Miguel Benasayag malgrado tutto

23 Agosto 2023

Si può continuare ad avere diciotto anni per tutta la vita? È possibile mantenere tutta la freschezza creativa, fertile, generosa di una stagione che si apre sul futuro come un fiume che, con fierezza, sfocia nel mare sicuro di poterlo rendere migliore? Questo libro lo testimonia.

Suddiviso in due parti, due libri distinti rispettivamente del 1980 e del 2001, e introdotto da un dialogo tenuto nel luglio 2022 da Benasayag con il suo allievo Teodoro Cohen (suo coautore di Del dialogo nella complessità, Pensa Multimedia, 2022), Malgrado tutto. Percorsi di vita (Jaca Book, 2023) illustra, insieme ai ricordi della prigionia e della tortura subite in Argentina sotto la dittatura negli anni Settanta, il pensiero politico e etico dell’autore. Noi conosciamo meglio il suo pensiero filosofico, la sua psicoanalisi esistenziale, i suoi studi di biologia e la sua messa in discussione, allora pionieristica e oggigiorno motivo a tutto tondo di dibattito, dell’algoritmizzazione del mondo. Ma è qui che l’autore concentra tutta la forza rivoluzionaria del suo pensiero.

Il punto centrale della sua prospettiva è una concezione della libertà che non si limita alla ricerca e al mantenimento di una comfort zone in cui coltivare le proprie passioni individuali, un atteggiamento che opacizza la vita e la rende “triste”, condannata all’accettazione supina e distratta di quel che è ingiusto o alla radicalizzazione astratta di una lotta per la conquista del potere, come se modificare un assetto per garantire una sua perduranza benefica nella staticità fosse un’impresa realizzabile. La libertà non consiste nella professione che si svolge, in un’identità stabile, in una cristallizzazione che protegga da quanto succede attorno a noi. Ricorda un po’ il Tom Joad del romanzo di Steinbeck, ripreso dalla canzone di Bruce Springsteen, che dice a sua madre: 

“Wherever there’s a cop beating a guy / Wherever a hungry newborn baby cries / Where there’s a fight ‘gainst the blood / And hatred in the air / Look for me Mom I’ll be there. / Wherever there’s somebody fightin’ for / A place to stand / Or decent job or a helping hand / Wherever somebody’s strugglin’ to be free / Look in their eyes Mom you’ll see me” 

(Ovunque vi sia un poliziotto che picchia un uomo / Ovunque vi sia un neonato che piange perché ha fame / Ovunque aleggi l’odio e la voglia di lottare contro il sangue di qualcuno / Cercami, mamma, io sarò lì. / Ovunque vi sia qualcuno che combatte / Per un posto dove vivere / O un lavoro decente o un aiuto / Ovunque qualcuno stia lottando per essere libero / Guarda nei loro occhi, mamma, e mi vedrai).

Infatti Miguel scrive: “La mia libertà ha inizio quando cesso di domandarmi in nome di che cosa muoio ogni volta che uccidono degli stranieri senza documenti perché un’operazione di espulsione in grande stile va storta. Non posso chiedermi se mi riguarda il fatto che dei bambini del XIX o del XX arrondissement di Parigi siano già condannati a causa dell’avvelenamento da piombo o dell’inquinamento. Non devo domandarmi perché, in nome di che cosa io sia solidale o meno. Solidale lo sono. Essere libero è esattamente questo, dire no, concretamente, tutti i giorni, alla miseria, all’inquinamento che uccide in nome dell’economia, alla segregazione dei disabili o degli anziani quando non sono più redditizi. In questo senso, ‘la libertà’ non esiste, riguarda il divenire nel momento in cui degli esseri sono partecipi di processi multipli di liberazione”. La libertà è aderire nella pratica e sviluppare le tendenze che compongono l’essere, è accettare la sfida in ogni situazione.

Il filosofo preferito di Miguel è Spinoza, per il quale l’etica alberga nel corpo, non nella mente come per Cartesio. Un corpo che però non va inteso come una proprietà privata ma come una piega di uno stesso tessuto del mondo, formato dai legami che lo costituiscono. E guarda con sorpresa e raccapriccio alla preoccupazione generalizzata della nostra epoca per le questioni tecniche e economiche che ci distoglie da qualunque serio interrogativo sul senso della vita, una “distrazione” che riduce un’enormità di persone sulla soglia della sopravvivenza o addirittura al di sotto di essa.

La controcultura di Miguel non mira al potere ma alla potenza che si sprigiona dai mille stati nascenti messi in atto per dare vita alla vita. In questo senso la politica è la vita, non il rincorrere un posto da sindaco o da deputato. Anche per Marx, così clamorosamente frainteso, non si tratta di conquistare il potere: “Marx è fortemente spinozista. Si ha la tendenza a leggerlo partendo da Hegel, mentre in lui c’è una radicalità che rimanda a Spinoza”, e la sua analisi della comparsa di un modo di produzione che non corrisponde più allo sviluppo delle forze produttive, se si fonda sull’osservazione dei vari livelli di coordinamento della lotta operaia, non presuppone mai quel che verrà attuato da Lenin e poi da Stalin. Non è possibile, come nella poesia di Pessoa, “creare la macchina per fabbricare la felicità”, e se lo scontro va accettato “in situazione”, è vano e autolesionistico prestare ascolto ai “piccoli maestri liberatori”. “Noi non attacchiamo la struttura del capitalismo tentando di vendere la nostra ricetta, ma creando luoghi reali e possibilità di vita diverse.

