Miguel Benasayag, La singolarità del vivente

Questo nuovo libro di Miguel Benasayag è particolarmente importante perché rappresenta la sintesi (provvisoria) di un lavoro di scavo filosofico e biologico sul “vivente” che si è estrinsecato per oltre un ventennio e che, finalmente, trova una composizione non ultimativa (giacché tutto è in movimento) ma più chiara e avvincente di quelle che l’avevano preceduta. 

Quando Benasayag era un ragazzo argentino sotto la dittatura, la sua resistenza riguardava quest’ultima. Non ebbe paura di combatterla in modo ardimentoso assaltando caserme, rischiando continuamente la vita e pagando un prezzo di detenzione e di tortura che non riuscì a piegarlo o a fargli rivelare alcunché: il “comandante” Miguel era così fiero e al tempo stesso così umano da occuparsi anche dei compagni che sotto tortura avevano confessato, tradendo la causa e cancellando vite di amici; lui, terapeuta avanti lettera, riusciva a comprendere i limiti di queste persone e a farne scaturire una nuova linfa, una nuova vita capace ancora una volta di combattere. Per i Tupamaros un traditore doveva essere ucciso. Per Miguel, esisteva sempre e comunque la possibilità di recuperarlo alla causa ed era sempre pronto a offrire un’altra opportunità.

 

Oggigiorno, la minaccia più prorompente e micidiale contro cui Miguel ha deciso di combattere in Occidente non è più la dittatura di un potere truculento e beffardo ma una forza molto più viscida e insidiosa, insinuante, seducente: la promessa di poter sopravvivere alla morte grazie alla tecnica, di poter esternalizzare la propria vita al di là del proprio corpo, di continuare a vivere svincolati dai lacci della materia, della carne e del sangue.

Sono molte le pubblicazioni che Benasayag ha dedicato all’argomento. Ne abbiamo parlato anche nel libro scritto insieme a Parigi C’è una vita prima della morte (Erickson, 2015; vedi anche su doppiozero) incentrato sulla perdita della capacità di rispettare e onorare la fase della vita in cui ci si trova, da parte dei giovani i quali, invece di inseguire il proprio desiderio anche attraverso le erranze, si ritrovano incasellati nel delirio di vivere un curriculum vitae da rimpinguare anziché la vita vera, e da parte degli anziani i quali, anziché tesaurizzare la saggezza stratificatasi negli anni e accettare il proprio ruolo, si ritrovano a inseguire i giovani su un terreno dove possono soltanto ricevere delusioni e rendersi ridicoli.

In Benasayag è costante questa difesa della vita autentica, piena, generativa. E non può non ribellarsi alle derive digitali della “modellizzazione” e della “normalizzazione” dello slancio vitale che si contrappone vigorosamente all’inerzia di una comfort zone in cui stiamo progressivamente precipitando. Uno dei libri più belli di Miguel, Elogio del conflitto, era emblematico della forzatura ipocrita dei grandi proclami di pacificazione universale: il conflitto è parte integrante del nostro essere nel mondo e le fantasie del raggiungimento di una pace definitiva, come aveva scritto Bauman, corrispondono né più né meno alla cessazione della vita, al ritorno nel ventre materno.

 

In sostanza, per Benasayag ci sono tre modalità di esistenza, che lui delinea in uno schema che chiama Mamotreto, termine spagnolo corrispondente più o meno alla “roba” di Giovanni Verga, a sottolineare l’apertura e la caoticità, l’imprevedibilità e l’incontrollabilità della “singolarità del vivente” ovvero della vita refrattaria a ogni incasellamento. La parte centrale e preponderante del Mamotreto è il campo biologico che è necessariamente l’effetto di un contesto, nel senso che la vita esiste in modo situato con elementi multipli che agiscono in modo integrato e organico. Nella concezione alla base della digitalizzazione è in gioco il principio bottom-up, ovvero la possibilità che elementi semplici diano vita a costruzioni anche enormemente complesse, ma il punto è che le parti “elementari” sono già di per se stesse complesse poiché funzionano sotto un regime di doppia costrizione. Per un verso, infatti, obbediscono a una logica interna, quella degli “intensivi”, per l’altro funzionano in relazione agli organismi in cui sono integrate. Un organismo per vivere deve restare lontano dall’equilibrio, deve perdere e rinnovare continuamente le sue parti “estensive”, come avviene per un neonato che per rimanere se stesso deve perdere in un breve lasso di tempo la quasi totalità delle cellule e delle molecole che possedeva alla nascita. 

 

 

Al contrario, gli aggregati come le pietre, gli strumenti, le particelle, o nella veste di artefatti dotati di una funzionalità concreta come i computer, gli smartphone, i robot, che comprendono la parte inferiore del Mamotreto, sono costretti a conservare le loro parti estensive per continuare a esistere. Mentre il feedback è assente nel campo biologico, è invece presente nei processi fisico-chimici e negli artefatti. Mentre i processi organici sono centrifughi, e si schiudono alla vita come incessante modificazione, gli aggregati sono centripeti e cercano continuamente di mantenersi in equilibrio.

 

Nella parte superiore del Mamotreto troviamo poi i misti come la lingua, la macroeconomia, l’urbanistica e la tecnica. Per un verso si comportano come gli organismi, poiché incorporano e perdono elementi, per un altro come aggregati. Non sono infatti autonomi e per funzionare devono essere “catturati” da organismi viventi, dal campo biologico oltreché dall’ecosistema. La lingua, per esempio, cattura elementi estensivi e ne perde altri come gli organismi, ma a differenza di questi ultimi è centripeta. Si sente spesso ripetere che tutto è linguaggio, ma in realtà ha ragione Bauman nel sostenere, con David Lodge, che viviamo nel linguaggio come un pesce nell’acqua. La cultura è un misto complesso che contiene un insieme di misti, ma rimane il prodotto di un insieme di processi sorti dal campo biologico.

