Silvia Ferreri, Le cose giuste

All’inizio di questo luglio strano, afoso e temporalesco, mi sono imbattuta in un libro interessante, Le cose giuste, di Silvia Ferreri.

Un’opera breve e sensibile, con un taglio marcatamente femminile.

Le cose giuste è composto da cinque racconti, che narrano storie vere, che hanno come protagoniste cinque donne diverse ma in parte simili tra loro. Potremmo definirlo un lavoro di reportage dal momento che la Ferreri, che non a caso nasce come giornalista, ha investito moltissimo tempo in telefonate, incontri, mail e videochiamate per confrontarsi con le protagoniste dei suoi racconti. Le ha conosciute e frequentate, hanno scavato insieme in ricordi e riflessioni. Un lavoro immersivo, sicuramente doloroso per le intervistate, che diventano coautrici del libro mettendo coraggiosamente il proprio vissuto al servizio della narrazione.

Le cinque protagoniste hanno alle spalle storie difficili, si ritrovano di fronte a dilemmi etici rispetto ai quali è complesso prendere delle decisioni. Si scontrano con situazioni estreme con cui tutti in qualche modo potremmo venire a contatto, ma che ci sembrano totalmente insolite e lontane dal nostro routinario vissuto quotidiano.

 

Marisa ed il marito, onesto imprenditore calabrese che costantemente si ribella a rivendicazioni e minacce mafiose, decidono di liberarsi dalla ‘ndrangheta per entrare in un programma di protezione testimoni, condannando se stessi e i loro figli (per tredici anni) a una vita precaria, fatta di solitudine e instabilità. Una vita passata a nascondersi, a cambiare città, a non possedere un documento e un nome, privati dei diritti più basilari, come la possibilità di poter accedere alle visite di un pediatra o di esercitare la propria professione. La coppia vive un assurdo capovolgimento della realtà per cui sembra quasi che la loro onestà e l’immenso sacrificio dell’abbandonare casa, famiglia, lavoro e felici abitudini per collaborare con magistrati e forze dell’ordine, sia ripagato con un’esistenza errabonda e squalificante, quasi che siano loro i colpevoli dei soprusi di cui sono vittime.

Cristina invece, fervente cattolica, si troverà a fare i conti con le violenze sessuali che suo figlio ha subito da un prete; tutto il racconto si articolerà su un’estenuante battaglia legale, ma soprattutto sui dilemmi morali e spirituali della protagonista, costretta a opporsi a una comunità e a un sistema di valori a cui aveva sempre con convinzione aderito.

Il tema della maternità, centrale in tutte e cinque le storie, trova il suo apice con i racconti di Marica e Valeria, che in modo diverso si scontrano con il sistema delle adozioni.

Così come, infine, con quella di Annarita che lotta con l’anoressia di sua figlia.

 

Ferreri racconta con uno stile asciutto ed affilato, all’apparenza immediato ma frutto di un sottile lavoro di scrittura, che sarà certamente apprezzato. Una scrittura scarna e diretta che elimina il retrogusto retorico che le cinque storie potrebbero avere e che va dritto al punto, facilitando anche l’immedesimazione del lettore. In tal modo l’autrice porta il lettore a sentire sotto pelle il doloroso vissuto delle protagoniste e insieme a renderlo attivo inducendolo a porsi domande scomode e a riflettere.

Qualche dubbio suscita invece la scelta di utilizzare donne tra loro molto simili, con un impianto culturale tradizionale, votate alla maternità e alla famiglia. Incontrare anche tipologie differenti di donna avrebbe favorito un ampliamento del ventaglio sociale ed esistenziale. Magari una persona senza figli, sentimentalmente libera o omossessuale, in modo da presentare un universo femminile più vario e disomogeneo. 

 

Caos Creación for Paloma Wool, 2019. Photo: Carlota Guerrero.


Le protagoniste dei racconti sono tutte donne oneste che si rapportano a un sistema di valori, in parte legato alla società, in parte alla loro etica personale. I valori hanno da sempre avuto un ruolo importante in sociologia ed antropologia per comprendere i gruppi culturali e le società e per analizzare le motivazioni alla base dei comportamenti umani, come mostrato dagli studi del sociopsicologo Shalom H. Schwartz; i valori spesso si articolano in modo simile in gruppi culturalmente diversi suggerendo la presenza di un’organizzazione universale delle motivazioni umane. Indubbiamente nei cinque racconti ci troviamo di fronte a persone che condividono una visione comune, una visione di cui anche il lettore è partecipe poiché non c’è alcun dubbio sul fatto che le protagoniste siano intenzionate a fare del bene. In questo il lavoro della Ferrari può essere interpretato come un piccolo trattato sul sistema valoriale della nostra società, una riflessione etica pilotata da cinque donne che ci colpiscono per le loro scelte sempre corrette e altruistiche, per quanto difficili. Siamo di fronte, inoltre, a situazioni estremamente drammatiche. Ferreri maneggia con cura e delicatezza il dolore e le vicissitudini delle sue protagoniste dando vita ad un’”introspezione sentimentale” profonda e appassionante per il lettore.

 

Ciò che a parere di che scrive è a tratti mancato, poiché il compito della letteratura dovrebbe essere quello di creare un effetto di straniamento che permetta al lettore di scoprire i lati inediti della realtà, smontando e decostruendo la percezione comune del mondo, è forse lo scandagliamento dei tratti più inusuali, o se vogliamo, oscuri dell’animo umano. Trovo che a tratti manchi la destabilizzazione, quel sano “mandare in crisi” il lettore, che è poi ciò che smuove la riflessione, che scardina l’impalcatura del buon agire comune, che scandalizza, che provoca e ci fa scavare nei meandri dell’etica e della morale. Sono felici le cinque eroine di Le cose giuste? Questo non lo sapremo mai, ma quando vediamo Annarita che annulla la sua esistenza (e anche quella del marito e del figlio) per assistere negli anni la figlia malata, o Marisa distrutta nel vedere i suoi bambini rinunciare completamente alla socialità, ci sorge qualche dubbio. Sempre poi ammesso che sia la felicità l’obiettivo di una vita, il giusto valore da perseguire. Su queste tematiche l’autrice/intervistatrice, non ci interroga e non le interroga abbastanza, certo anche per delicatezza; non fa esplodere le contraddizioni, i dubbi, non ci svela i lati oscuri dell’animo umano, ma ci offre una visione per certi versi manichea, in cui c’è un giusto e uno sbagliato, un etico e un non etico.

 

Da lettrice mi sarebbe piaciuta un’indagine un po’ più diretta delle contraddizioni e dei dubbi che hanno lacerato le protagoniste. Quando questo avviene, i racconti sono molto stimolanti; un buon esempio è il racconto di Marisa, che inizia a detestare lo Stato che dovrebbe proteggere la sua famiglia e che si domanda (e ci domanda) se sacrificare “una vita normale” per i suoi figli in virtù di una presa di posizione indiscutibilmente nobile valga veramente la pena. Oppure quando Cristina vive una profonda crisi spirituale ed entra dolorosamente in conflitto con la chiesa, istituzione che non aveva mai messo in discussione.

I racconti della Ferreri sono intelligenti e ben orchestrate opere di reportage, intensi resoconti sentimentali a cui manca però, a tratti, il potere della destrutturazione letteraria. 

Non avrebbe innescato più curiosità un libro che al posto che intitolarsi Le cose giuste, si fosse chiamato “Le cose giuste?”?

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Alejandra and a lily, 2017. Photo: Carlota Guerrero.