Sarà mai felice una colf?

“Voglio un mondo in cui chiunque possa arrivare fin dove i suoi sforzi e il suo talento lo possono portare” ha detto il presidente Obama un centinaio di volte nei suoi discorsi al popolo americano. Non è il mondo in cui si muove Alex, la protagonista di Maid, una miniserie televisiva di Netflix tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother's Will to Survive). 

O forse sì. Forse il mondo che Obama si immagina non è così diverso dal mondo di Maid, perché tanto in questa storia, come nella visione di Obama (la sua vision), si combinano gli elementi fondamentali della narrazione del sogno americano e cioè il talento, il duro lavoro, un movimento verso l’alto (“fin dove”), più un quarto elemento che in genere è solo implicato o relegato nello sfondo, ma altrettanto fondativo: la condizione degli umili senza arte né parte da cui i meritevoli si affrancano e che resta, lì in basso, negletta e deprecata.

Attorno a questo dubbio girano le riflessioni del presente articolo.

 

Alex è una giovane madre statunitense che per uscire dalla relazione malata e violenta con il marito è costretta a entrare nella povertà estrema. Fugge di casa con Maddy, la loro bambina, e si rivolge ai servizi sociali per avere supporto. Non ha un lavoro, né una formazione professionale, né risparmi, né genitori in grado di aiutarla. L’unico suo talento è quello per la scrittura, che in un tempo ormai perduto, prima di restare incinta, le aveva aperto una prospettiva di realizzazione personale. Ma al momento questo talento non le serve a nulla. La sua urgenza è trovare una sistemazione che le consenta di tirare avanti da sola e resistere all’azione legale che le ha mosso Sean, l’uomo da cui è fuggita. Alex deve convincere i giudici che può provvedere a sua figlia, che non vi sono ragioni per toglierle la tutela. Così, si adatta alla prima occasione che trova: entrare in un’agenzia di collaboratrici domestiche gestita da una piccola imprenditrice avida e meschina. Nessuna garanzia, pochi soldi, nonnismo tra colf, umiliazioni dai clienti, necessità di avere un’auto propria e di adattarsi a qualsiasi orario e condizione, pena il licenziamento. Alex tiene duro, rifiuta compromessi, lavora sodo e bene e alla fine ottiene il suo premio. Riacquista fiducia in sé stessa, si rimette a scrivere, vince una borsa di studio in una prestigiosa scuola di scrittura e riesce a sistemare le cose per potersi permettere il definitivo trasferimento in un’altra città e in una nuova vita.

 

Maid è l’ennesima storia americana di riscatto, un tipo di storia che da Rocky in avanti continua a ribadire lo stesso messaggio: se hai talento, lavori duro e credi nelle tue possibilità, con un po’ di fortuna ce la puoi fare: puoi avere successo, puoi diventare quello che vuoi, puoi realizzare le tue ambizioni. Le novità, rispetto ai classici del genere, sono due. La prima è che c’è un pizzico di indagine sociologica e un po’ di luce sulla degradazione della solidarietà nella società americana. La seconda è il carattere antieroico della protagonista e l’assenza dei toni favolistici o epici che caratterizzano la retorica del sogno americano. Ma lo schema di fondo è lo stesso: la realizzazione di sé si compie attraverso un vertiginoso salto di status, da umile colf sottopagata e sfruttata, a studente di college e infine a scrittrice famosa. Da pugile fallito, che vivacchia ai margini della malavita, a icona del pugilato mondiale. 

 

Ho estratto un fotogramma da una scena del terzultimo episodio. In primo piano si vede una donna con un neonato in braccio e sullo sfondo, fuori fuoco, un’altra donna che sta facendo le pulizie. La donna in primo piano è Regina, un ricco avvocato d’impresa con uno studio a New York e una casa di villeggiatura lussuosa e immersa nella natura, in cui Alex ha lavorato per conto dell’agenzia di pulizie. Quella in secondo piano è l’anonima collaboratrice domestica che ha rimpiazzato Alex da quando quest’ultima è stata licenziata in tronco. Regina sta parlando al telefono proprio con Alex e le sta chiedendo dove sia finita e perché non si faccia più vedere. L’ha presa in simpatia, ha riconosciuto il suo valore e vorrebbe che tornasse a lavorare per lei anche senza la mediazione di un’agenzia. È disposta a pagarla bene. In più è scontenta della persona che l’ha sostituita, la donna anonima in secondo piano, e si lamenta ad alta voce della sua totale incompetenza, facendosi intenzionalmente udire dalla poveretta. Regina è tecnicamente una stronza e lo è stata soprattutto con Alex, all’inizio della storia.