 

I misti non hanno né coscienza né intenzionalità, ed è per questo che possono risultare essenziali e utilissimi ma anche distruttivi e infernali. In sostanza gli algoritmi, i robot e i big data possono essere posti al servizio del vivente ma possono anche colonizzarlo, se gli algoritmi rispondono alle mail al posto nostro o se dei robot fungono da partner sessuali. In particolare se cercano di creare una vita post-organica, il sogno dei transumanisti che farebbero bene a leggersi o rileggersi La possibilità di un’isola, di Michel Houellebecq, per comprendere come una vita clonata, isolata e priva di relazioni che passino attraverso i corpi non può che suscitare prima o poi orrore. Benasayag apparenta la tesi dei transumanisti a quella di Platone, il quale riteneva che il mondo dei corpi fosse quello dei simulacri corruttibili che pongono intralci alla forza delle idee e precludono il mondo vero, quello delle Essenze. Kant nella Critica della ragion pura scrisse che l’abbandono del mondo sensibile da parte di Platone era simile a una colomba la quale, avvertendo la resistenza dell’aria, desiderasse che lo spazio fosse vuoto di aria. Il mondo digitale altro non è che una versione rivisitata del cielo platonico delle Essenze. Il mondo vuoto vagheggiato da Platone, invece di “muovere l’intelletto”, lo priverebbe dei punti d’appoggio offerti dalla vita senza i quali le stesse idee sbiadirebbero accartocciandosi nel nulla primordiale.

 

Per comprendere l’errore cardinale del tentativo di digitalizzare tutto e di equiparare gli aggregati e gli artefatti agli organismi, bisogna nuovamente fare riferimento a Kant laddove precisa la differenza tra limite e confine. Certo si è spinti a sperimentare nuovi possibili, ma è necessario che vi siano dei limiti a ogni situazione, limiti che costituiscono la condizione indispensabile per ogni produzione di possibili. Mentre noi umani possiamo valicare confini, non possiamo invece prescindere dai limiti che ci sono intrinseci e che non dobbiamo scambiare per confini. Benasayag illustra con acume questa differenza laddove ricorda la superiorità della macchina digitale sull’uomo, conclamata dalla sconfitta del campione europeo di go dall’algoritmo AlphaGo nel 2015, o dello scacchista Gerry Kasparov dal computer Deep Blue di vent’anni prima. Certo che un corridore non può procedere più velocemente di una Ferrari ma, come scrive Benasayag: “Se la macchina può risolvere tutti i problemi tecnici posti dal calcolo combinatorio, essa tuttavia, molto semplicemente, non può provare il desiderio di giocare a go, e nemmeno provare il bisogno di giocare. […] Giocare implica una dimensione di significato dell’azione che è inaccessibile per la macchina. L’odierno riduzionismo, che pretende di spiegare tutti i processi organici con le sole leggi della fisica e della chimica, è incapace di distinguere le operazioni del sistema dal significato delle azioni – ciò che soltanto un organismo limitato è in grado di fare”.

 

Il “significato” emerge anche dalla differenza tra fatti, oggettivi e digitalizzatili, e convinzioni. Proust aveva scritto che “i fatti non penetrano nel mondo in cui vivono le nostre convinzioni”. Fatti e convinzioni interagiscono ma restano sotto certi aspetti impermeabili, perché il senso non è dato dai fatti ma da una strutturazione, da un rapporto con il mondo mediato da un insieme di miti, credenze, paradigmi che ciò nonostante rimangono fortemente legati a corpi localizzati, sempre già impegnati in un movimento.

In onore di “polemos” e del conflitto tanto cari a Miguel, concludo questa riflessione sul suo libro parlando di un pensatore che Miguel detesta con tutto il cuore, Jacques Lacan, al punto che una volta a Lecce stavamo tenendo una conferenza insieme e io avevo parlato di Lacan, dopodiché una signora del pubblico gli chiese un approfondimento su quel che avevo detto io e lui rispose: “No, no, è lui che ha parlato di Lacan. Per me, col suo punto di capitone, Lacan avrebbe dovuto fare il materassaio!”.

 

E anche in quest’opera, aprendo il quarto capitolo, non lo risparmia di certo parlando del clima intellettuale dei primi anni Ottanta: “Sforzi indubbiamente laboriosi – ma non per questo meritevoli – tentavano di restituire al mondo un punto di ancoraggio per mezzo di un’insalata russa quanto mai indigesta che mescolava Gödel, Lacan e un platonismo sfrenato allo scopo di stabilire che avevamo finalmente riacciuffato il reale, recuperato l’essere: era l’insieme vuoto”. E tuttavia, laddove parla dei due teoremi di Gödel, quello di incompletezza e quello di inconsistenza, mette in luce un vero e proprio “non saputo” insuperabile che non costituisce una sconfitta del sapere bensì la fonte – e forse la condizione stessa – del sapere. “Il non-sapere la verità non è una mancanza; è un impulso a sapere tutto, che esiste quindi come esigenza”. Ecco, in questa affermazione sembra che Miguel stia descrivendo il desiderio come lo intende Lacan, come la scaturigine di esplorazione del mondo determinata dall’argine, dal limite del “Nome del Padre”. Miguel considera Lacan uno psicotico. Dal canto mio, lo considero uno psicotico geniale. Ma Miguel è infinitamente più simpatico.

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