Tessere il canto, tessere i luoghi

Esiste nella pratica artistica delle donne una frequentazione con le pratiche relazionali, con l’immateriale del canto, con gli spazi umili e lungamente non visti del quotidiano e con il recupero di un sapere manuale parzialmente dimenticato, un sapere troppo spesso relegato al folklore e alla sottocategoria dell’artigianato, con tutti i malintesi che la divisione tra arte alta e bassa ha lungamente comportato. 

Claudia Losi esplora da sempre questi ambiti e il verbo esplorare descrive con accuratezza il suo andare alla ricerca di ciò che non si conosce – un andare metaforico e fisico, perché il suo lavoro si compone anche di cammini –, la sua relazione profonda con il paesaggio e il suo farsi addentro ai luoghi. Losi declina la geografia attraverso l’arte, la trasforma e ne restituisce il senso lungamente smarrito, frainteso dalla didattica scolastica e dalla frattura che ha pericolosamente separato natura e cultura. 

Come un ecosistema, il lavoro dell’artista piacentina si sviluppa seguendo tempi che contraddicono le regole del mercato dell’arte: si dedica a progetti decennali, riprende ciclicamente l’indagine verso nuclei tematici già approcciati, procede seguendo un flusso senza soluzione di continuità che comprende performance, installazioni, manufatti ed esperienze effimere. Voce a vento si inserisce in maniera organica in questa ricerca e nasce dall’azione realizzata presso il Monte Bulgheria, all'interno del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, a Salerno. È grazie all’Associazione Jazzi che l’artista, all’interno di un ampio programma di tre anni, viene chiamata a immaginare un intervento che sia motivato dalla “valorizzazione e narrazione del patrimonio ambientale, materiale e immateriale” del luogo. 

 

Voce a vento nasce da questo invito e successivamente prende la forma di un progetto editoriale pubblicato da Kunstverein Publishing Milano, nel quale vengono raccolte, i canti delle trenta donne che hanno dato vita alla performance sul Monte Bulgheria. Insieme alla cantante e musicista Meike Clarelli e con la partecipazione di Elena Bojkova, solista del coro Le Mystère des voix bulgares, Voce a vento è la prima uscita della nuova collana Passo a Passo, un progetto artistico – musicale che testimonia i risultati di performance site specific legate a contesti di paesaggi urbani o naturali, all’interno della collana curata dalla stessa Claudia Losi, Katia Anguelova (Kunstverein Milano) e co-prodotta da Federica M. Bianchi di Snaporazverein_CH e Fondazione Shapdiz. Libro d’artista e vinile, Voce a vento – che esce anche nell’edizione con multiplo d’artista – è un oggetto musicale di difficile catalogazione, dalla forma ibrida, nel quale si intessono discipline diverse, segno specifico del lavoro di Losi rintracciabile in numerose altre esperienze, tra cui citiamo su tutte la piattaforma decennale dedicata alla balena e sfociata in The Whale Project. Un immaginario animale, volume “monstrum” pubblicato da Johan & Levi nel 2021. Nel disco, il canto polifonico, l’azione artistica e la poesia provano non tanto a restituire l’esperienza irripetibile della performance ma ad aggiungere un ulteriore tassello al progetto, attraverso la trascrizione dei canti pensati da Losi e Clarelli e musicati insieme a Davide Fasulo. 

 

 

Per capire Voce a vento bisogna tornare alla matrice, ovvero i luoghi in cui è nato il progetto: Losi racconta: “L’apice dell’incontro con il suono di quei luoghi è stato un incontro fortuito sui sentieri, il flauto di un pastore dal suono antichissimo, ancestrale. Ho eseguito un carotaggio, una stratigrafia non solo sonora ma storica.”

Azione poetica di carattere visivo e sonoro, la performance è stata un attraversamento, un rito collettivo come tentativo di riattivare la memoria del luogo. Sempre Losi racconta: “Ho notato come il paesaggio sonoro fosse anarchico e le voci si muovessero seguendo le correnti, ho visualizzato questo andamento. Ho provato a costruire un progetto canoro, cercando un canto che potesse abitare questa montagna. Quindi ho contattato Meike, che già lavorava con i cori, le ho consegnato dei testi che descrivevano le mie impressioni raccolte nei mesi precedenti durante “laboratori camminati” che avevo fatto, e il canto è nato da lì. L’intervento visivo è stato inserire sui sentieri delle “maniche a vento” (misuratori rudimentali di forza del vento), che sono una specie di opposto degli otri, così che l’aria e la voce le riempissero. Il titolo del progetto viene proprio da lì.”

