Stay Hungry! Consumo e prestigio sociale

7 Agosto 2023

Lo spreco e il privilegio

Prendiamo un piccolo imprenditore di successo che porta la morosa in centro a Bologna il sabato sera con l’Audi TTS Coupé appena acquistata con finanziamento tan 0 e taeg 0. Nella sua testa, mentre si ferma sotto casa dell’amata nella prima periferia della città, c’è l’immagine di un uomo realizzato, cioè lui stesso, che non si sottometterà alla tirannia degli orari dei bus, né alla promiscuità coi poveracci che li affollano, ma che arriverà a destinazione quando vuole lui e sicuramente prima degli altri, perché sa sfruttare al meglio e ai limiti del codice stradale i suoi cavalli vapore, per infilarsi, con una sterzatina virile e appropriato stridore di gomme, in un parcheggio a pettine proprio davanti al ristorante di pesce. Questo tipo di fantasie sono simulacri del privilegio e hanno determinato molte delle decisioni che il piccolo imprenditore ha preso nel corso della sua vita, inclusa quella di indebitarsi per un’auto così. La sua fantasia, purtroppo, com’è prevedibile, si scontrerà con le fantasie analoghe di centinaia di altri automobilisti che dovranno rassegnarsi assieme a lui a un’ora di caroselli snervanti per trovare parcheggio, contribuendo a creare nel centro cittadino un ingorgo prefestivo di malessere. Avrebbero fatto meglio tutti quanti a prendere l’autobus. O la bici.

L’aspirazione a uno status privilegiato e al possesso e ostentazione dei suoi simboli materiali è uno dei motori della nostra economia e un principio fondativo della società dei consumi ma è anche una delle cause principali dei suoi eccessi e dei suoi sprechi, perché ha generato un “complesso apparato simbolico di distinzione” fatto di enormi quantità di beni e servizi desiderabili, che richiedono moltissima energia per essere prodotti, offerti, usati, dismessi, smaltiti e poi sostituiti. Il problema risiede nella sproporzione tra questo dispendio colossale di energia e i discutibili benefici che produce. Discutibili per due ragioni principali.

In primo luogo, il livello di benessere di chi ha accesso a quei beni e servizi non aumenta in modo significativo. Per potersi permettere il piacere occasionale di guidare un’Audi TTS Coupé e godere del prestigio sociale che ne ricava, il piccolo imprenditore di successo (d’ora in avanti PIS) deve dedicare al lavoro la quasi totalità delle ore di veglia, sabati compresi, e sopportare lo stress delle rate mensili che si sommano al mutuo del suo villino di nuova costruzione e ai costi generali di un certo standard di vita. Senza dire che con 200 CV sotto il sedere deve rassegnarsi alle code o a cercare parcheggio la maggior parte del tempo che è al volante. In secondo luogo, si determina nella società uno stato diffuso di frustrazione: chi non può permettersi un gingillo da 200 CV e dà importanza a questa cosa perché così va il mondo, si sentirà in una condizione svantaggiata, di privazione, e sceglierà tra due opzioni: piegarsi alla propria minorità, rassegnandosi a prendere l’autobus e ad acquistare la propria distinzione alle svendite, o fare ancora più sacrifici per riscattarsi. Se né lui (sì, è un maschio anche lui) né il PIS attribuissero tanto prestigio sociale e senso di realizzazione personale al possesso di un’auto sportiva da 70 mila euro, starebbero entrambi molto meglio. E starebbero molto meglio anche se non si sentissero diminuiti quando si spostano in autobus.

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L'autore nei panni di un Piccolo Imprenditore di Successo - Immagine generata da Midjourney.

Adam Smith e la scarsità prodotta socialmente

In un articolo dell’antropologo statunitense Gustav Peebles, For a love of false consciousness: Adam Smith on the social origins of scarcity, 2011, questa situazione di frustrazione diffusa, generata dall’aspirazione alla ricchezza materiale come segno di prestigio, è rappresentata nei termini di una scarsità prodotta socialmente. Peebles elabora questa nozione partendo da un testo di Adam Smith, The Theory of Social Sentiments (1759), di cui sintetizza alcuni contenuti nel modo seguente (traduzione ed enfasi mie): “Da questa infinita competizione per la distinzione fiorisce un mondo di scarsità prodotta socialmente. Gli individui iniziano a inseguire la ricchezza nonostante la sua mancanza di utilità per la loro sopravvivenza. In effetti, la società crea bisogni del tutto artificiali e non necessari solo per garantire l'esistenza di un complesso apparato simbolico di distinzione. […] Gli individui infliggono ai loro corpi dolore e sofferenza per ottenere presunti piaceri che non riescono mai a eguagliare del tutto il sacrificio che hanno fatto per acquisirli. Andando in cerca di gingilli, gli individui si allontanano volontariamente (ma stupidamente) da un mondo naturale di abbondanza che potrebbe fornire loro agio e pienezza, se solo non fossero interessati a una distinzione superficiale.” Le parole testuali di Adam Smith, citate nell’articolo, sono ancora più ardite, da un punto di vista retorico: "Nella tranquillità del corpo e nella pace della mente tutti i diversi ranghi della vita sono quasi allo stesso livello e il mendicante che prende il sole sul ciglio della strada possiede quella sicurezza per cui i re stanno combattendo". 

