La rivincita delle piante, o il loro ultimo grido

Mi sono sempre chiesto, leggendo e rileggendo i romanzi di Francesco Biamonti, quale fosse la sua relazione con le mimose. Ricordo ancora la mia sorpresa quando per la prima volta ebbi in mano un suo libro – credo fosse Vento largo e fu un regalo, ai tempi dell'università, di un amico di Ventimiglia – nel trovarci dei fiori nel profilo biografico in quarta di copertina. Francesco Biamonti vive e coltiva mimose a San Biagio della Cima, c'era scritto all'incirca, ma vado a memoria. Dopo lessi L'angelo di Avrigue e Attesa sul mare, tutti in ritardo sull'uscita, e presi in tempo reale, per così dire, soltanto Le parole e la notte, nel 1994. Avevo 19 anni, e da allora Biamonti si è sempre messo di traverso prima di ogni mia pagina scritta: per passare, per scrivere oltre, dovevo e devo confrontarmi con lui. Ogni volta che ho preso un suo libro, ad ogni modo, sono andato a verificare che le mimose ci fossero ancora, e c'erano sempre. Mi dispiace un po' che proprio adesso che è morto da un pezzo – sono quasi vent'anni – i fiori siano scomparsi dal suo ritratto ufficiale, chissà che l'Einaudi non possa farci un pensiero per il ventennale e rimetterli dentro.

 

Giovanna Dur', Bombù

 

Ai tempi trovavo eccentrico eppure in qualche modo coerente che il nome di Francesco Biamonti stesse insieme ai suoi fiori. Non me ne chiedevo troppo la ragione, a dirla tutta, ma c'era (c'è) qualcosa di profondamente vero in ogni suo giro di frase, e quel senso di vero, la sua sintassi, il suo lessico scabri e le mimose erano tutt'uno. Non credo mi colpissero i fiori in sé, non sono mai stato un pollice verde, i fiori li ho regalati e lasciati morire, soprattutto, per un'incuria e una distrazione di cui non vado per nulla fiero. Ciò che nel suo caso mi chiedeva attenzione erano, credo, due aspetti. Il primo era il lavoro, cioè che le mimose le coltivasse, che dietro la bellezza del fiore, la retorica tutta metropolitana della purezza che lo accompagnava, ci fossero le schiene piegate delle persone. Conoscevo quelle zone di confine tra Francia e Liguria, e sapevo che erano anche luoghi di immigrazione dall'Abruzzo, e che coltivare i fiori che poi la domenica finivano sulle tavole di Sanremo insieme ai pasticcini era un modo per sbarcare il lunario di uomini e donne sradicati dal sud. Ma Biamonti non era abruzzese e forse non era quello il punto. Il punto, ciò che mi colpiva delle mimose sul libro, credo fosse soprattutto il paesaggio, che mi pareva la questione centrale.

 

Detto in estrema sintesi, mi sembrava che quello che succedeva, dentro e fuori i personaggi di Vento largo o L'angelo di Avrigue, fosse inscindibilmente legato al contesto in cui succedevano, appunto al paesaggio. Soffrire lì, essere soli, aiutare a fuggire qualcuno sul crinale che da Ventimiglia guarda la Francia non era lo stesso che farlo a Milano. E dirlo, trovare le parole per disporre tutto questo dentro una frase, stava insieme a quelle mimose coltivate a San Biagio. Pensavo, a ben vedere, la stessa cosa per tutti gli scrittori che amavo: si poteva essere Milton o Nuto soltanto tra le colline delle Langhe di Pavese e Fenoglio. 

 

 

Quando ho iniziato a leggere questo Fior da fiore (quodlibet) in cui Angela Borghesi cuce insieme fiori e parole, o meglio piante e letteratura, immaginavo che a un certo punto sarei incappato nelle mimose di Francesco Biamonti. Invece non è successo e in fondo è giusto così: si tratta di un libro girovago e personale, è il bouquet – invero ricchissimo – che Borghesi mette insieme intrecciando a suo piacimento gli scrittori e le scrittrici con i fiori che più le sembrano in tono. Viene naturale cominciare a fare lo stesso gioco con sé stessi, rimuginando in silenzio, scartabellando, nella memoria, tra la biblioteca e gli odori, e verrebbe da chiamare l'autrice e mettersi a giocare con lei, offrire un mazzo in cui un verso e un fiore producono un sogno, un segno, un'emozione o il silenzio. Per questo credo di aver portato le mimose e qualche libro di Biamonti fin qui in questo mio contributo messo per scritto, per non arrivare a mani vuote a tale già ricco banchetto.

