) e di leggi e decaloghi, apparentemente senza un ordine. In realtà l'ordine c'è. C'è una precisa scansione del testo. L'inizio rimanda alla fine.

 

Il libro si apre e chiude con una lista, da aggiornare di continuo, di possibili partecipanti al funerale dell'autore, che si immagina imminente (“E se accadesse domani?”), ma imminente soltanto “per comodità di narrazione”. Questo elenco, ora esteso, ora concentrato al massimo, è il filo conduttore dell'intero testo. Compare altre otto volte, variamente declinato e modulato. Quindi dieci complessive nell'arco di 191 pagine.

 

L'altro elemento ricorsivo è la lettera a Michelle Obama; una missiva con cui si invita, a condizioni deprimenti, l'ex first lady a partecipare come ospite a una futura trasmissione. Cinque di queste improbabili epistole compaiono a intervalli regolari fra le pagine del libro. Alla fine c'è anche la risposta, sprezzante e indignata, della celebre consorte.

 

Galeotti si definisce, in due passaggi (p.59 e p.144), un “dinosauro” in rassegnata attesa del meteorite che lo estinguerà del tutto.

Rimane la via di fuga dell'infanzia, della favolosa infanzia. Rappresentata plasticamente in un gesto: la rovesciata spettacolare del bambino che era e che non tornerà mai più (p. 91 e 116). Quel mirabile “gesto atletico”, come avrebbe detto Brera, mitizzato dal Nostro, rimane, così dice, “la cosa migliore” che è riuscito a fare a tutt'oggi.

 

L'altro collante del libro è, ovviamente, il continuo riferimento alle riunioni interminabili a cui l'autore ha dovuto partecipare. La fenomenologia di queste è inesauribile, così la loro tipologia.

Ciò che colpisce il Nostro è, in alcuni frammenti di alta letteratura, il divario costante tra il fulgore dell'idea, il balenare di un frammento narrativo – e la deludente fatica della sua realizzazione.

“La nostalgia dell'istante in cui siamo riusciti ad afferrare uno dei fili che avevamo tirato prima di perderlo definitivamente”.

 

Ma il grottesco della riunione, determinato dalla follia dell'homo televisivus, pare prevalere. Non solo in alcuni dialoghi riportati, dove non viene detto assolutamente niente. Jakobson vi avrebbe visto il trionfo dell'aspetto fàtico del linguaggio, cioè lo “scambio sovrabbondante di formule stereotipate... il cui unico scopo è quello di prolungare la comunicazione”. Ma anche in certe situazioni paradossali: non viene detto agli autori che il protagonista della sit-com a cui stanno alacremente lavorando è cambiato, mutando quindi tutte le premesse del loro lavoro. Così come non viene loro comunicato che è addirittura cambiato radicalmente il tema della trasmissione che stanno delineando. O che una certa questione di “riequilibrio” che li stava portando a mettersi le mani addosso non riguarda affatto loro, ma tutt'altro settore della produzione televisiva.

È per questo che essi autori, e il Nostro fra loro, sono allibiti. Anzi: gli Allibiti come nell'esempio di “meeting-art” di Labranca, tenendo a mente che l'inglese è sempre ottimo per “impacchettare la fuffa”.

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