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Il punto non è risvegliare le masse: le masse non esistono, esistono soltanto moltitudini di cui facciamo parte. In questa moltitudine, l’impegno, la militanza, la resistenza consistono nel creare forme di vita potenti, desiderabili e belle che si amplifichino in un’autentica creazione di vita nuova, e non sotto forma di proclami di irreggimentazione che dicano: ‘Seguitemi, vi prometto la felicità’”. Che il potere possa trasformare chi lo detiene, benché originariamente fosse animato dalle migliori intenzioni, è illustrato in modo magistrale da un passo di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez in cui il colonnello Aureliano Buendía, dopo aver fatto innumerevoli rivoluzioni nell’America Latina, a un certo punto fa arrestare il suo fedele vice e ne ordina la messa a morte.

Il suo amico esprime come ultimo desiderio quello di incontrare Aureliano e gli chiede: “Ma allora, abbiamo fatto tutto questo solo per il potere?”, al che fortunatamente il colonnello ha un’illuminazione, lo fa liberare e lo porta con sé a fare nuove rivoluzioni. Ma in quanti altri casi i “piccoli maestri liberatori”, una volta preso il potere, sono diventati il volto sordido della dittatura, impermeabile a qualunque messa in discussione date le premesse rivoluzionarie e la pretesa di incarnare la libertà? “Chi va contro la libertà (rappresentata nel caso specifico dallo Stato) non può che essere un ‘malato’. L’abile inganno sta nel fatto che la repressione e le stragi perpetrate dagli Stati cosiddetti ‘comunisti’ o ‘operai’ sono animate da una violenza che non conosce alcun freno”. 

Miguel paragona la relazione che esiste fra potere e potenza, e fra amministrazione e politica, a quella che esiste fra giustizia e libertà. “La libertà è un atto puro, non è mai uno stato, nel senso di stato della situazione. Per contro, esistono livelli diversi di giustizia, desiderati o desiderabili, ma che non spengono mai lo slancio di libertà che ha dato loro vita. Spinte di libertà rendono possibili forme di giustizia che ne costituiscono per così dire le conquiste”. Bauman, a questo proposito, in Educazione e identità interculturale (Pensa Multimedia, 2023) spiega la differenza fra l’eucolon e il discolon. Se due persone si trovano a vivere la stessa successione di eventi nella stessa giornata, è possibile che la prima la trovi gradevole e vi colga gli aspetti più favorevoli (eucolon), e che l’altra ne snidi tutte le criticità (discolon). Verrebbe da chiedersi se la prima posizione non sia preferibile, ma Bauman ricorda che la “giustizia” come stato di fatto, accettato più o meno universalmente, delle cose, abbia bisogno del discolon, di uno sguardo critico che con il suo “slancio di libertà” la renda più giusta – se solo si pensa al fatto che la schiavitù era ritenuta finanche da Lincoln una condizione “naturale”, o al prezzo che hanno pagato le suffragette per conquistare diritti fino allora negati alle donne.

E le donne vengono citate da Miguel laddove ricorda che la “politica” nel senso in cui la intende, come potenza che non può essere identificata con alcun elemento fisso in quanto è un puro divenire, un “agire”, così come il discolon di Bauman, è il pungolo che può modificare lo stato delle cose: “L’amministrazione è l’organizzazione di un livello di sviluppo della società. Prendiamo per esempio il movimento di emancipazione delle donne. Rileviamo che le donne hanno innanzitutto rivendicato di essere autorizzate a parlare, molto semplicemente; dopodiché hanno rivendicato il diritto di votare, di studiare e via dicendo. […] le leggi cambiano, si manifestano cambiamenti concreti nelle strutture e nelle istituzioni; non è quindi l’amministratore che, a partire dal suo ‘potere’, decide o rifiuta di concedere graziosamente qualcosa alle donne. Le scelte che l’amministratore deve fare sono scelte che si impongono una volta che la lotta politica le rivendica e le raggiunge”.

Miguel Benasayag ha compiuto settant’anni il 4 giugno scorso, e continua ad avere i diciotto anni che lo avevano fatto entrare nell’ala armata dell’ERP e assaltare commissariati di polizia prima dell’arresto. Fin da allora rifuggiva dal fondamentalismo dei montoneros, che giustiziavano i delatori: lui, in carcere, recuperava questi compagni che avevano parlato sotto tortura, viveva le situazioni, e se doveva sparare a un torturatore lo faceva senza odio, perché in quel frangente era necessario. Continua ad animare movimenti di resistenza in tutto il mondo e non si limita a fare lo psicoanalista (che accetta anche pazienti non in grado di pagare il cachet, se sono poveri), il filosofo, il ricercatore, il marito e il padre amorevole. Quando la politica e la vita vera coincidono, si può restare giovani e benefici per sempre.  

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