La solitudine di chi resta

A partire da febbraio 2020, a causa del repentino inizio della pandemia da Covid-19, sono aumentate in maniera esponenziale le riflessioni – sulle pagine dei quotidiani, durante le trasmissioni radiofoniche, nei convegni universitari, ecc. – relative al modo di intendere, di affrontare e di vivere la mortalità propria e delle persone amate, tanto da un punto di vista prettamente individuale quanto da uno più collettivo. Per un anno intero abbiamo messo in relazione le analisi dei comportamenti dei cittadini, sottoposti al rischio del contagio e dunque costretti a un isolamento casalingo forzato, con la loro specifica consapevolezza – acquisita man mano – del legame vigente tra la vita e la morte. È innegabile, per esempio, l’incidenza della decennale rimozione sociale e culturale della morte sugli atteggiamenti più irrazionali che abbiamo avuto modo di osservare durante gli ultimi mesi: da una parte, l’esasperazione patologica dell’autoisolamento che, nei fatti, si è tradotta in un autentico terrore di uscire di casa e dall’altra, viceversa, una baldanzosa esposizione del proprio scetticismo nei confronti delle regole imposte, la quale spesso è sfociata in un deleterio negazionismo (si pensi alla recente vicenda della torteria di Chivasso, la cui proprietaria si è attribuita arbitrariamente il ruolo di capopopolo all’interno di una donchisciottesca lotta per l’indipendenza). Entrambi i comportamenti sono parenti stretti della morte rimossa, impostasi nel corso del Novecento in buona parte dell’Occidente: riscoprire la propria costitutiva fragilità determina, infatti, un aumento tanto degli atteggiamenti ipocondriaci di chi ne rimane all’improvviso irretito quanto della sua negazione assoluta da parte di chi invece non vuole in alcun modo accettarla.  

 

Ora, per capire in maniera più precisa il tipo di morte e di mortalità intercettato dal Covid-19 in Italia e le mutazioni immediate che ne sono derivate è senz’altro utile leggere il libro di Asher Colombo, La solitudine di chi resta. La morte ai tempi di contagio, il quale ha il merito oggettivo di offrire una panoramica ben documentata, nonché suffragata costantemente da statistiche, interviste e necrologi, sui modi di affrontare la morte in Italia prima e durante la pandemia da Covid-19. Una panoramica che, in particolar modo, si sofferma – grazie alle numerose testimonianze riportate – su chi ha vissuto in prima persona gli effetti drammatici del Covid-19, in quanto operatore sanitario o parente di una persona contagiata, mettendo implicitamente in luce il carattere superficiale dei comportamenti irrazionali summenzionati e mostrando invece esplicitamente le strategie adottate per fronteggiare una situazione che ha cambiato il decorso della malattia mortale, le ritualità funebri e i legami simbolici tra i vivi e i morti. 

Colombo insegna Sociologia Generale all’Università di Bologna, è presidente dell’Istituto Cattaneo e si è recentemente occupato di uno studio sul morire in Italia, parte integrante dei progetti di interesse nazionale finanziati dal Ministero dell’Università (Prin). Il suo è, quindi, uno sguardo professionalmente attento, in grado di captare in maniera lucida le trasformazioni subitanee a cui il Coronavirus ha sottoposto il processo del morire in Italia. 

 

Partendo dai classici riferimenti agli studi di Philippe Ariès, Tony Walter e compagnia tanatologica, l’autore descrive, innanzitutto, il particolare tipo di morte che ha caratterizzato la realtà contemporanea, almeno fino al famigerato febbraio 2020: una morte “lenta” che, in virtù dei decennali progressi della scienza e della medicina, avviene sempre più in là negli anni, per cui generalmente il primo lutto – quello dei nonni – non viene più vissuto in età infantile. Questo tipo di morte è causato soprattutto da malattie croniche e degenerative, il cui ultimo decorso è affrontato nelle camere degli ospedali, quindi lontano dagli ambienti casalinghi e dai luoghi in cui si svolgono le canoniche attività quotidiane. L’ospedalizzazione del fine vita comporta l’imporsi progressivo di due specifici modelli relazionali tra pazienti, familiari del morente e personale ospedaliero: il modello della “consapevolezza chiusa”, il quale implica che il paziente sia ignaro del suo destino mortale, ben chiaro invece ai suoi parenti più prossimi, e il modello della “consapevolezza del sospetto”, secondo cui il paziente intuisce di essere tenuto all’oscuro del proprio destino mortale ma fa finta – al tempo stesso – di recitare il ruolo dell’ignaro per non turbare le aspettative dei parenti. Due modelli di consapevolezza contro cui combattono, da decenni, il movimento degli hospice e i movimenti a favore dell’eutanasia e del suicidio assistito, accomunati dalla convinzione che il singolo individuo debba avere piena autonomia e controllo sul proprio destino mortale. 