 

La trattava male, rimarcando in tutti i modi il divario di classe con comandi secchi, piccole umiliazioni e soprattutto con una generale e deumanizzante indifferenza. L’attenzione che le dedica adesso è legata in parte alle sue vicissitudini famigliari, inclusa l’adozione del bimbo che tiene in braccio, che l’hanno resa vulnerabile e hanno aperto una breccia nelle barriere di classe; in parte alla scoperta in Alex di doti non comuni per una donna di servizio. Ha letto i suoi racconti in un quadernetto dimenticato su una scrivania e li trova bellissimi. Si rende conto che la ragazza ha molto talento e quando Regina aprirà gli occhi sulla condizione di estrema povertà e abbandono in cui è costretta a vivere, deciderà di aiutarla. Diventerà una fatina buona e avrà un ruolo determinante nel suo riscatto. Non fosse per lei, la protagonista sarebbe ancora lì a combattere per una vita grama e incerta. 

 

Torniamo al fotogramma. Esso mostra plasticamente le due facce della retorica del “talento e del duro lavoro che portano lontano”. Regina, proprio nel momento in cui mostra di aver riconosciuto definitivamente le qualità di Alex, esprime un giudizio impietoso sull’altra, la nuova colf. Con poche parole sprezzanti la inchioda alla condizione subalterna e precaria da cui invece vuole affrancare Alex. Noi spettatori siamo coinvolti in questo giudizio. Accettiamo senza troppi scrupoli il maltrattamento inflitto dalla fatina stronza alla nuova colf, perché esalta per contrasto le qualità della protagonista, la cui sorte è l’unica che ci sta a cuore.

 

Ci immaginiamo che la colf anonima sia, al pari delle altre colleghe di Alex che sono già entrate in scena in episodi precedenti, priva di capacità, di ambizioni e di buona volontà, e sia magari incline a miserabili malizie o a rubacchiare nelle case dove presta servizio. Sicuramente, mi viene da aggiungere, non ha il volto bellissimo di Margaret Qualley, l’attrice protagonista, che da solo pretende indulgenza da noi e dalla fortuna. La bellezza di quel volto appartiene già allo status superiore a cui la protagonista è destinata, mentre le colf bruttine sono più in linea con la loro umile condizione, in base ai codici discriminatori a cui si ispira il casting. In generale, noi spettatori siamo indotti a credere che il destino segnato della povera incompetente sia nell’ordine delle cose e che se Alex merita una vita migliore, lei meriti invece di restare lì dov’è: fuori fuoco per sempre.

 

 

“Oggi ogni individuo, per quanto umile, sa di avere avuto tutte le possibilità. Se avesse avuto la giusta determinazione o un talento vero, sarebbe diventato qualcuno e se invece è rimasto il poco che era è perché non si meritava di più. Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio. E questo si deve all’accurata applicazione dei principi meritocratici alle nostre società. Finalmente i migliori hanno la posizione preminente che spetta loro e i meno capaci saranno almeno capaci di farsene una ragione.” Questo non lo dice Obama nei suoi discorsi. Lo scrive Michael Young in L’avvento della meritocrazia, un testo del 1958 in cui Young immagina che nel 2033 si sarà affermata in Gran Bretagna una società in grado di offrire a tutti gli individui, a prescindere dalla famiglia e dal luogo in cui nascono, le stesse opportunità di ascesa.

 

Una società meritocratica che premierà infallibilmente i più capaci assicurando loro una posizione superiore. Sembra una bella cosa, ma ha dei risvolti distopici, come il passo appena citato lascia intuire ai più attenti e sensibili. Con lo sviluppo di metodi di selezione sempre più sofisticati ed esatti, alla disuguaglianza per nascita e per censo si sostituirà la disuguaglianza per merito, che rispetto alla prima non avrà nemmeno il beneficio di essere discutibile, perché si imporrà con il rigore implacabile della legittimità scientifica, che non ammette il dissenso, come avremo imparato nel 2021. Grazie alle tecnologie di analisi genetica e psicologica disponibili nel 2033, sarà possibile misurare fin dalla prima infanzia e con precisione matematica le potenzialità intellettive di ciascuno, così i percorsi di studio migliori e orientati verso posizioni dirigenziali e manageriali, saranno riservati ai più dotati, mentre gli altri saranno indirizzati verso una formazione di livello inferiore, orientata verso posizioni meno ambite e ancor meno retribuite, benché altrettanto necessarie al funzionamento della società.

È un’estremizzazione, ovviamente. Ma ammettiamo che la visione di Obama si realizzi e che tutti abbiano davvero le stesse opportunità per farcela. Anche in questo bel sogno il meritato successo di qualcuno avrebbe il contraltare del meritato fallimento di molti altri. Se una società è egualitaria in partenza e premia il talento e il duro lavoro all’arrivo, chi resta al palo deve biasimare solo sé stesso. 