È una sfida al senso comune e un rovesciamento illuminante: la cornucopia di beni e servizi superflui e desiderabili prodotti dall’economia di mercato e dall’odierna società dei consumi è in realtà il risultato di un diabolico dispositivo sociale che genera scarsità e tiene gli individui in una costante condizione di insoddisfazione. La scarsità, in questo senso, non dipende dalla penuria di un bene specifico, ma dal valore che la società gli assegna: quanto più elevato è questo valore, tanto più ristretta sarà la cerchia di coloro che se lo possono permettere e dunque più numerosa la folla degli esclusi che si limitano a sognarlo, soffrendo la relativa scarsità dei loro mezzi. Se tutti gli individui semplicemente smettessero di desiderare il bene in questione, allora non si darebbe più la distinzione dei pochi dai molti e tutti sarebbero soddisfatti e realizzati con ciò che hanno e con ciò che è più largamente disponibile. Con una sintesi che suona come l’adagio di una nonna saggia diremmo che rinunciando a inseguire la ricchezza, essi vivrebbero nell’abbondanza. Il bello è che una società fatta di questi individui sarebbe non solo più agiata e appagata, ma anche più sostenibile, perché avrebbe eliminato un potente generatore di spreco. I beni concepiti solo per essere desiderati come segni di distinzione (di qualsiasi grado di distinzione) perderebbero la loro ragion d’essere in un mondo che non li desidera più e che non riconosce loro quel valore simbolico. Quindi non sarebbero più prodotti, né usati, dismessi, gettati, smaltiti, sostituiti. Mi sembra una prospettiva interessante che dovrebbe essere presa in considerazione più seriamente. 

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L'autore nei panni di un fannullone che prende il sole - Immagine generata da Midjourney.

Stay Hungry!

Adam Smith, è bene chiarirlo, non propone l’istituzione di una società di “mendicanti che prendono il sole” e che di questo si contentano. Tutt’altro. Dopo avere svelato l’inganno che induce gli individui ad affannarsi per una ricchezza materiale che non dà reale benessere, ammette che questo stesso inganno ha un ruolo fondamentale nel garantire la tenuta morale delle società, le quali, senza di esso, precipiterebbero in uno stato brutale di indolenza senza progresso. 

Il PIS direbbe che è proprio così: è l’aspirazione di ogni individuo alla ricchezza materiale che fa girare l’economia, stimola l’innovazione, crea ordine sociale e obiettivi individuali che danno significato alle ore del giorno – “Stay hungry!” rinforzerebbe Steve Jobs da YouTube. Per il PIS non c’è alcun inganno e non ci sono alternative. Inoltre, non concederebbe a nessuno il diritto di dire che cosa lo fa stare bene e che cosa no e terrebbe a precisare, a scanso di equivoci, che il possesso di un’Audi TTS Coupé lo riempie di soddisfazione e guidarla gli dà piacere anche quando è in coda. Farsi il mazzo per tutto questo lo fa sentire in pace con sé stesso, anche quando non riesce a dormire per lo stress. Mi chiederebbe, inoltre, se sia giusto condannare come spreco qualsiasi bene materiale che non risponda a un principio di mera utilità. Come si stabilirebbe, poi, che cosa è utile e cosa no? Chi lo deciderebbe? Non ci sono forse anche bisogni emotivi, come ad esempio quello di circondarsi di oggetti belli e di pregio con i quali testimoniare il proprio successo? La bellezza tecnica dell’auto che si è appena comprato non merita anch’essa l’energia che ha richiesto progettarla e produrla? Mi farebbe notare, infine, che l’aspirazione al meglio dei privilegiati grandi e piccoli stimola progressi tecnologici che hanno conseguenze a cascata sulla vita quotidiana di tutti. “Pensa soltanto allo smartphone: da status symbol a bene di prima necessità alla portata di chiunque in poco più di 10 anni! Pensa anche allo schermo pieghevole che ho io e che è mi è costato un botto di soldi, guarda qua che roba! Fra un po’ sarà accessibile perfino alla mia colf! È una cosa sbagliata, questa?”