 

Colombo, quindi, analizza brevemente i riti funebri nell’Italia postbellica, dunque i comportamenti che hanno luogo non appena muore il proprio caro, evidenziando una situazione sociale e culturale a suo modo variegata. Da una parte, il processo di secolarizzazione, l’irruzione del mercato e i vari problemi pratici di natura logistica ed economica portano in primo piano il processo della cremazione, modificando sostanzialmente il rapporto simbolico tra i vivi e il cadavere del caro estinto, nonché la relazione umana con i cimiteri. Dall’altra, tuttavia, gli italiani in presenza del commiato manifestano ancora scelte di natura prevalentemente religiosa o, comunque, segnate da una qualche forma di sacralità. Mi viene in mente, a proposito, il libro di Richard Brown e Jane Wynne Willson, Funerali senza Dio. Manuale pratico per la celebrazione di funerali non religiosi, che una decina di anni fa cercava di rispondere alle esigenze di coloro i quali, non essendo credenti, spesso trovavano non poche difficoltà in Italia a celebrare un funerale laico, ostile a qualsivoglia cerimonia religiosa e minoritario nei principali contesti del nostro paese. 

 

La descrizione del tipo di morte e di mortalità che caratterizza la realtà contemporanea in Italia permette a Colombo di far emergere in modo limpido gli istantanei cambiamenti apportati dalla pandemia da Covid-19. L’irruzione improvvisa del virus comporta, infatti, un ritorno immediato a una forma di morte che sembrava essere superata una volta per tutte. Una morte “antica”, che assume le sembianze di un “male oscuro che imperversa senza pietà” (p. 83, in riferimento a un necrologio del 14 marzo 2020 presente sull’”Eco di Bergamo”); fulminea e impietosa, essa interrompe di colpo il legame tra il paziente morente e i suoi cari, senza concedere il tempo per un ultimo saluto o per chiudere le eventuali diatribe familiari rimaste aperte.

 

 

La temporalità gioca un ruolo centrale nel rapporto tra il Covid-19 e la morte dei cittadini italiani: fino a febbraio 2020, come abbiamo accennato, eravamo abituati a una fase terminale del paziente oncologico che prevedeva, all’interno di una stanza apposita, un ultimo straziante momento di unione con i propri cari, preceduto da una fase di congedo abbastanza prolungata nel tempo. L’esplosione della pandemia elimina la possibilità del progressivo congedo; “separare” e “isolare” diventano gli imperativi categorici della gestione ospedaliera del virus.

 

Non è un caso che, soprattutto lo scorso anno, siano state ricorrenti le metafore – non del tutto azzeccate, a dire il vero – dell’incidente aereo o dell’annegamento in mare per descrivere una condizione di fulminea privazione della presenza fisica dei propri cari. La separazione e l’isolamento riconducono a sé, pertanto, da un lato il dramma di chi ha visto scomparire letteralmente nel nulla l’amato, una volta portato via dall’ambulanza, dall’altro la sensazione di shock e spaesamento provata da un personale sanitario non certo preparato a fronteggiare una simile emergenza improvvisa e le delicate decisioni che ne conseguono. Colombo, soffermandosi ampiamente sulle testimonianze provenienti da un ospedale del Nord Italia che ha voluto mantenere l’anonimato, propone ai lettori – in particolare, nel secondo capitolo del libro – un drammatico insieme di dati e di informazioni, facendoci percepire la sensazione di impotenza provata dal personale sanitario nel corso dell’ultimo anno. «I parenti non volevano che portassimo via i pazienti da casa, perché avevano capito che se li portavamo via non li avrebbero più visti»: questa è una delle tante testimonianze riportate che riassumono limpidamente ciò che ha rappresentato il Covid-19 (cfr. soprattutto pp. 51-68).

 

Motivo per cui l’autore tende a ridimensionare, per esempio, il ruolo rivestito dalle comunicazioni a distanza tramite smartphone e tablet, su cui ci eravamo soffermati a partire dalle famose “liste d’addio” di cui aveva parlato durante il marzo 2020 un medico dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano, in un post su Facebook divenuto virale. “Molti pazienti erano sedati, parte di quelli che non lo erano avevano i caschi ‘Cpap’ per la ventilazione non invasiva, una procedura che evita l’intubazione. Si tratta di dispositivi cruciali nella lotta contro il Covid-19, ma rumorosi, tali da rendere difficile una conversazione anche in presenza, tanto più al telefono” (pp. 64-65).

 

Il ritorno della morte antica, descritta come “la crudele malattia che ha stravolto le vite di tutti” (p. 98), mette alla prova i cittadini, il cui orizzonte prossimo è dato da una terribile morte in solitudine, del tutto priva di quella significativa presenza corporea che ha fino al febbraio 2020 segnato gli ultimi concitati istanti di vita: la mano tenuta dal parente, gli ultimi sguardi che si incrociano, il suono amichevole della voce di chi abbiamo amato. Durante il Covid 19 i corpi sani rimangono congelati e impotenti nelle abitazioni casalinghe, mentre quelli malati si ritrovano intubati nei reparti di terapia intensiva. Riprendendo il menzionato Ariès, l’autore sottolinea come la morte in solitudine sia tutt’altro che un’esperienza così diffusa nella storia del mondo occidentale, tenuto conto del ruolo sociale e familiare ricoperto dall’evento del morire nel corso dei secoli. E tale solitudine non viene meno nell’immediata fase del post mortem, dal momento che il pericolo del contagio impone l’interruzione di qualsivoglia ritualità funebre in presenza. Pensiamo alle numerose riflessioni che, nell’ultimo anno, abbiamo fatto sull’assenza dei funerali e sul trauma che tale assenza provoca, rendendo difficoltoso l’inizio del sano processo di elaborazione del lutto il quale necessita della simbolica rottura determinata dal rito funebre (non bastano certo i funerali in streaming quale surrogato tecnologico dell’evento in presenza). 