 

Le lettrici e i lettori di doppiozero conoscono bene le prose di Angela Borghesi che proprio qui hanno iniziato il loro girovagare in rete, e che in Fior da fiore sono accompagnate dai disegni di Giovanna Durì, e che sono disposte, cronologicamente, a costruire un discorso che avviene così soltanto dentro il volume. Non è il caso dunque che io mi dilunghi nella descrizione del contenuto e dell'attitudine dell'autrice, che è però, come scrivevo poco fa, contagiosa. Lo è perché Fior da fiore è in fondo un'antologia di passioni e un autoritratto, e anche un'istigazione, appunto, a fare altrettanto, a provare a dirsi attraverso la completezza dei sensi: l'olfatto, il tatto, il gusto, l'udito e la vista. La letteratura li evoca sempre, ma li può evocare soltanto perché la natura – ancorché antropizzata, coltivata, recintata etc. – li offre. In questa antologia troverete Albert Camus (e il platano che gli diede la morte), Paul Valery e Italo Calvino (con famiglia di botanici al seguito), Nabokov e Levi e i suoi ippocastani malati di corso Re Umberto, Moravia, Louise Glück, Rilke, il maestro zen Basho e tanto, ovviamente, Pascoli, Pasolini e molti altri.

 

Giovanna Durì, L'alloro

 

Troverete i lillà, i mughetti, la catalpa, la magnolia, il faggio e il ciclamino, e tanto di più, che è poi disposto in elenco, sapientemente, nel doppio indice ragionato, per "essenze vegetali" e per autori. L'elenco è davvero da impressionare, spazia dall'Italia al Giappone, e le mancanze che ciascuno vi troverà sono in fondo il pregio – lo stile – di questo volume, che potrebbe essere usato parimenti in un corso di letteratura, in uno di botanica o come manuale di sopravvivenza per la specie per ribadire – pare ce ne sia bisogno – che non si dà cultura senza natura, che se massacriamo i fiori, il paesaggio, l'ambiente, si estingue l'essere umano, finisce il nostro essere umani. 

 

Questo libro sta dentro una sorta di rivincita almeno editoriale delle piante – o è il loro ultimo grido – che in Italia ha avuto titoli fortunati, da Al giardino ancora non l'ho detto di Pia Pera (Ponte alle grazie) al notevolissimo La vita delle piante di Emanuele Coccia (il Mulino) a La foglia di fico di Antonio Pascale (Einaudi), e che metterei insieme alla vasta produzione di Gilles Clément, tra cui citerei almeno Manifesto per il terzo paesaggio (quodlibet) e Piccola pedagogia dell'erba (Derive Approdi). Ciascuno porta avanti un discorso differente, e non sempre la militanza è il motore primario. Ma insieme formano una piccola biblioteca sul vivere insieme, sull'educazione ai sensi, e su una geografia differente, meno attenta ai confini ma non meno politica in senso lato, o forse proprio politica in senso stretto.

Concludo con una piccola chiosa che mi resta impressa a conclusione di questo Fior da fiore.

 

Giovanna Durì, L'albicocco

 

Andrebbe verificata, prendetela come uno spunto, non vale probabilmente molto di più. Ma sta insieme a quel ventenne che ero, che nei libri di Biamonti, Fenoglio e Pavese, cercava il paesaggio, e che poi con il tempo si è appassionato – pur nella negligenza di cui sopra – ai fiori. Ho l'impressione che nella ricchissima messe che Angela Borghesi ci offre nel libro, gli alberi stiano insieme agli uomini e alle donne di prosa (ai romanzieri, in sostanza) e che i fiori siano per i poeti. Non solo il platano di Camus o il cedro di Moravia o il faggio di Mario Rigoni Stern. Primo Levi, che pure parla in versi dell'ippocastano, resta un prosatore, forse il vertice della prosa italiana del secondo Novecento. E Goffredo Parise, che scrive del sambuco, lo fa in quello che lui stesso considerava a tutti gli effetti un libro che sgorgava direttamente dalla fonte della poesia, I sillabari. Cosa c'è dietro questo?

 

Ripeto: andrebbe ragionata, approfondita, discussa, se mai confutata. Ma certo credo stia insieme al mistero che condanna i fiori a una lancinante bellezza sempre a rischio di morte. Dove la vita e la morte, appunto, stanno insieme in un tempo brevissimo, in un vaso o in un campo, e quasi anzi, vita e morte stanno insieme nello stesso momento, come nel caso dei fiori recisi. E dove una neve può condannare tutta quella bellezza a perire, dove quel bianco, così nei versi di una poesia in mezzo alla pagina come di una gelata improvvisa su un campo, sembra l'evidenza di quanto sia fragile tutta quella bellezza. E però poi il fiore rinasce ogni primavera e la poesia è l'unica che – sia detto senza retorica – ancora tiene in piedi il genere umano.

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