Abbondanza sostenibile

Sono domande importanti che costringono a confrontarsi sul valore delle cose che si producono, sulla qualità delle proprie aspirazioni, sulle diverse idee di benessere e di successo. È su questo terreno culturale, etico, sociologico e psicologico, che dovremmo impostare il discorso sulla sostenibilità e prendere posizione. È su questo terreno che si può ragionare sul diabolico dispositivo sociale di scarsità, origine di immensi sprechi, oltre che di grandi disuguaglianze e straordinari progressi tecnologici, per decidere se non sia il caso di disinnescarlo, o almeno depotenziarlo. Nel discorso mainstream sulla sostenibilità, che si svolge invece sul terreno tecnologico e scientifico, le diverse opinioni restano tutte ancorate a un sistema socioeconomico che si basa proprio su quel dispositivo per sopravvivere. Di fatto ci si limita a discutere e a litigare su come lo si debba far funzionare: se a gasolio, metano, fotovoltaico, eolico, nucleare…  

La mia posizione, per chi fosse interessato, è questa: il diabolico dispositivo deve essere disinnescato. Si tratta di un obiettivo di lungo termine che può realizzarsi solo se si agisce sull’immaginario delle persone per rinnovarlo. Gli attivisti e le attiviste di gruppi come Ultima Generazione farebbero meglio a spostare la loro attenzione dalle politiche energetiche dei governi e delle istituzioni internazionali, alle politiche culturali di quelle stesse istituzioni, all’industria dell’intrattenimento, all’industria culturale, agli influencer e alle influencer. Cioè, farebbero meglio a prendere di mira non tanto i modelli produttivi in base ai quali si forniscono i beni e i servizi nelle società occidentali, quanto i modelli culturali che generano le aspirazioni individuali in quelle stesse società e determinano la domanda di quei beni e servizi. Aspirazioni che, a quanto pare, sono rimaste più o meno le stesse dai tempi di Adam Smith. L’immaginario occidentale è più fossile dei combustibili su cui si concentrano le nostre preoccupazioni. 

La speranza è di riuscire a formare una nuova generazione di PIS a cui non interesseranno le auto sportive né gli ultimi gingilli elettrici e per cui non avrà senso sbattersi più di tanto per poterseli comprare. Per loro, la vecchia auto ereditata dal padre, una diesel con filtro antiparticolato, spaziosa ed efficiente, carrozzeria in ordine, meccanica progettata per durare, sarà perfettamente adeguata ai loro bisogni funzionali ed emotivi e andrà bene per i prossimi 20 anni, anche perché la useranno molto poco. Per gli spostamenti quotidiani e tutte le volte che sarà possibile andranno in bici o si affideranno al trasporto pubblico, la cui rete, grazie alle pressioni che avranno esercitato sulle amministrazioni, sarà diventata efficiente e capillare, tecnologicamente evoluta e confortevole. In generale il loro rapporto con l’offerta di beni materiali e di servizi sarà molto meno condizionato dalle istanze del prestigio sociale, e molto di più da un’acuta insofferenza per lo spreco. La loro richiesta insistente di oggetti ben fatti e durevoli, che si possano riparare facilmente anziché doverli gettare per riacquistarne di nuovi, avrà cambiato il mercato e generato una prospera economia del rammendo, della riparazione e della manutenzione. Saranno meno esposti alle seduzioni della moda e degli ultimi gadget tecnologici semplicemente perché non daranno più importanza a questo genere di cose. Per loro lo schermo pieghevole dei telefonini è una boiata pazzesca e chi sbava per un paio di sneaker o una borsa griffata è unə sfigatə. Tutto ciò avrà implicazioni interessanti, che non indagherò qui, sulla quantità di tempo libero a loro disposizione, sul modo in cui lo impiegheranno – posto che lo impiegheranno assai meno in ciò che oggi è definito consumo – su come si origina il loro senso di realizzazione personale, su come si origina il prestigio sociale, su come sarà distribuita la ricchezza creata dal loro lavoro e su come sarà usata la parte che spetterà a ciascuno. 

La mia idea di sostenibilità è un’idea di mondo, non solo una questione tecnico-scientifica. Un’idea ancora molto imprecisa, ma decisamente orientata verso un’ideale di abbondanza sostenibile. Un mondo in cui i PIS e le PIS non avranno più bisogno di dimostrare di avere o di essere qualcosa di più delle loro colf e in cui le colf e i colf avranno accesso allo stesso tipo di benessere al quale aspireranno i PIS. Un mondo in cui, grazie a un’innovazione radicale nel complesso delle aspirazioni individuali, le società si potranno concedere un uso più razionale ed equo delle risorse energetiche. Anche di quelle che abbondano. Anche di quelle a emissioni zero. 

In copertina, La cornucopia che genera povertà – Immagine generata da Midjourney.

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