 

Da questo punto di vista, possiamo notare come la nuova morte, fondata sull’assenza del corpo, spinga gli italiani a seguire strade alternative, integrando le forme tradizionali della commemorazione dei morti con quelle più innovative, di modo da creare una presenza alternativa che eluda la mancanza della fisicità. L’autore evidenzia, dati alla mano, come non sia venuto meno nella società secolarizzata il bisogno di comunicare attivamente con i morti, dunque la propensione a portare avanti in maniera simbolica il legame con l’aldilà. Pertanto, menziona il ricorso ai tradizionali necrologi e agli innovativi social network per mantenere il legame e il dialogo con chi è deceduto a causa del virus.  Tanto i necrologi quanto i social network favoriscono una comunicazione diretta, confidenziale, finalizzata tanto a descrivere le peculiarità del morto quanto a rivolgersi a lui, in prima persona, quasi fosse nella condizione di leggere e rispondere.  

D’altronde, il morto è da sempre una sorta di incarnazione della presenza di un assente, colui che produce una dialettica del tutto peculiare tra la presenza e l’assenza, generando tra i vivi la convinzione di un prolungamento – spettrale – della comunicazione che si spinge ben oltre l’evento biologico della morte. L’antropologia delle immagini e gli studi dei progressi tecnologici evidenziano costantemente il legame tra il concetto di rappresentazione e il desiderio di comunicare con chi è eternamente assente. Non stupisce, quindi, il fatto che nel corso del 2020 alcune radio locali italiane abbiano riprodotto l’idea del giapponese Itaru Sasaki, il quale ha collocato una cabina telefonica nel suo giardino dando la possibilità ai parenti delle vittime di un terremoto locale di dialogare con loro tramite un telefono senza fili. Ispirate da ciò, le radio italiane hanno offerto la possibilità agli ascoltatori di lasciare un messaggio in segreteria telefonica ai propri cari deceduti per Covid, di modo da “parlare” ancora una volta con loro. Un’iniziativa che ha visto una enorme partecipazione popolare. Prima della nascita di Facebook, tra il 2002 e il 2003, negli Stati Uniti molti cittadini utilizzavano invece siti internet come Afterlife telegrams, i quali selezionavano un certo numero di malati terminali a cui venivano affidati messaggi da consegnare ai propri cari già defunti. 

 

Colombo si sofferma principalmente sui necrologi, ridimensionando almeno in parte il ricorso ai social network: egli, infatti, statistiche alla mano, coglie ancora in Italia un uso degli strumenti digitali che non copre capillarmente tutte le fasce d’età e tutte le classi sociali. Inoltre, riporta una serie di testimonianze che evidenziano la diffidenza a usare pubblicamente Facebook per comunicare con i morti. In realtà, questa è la parte, a mio avviso, meno convincente dell’analisi di per sé molto ricca e interessante di Colombo: il rapporto tra i vivi e i morti all’interno dei social network è estremamente complesso, dal momento che le singole caratteristiche dei diversi social determinano comportamenti differenti per quanto riguarda il dialogo diretto con l’aldilà. Se Facebook è ancora oggi il social network più utilizzato, soprattutto da una fascia di età non particolarmente giovane, Instagram, Tik Tok, Youtube e i siti appositi dedicati alla memoria dei morti offrono strategie comunicative diversificate, le quali intercettano le simbologie relazionali delle diverse età dei loro utenti. Inoltre, è alquanto difficile trarre conclusioni oggettive da un fenomeno che molto spesso è poco visibile a occhio nudo, almeno ad impatto: per esempio, la particolare temporalità che caratterizza la dimensione online (cfr. il “presente continuo” di cui parla Douglas Rushkoff) estende ad libitum le criticità legate all’elaborazione del lutto, generando situazioni di contatto diretto tra i vivi e i morti non osservabili empiricamente ma i cui effetti – protratti nel tempo – evidenziano una significativa trasformazione in corso dell’uso delle tecnologie digitali in relazione al fine vita. Pensiamo già solo alla complessa relazione con i profili privati dei propri cari deceduti su WhatsApp, Messenger e Telegram, quindi all’interno di luoghi digitali in cui viene portato avanti il legame diretto senza lo sguardo del “pubblico”, come avviene sui social.

A parte questa parentesi, che ho ritenuto doverosa fare in quanto studioso della cosiddetta Digital Death, ritengo il libro di Colombo un ottimo ed emozionante documento per capire l’incidenza che il Covid ha avuto all’interno del legame tra la vita e la morte e per cercare di prevedere quali saranno le conseguenze nella fase post-Covid. 

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