 

Cosa vuole dire farcela

Nella visione di Obama e della serie Maid, farcela significa guadagnarsi una posizione negli strati benestanti della società. Ciò che una persona merita per il suo talento e per il suo duro lavoro è di salire di qualche gradino sulla scala sociale, per uno stipendio migliore e per il pieno riconoscimento del proprio valore. Il problema che la serie Maid mette in evidenza e a cui Obama vorrebbe porre rimedio è che per chi parte da molto in basso, come Alex, i gradini della scala hanno un’alzata irraggiungibile. Per salire sono richiesti sforzi enormi e una tenacia fuori dal comune. Il protagonista di Hillbilly Elegy di J.D. Vance, un altro racconto autobiografico di riscatto con pretese di analisi sociologica, entra addirittura nel corpo dei Marines per acquisire la forza di volontà che la sua famiglia disfunzionale non ha saputo trasmettergli. Solo così riuscirà a sopportare i sacrifici richiesti dalla sua ambizione e salire su quei gradini. Cito Hillbilly Elegy perché ha molte analogie con Maid. Anche Vance parte da una situazione di disagio sociale estremo e anche per lui il lieto fine consisterà in un’ascesa vertiginosa. Diventerà avvocato d’impresa, come Regina, la fatina di Maid, oltre che scrittore famoso, come Alex. I lavori umili a cui i protagonisti delle due storie si adattano, cameriere l’uno, maid l’altra, sono per entrambi soltanto un mezzo per finanziare il loro percorso verso il successo. Il college, infine, è un passaggio chiave in entrambe le vicende. È il tramite necessario alla loro realizzazione personale e ha una posizione centrale anche nella visione di Obama.

 

“Non importa chi sei, come appari, da dove vieni: puoi farcela. Questa è una promessa fondamentale per l’America. Da dove parti non deve determinare dove arrivi. E quindi sono molto contento che tutti vogliano andare al college” (Barak Obama, citato da Michael Sandel in La Tirannia del Merito, Feltrinelli 2020, un testo che ha ispirato buona parte di queste riflessioni. Se n’è già parlato in questa rivista).

“Voglio che tutti vadano in una scuola all’altezza del loro potenziale, che abbiano l’opportunità di andare al college, anche se i loro genitori non sono ricchi” (sempre Obama in una lettera aperta alle figlie pubblicata in occasione del suo insediamento nel 2009, Lettera alle mie figlie).

L’idea che una colf possa essere appagata per quello che fa, cioè tener dietro alle case altrui, non è contemplata; come non lo è l’idea che possa godere di un riconoscimento sociale migliore dell’aristocratica benevolenza delle persone per cui lavora. Non si considera l’ipotesi che il suo lavoro possa essere percepito e vissuto come un contributo dignitoso al funzionamento della società, sicuramente più dignitoso del contributo di un avvocato che aiuta una multinazionale a non pagare i contributi; né l’eventualità che il lavoro che fa non sia la misura del suo valore e che le sue migliori capacità possano esprimersi in attività non lucrative, come partecipare a gruppi di lettura, seguire corsi di teatro, di alta cucina, di pugilato, fare volontariato in una RSA o in una cooperativa agricola, piantare alberi, dipingere.

 

Attività che un sistema socioeconomico sano dovrebbe permettere anche a lei, garantendole risorse sufficienti di tempo, denaro e cultura. No, una colf, allo stesso modo di una fattorina, un’operaia, una cameriera, può solo aspirare a qualcosa di meglio, per sé o per i propri figli e lavorare duro, a testa bassa, per ottenerlo. Oppure può rassegnarsi al suo stato subalterno e negletto come alla conseguenza inevitabile della sua mancanza di talento, di ambizione e di altre qualità professionalizzanti che le società occidentali apprezzano sommamente. I governi che si adoperano per garantire a tutti le stesse opportunità, in modo che i meritevoli, a prescindere dalla loro origine, possano accedere al prestigio sociale, non le offriranno una terza via, perché non faranno nulla per riqualificare il suo lavoro.

 

Alle élite che formano questi governi l’ideologia del merito serve anche (o soprattutto?) a convalidare l’idea che i loro membri si siano meritati i privilegi di cui godono – incluso il privilegio di formare i governi. Le élite, quindi, tenderanno a perpetuare il sistema di valori su cui si fonda la loro supremazia, un sistema che premia solo un certo tipo di competenze, acquisite attraverso un percorso di formazione iperselettivo, e solo certe qualità del carattere come la risolutezza e lo spirito imprenditoriale e competitivo. Mirano, in questo modo, a consolidare in termini etici oltre che fattuali il divario abissale di reddito e di prestigio che separa una colf da un avvocato d’impresa. 

Promuovere l’uguaglianza virtuale delle opportunità diventa facilmente un pretesto per accentuare la disuguaglianza reale dei meriti.

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