 

L’ipotesi di lavoro diventa quindi l’accogliere la specificità del territorio, che in questo caso è costituito da una morfologia acustica anomala, e declinarla attraverso una riflessione inedita sul paesaggio inteso anche nella sua accezione di sistema transitorio, nel quale la presenza umana è parte costituente anche quando vive la condizione di ospite, quando non appartenente. Da qui la scelta di far incontrare voci dal retroterra differente: da una parte il gruppo fondato da Meike Clarelli “Le Chemin Des Femmes”, proveniente dall’Appennino Nord, a cui si sono aggiunte le donne del coro “Kamaraton” di Camerota e quelle di “Vivat” di Lentiscosa, ognuna chiamata a partecipare indossando un costume tagliato e dipinto da Antonio Marras, amico e già partecipe delle sperimentazioni tessili di Losi.

 

 

Clarelli racconta così l’approccio al lavoro sul Monte Bulgheria: “È stato difficile in un primo momento capire come questi canti avrebbero potuto attraversare questi luoghi di cui Claudia mi ha consegnato le sue parole. Era come se mi chiedesse un atto germinativo, acqua che andasse a fertilizzare la terra. Eravamo di fronte a un territorio indurito da una presenza patriarcale, e questo mi ha fatto sentire che la cifra della delicatezza, la voce delle donne fosse quella più giusta. Avevamo bisogno di un gesto di cura, un canto di cura. Le condizioni erano estreme: cantare all’aperto, facendo trekking, con quel vento era di per sé un’impresa. Anche l’incontro con la natura della voce ci ha messo di fronte all’eventualità che fosse impossibile arrivare al risultato che ci eravamo prefissate, ma alla fine la costruzione della musica e dei canti è stato un sussurro, umile, un discorso con la montagna, e l’opera d’arte era già la montagna.”

L’intervento di Losi sul Monte Bulgheria è stato pensato con l’intento dichiarato di portare di presenza non colonizzante, una interrogazione aperta sul concetto di paesaggio.

 

L’album rappresenta un prolungamento del progetto e una forma di restituzione accessibile a un pubblico più ampio nonché un momento ulteriore di riflessione a partire dall’innesco della performance. Il disco infatti non è un documento testimoniale né una mera registrazione, bensì il frutto di una riscrittura dei canti, una filiazione che possiede una forma propria. Le otto tracce compongono una preghiera laica che assomma materiali differenti per provenienza e suggestione, segnati da una nudità che restituisce all’ascolto la potenza di un canto necessario, il canto legato alla comunità, alla terra e ai tempi ciclici della vita. Anche nella forma del disco, si attesta l’idea di un intervento mai impositivo: il lavoro di Losi è “gentile” nell’accezione di un gesto mosso da rispetto e cura e il supporto leggero del disco conferma la vocazione a non occupare ma agire una presenza, non trasformare i paesaggi ma diventarne elemento temporaneo, non affermare ma invitare. È una poetica che rivendica una proposta antitetica rispetto al modello antropico che l’umanità esercita con distruttiva ostinazione da secoli, e che racchiude in sé alcuni elementi di primaria importanza che andrebbero raccolti e utilizzati quali strumenti per esercitare quella “tessitura di legami”a cui invita Donna Haraway per il nostro futuro prossimo: la voce, la riscoperta del linguaggio poetico su quello tecnico, la collaborazione, l’impermanenza, il patrimonio di conoscenza racchiuso nel lavoro manuale. 

 

Riguardo al farsi del disco, Clarelli spiega ancora: “Il disco ha tre fonti di presa del suono: il rumore, il vento e la sostanza acustica della performance. C’è una quota di registrazione che viene dalle prove fatte e una parte fatta in studio. Questa stratificazione lo rende come un minerale, ci sono dei brani che sono stati pensati e scritti sui testi di Claudia come brani popolari, come valzer o tarantelle, pur non essendo mai del tutto popolari perché contenenti degli innesti contemporanei. Ci sono brani nudi e brani ripensati, come se fossero dei dialoghi in intimità, cantati all’orecchio dell’ascoltatore, come Vegetale che si muove sulla falsariga di Medusa di Bjork, con la voce fortemente processata.” 

 

Nelle otto tracce, le voci di Losi, di Clarelli e di Bojkova dialogano con i cori, alternando momenti di intimità a passaggi possenti. Vi si ritrovano echi di una certa scrittura musicale che ha costituito la materia prima di quell’underground emiliano poi assunto a produzione d’autore, suggestioni letterarie che spaziano dalla poesia di Chandra Candiani a Tiziano Fratus, alla letteratura appenninica e alla scrittura che si fa luogo, come quella di Sergio Atzeni e Francesco Biamonti evocata da Federica M. Bianchi, fino alla riflessioni più urgenti su ambiente e antropocene dei teorici più puntuali, da Meschiari a Ugo Morelli, da Edoardo Kohn a Baptiste Morizot. Il mondo culturale di Losi è rizomatico e spazia dall’antropologia ai teorici dell’ecologismo, dalla Land Art all’arte ambientale (con Hamish Fulton come nume tutelare, figura anomala e restia a essere compreso in qualsiasi categoria) e relazionale (riecheggia qui la lezione di Maria Lai) e alimenta una ricerca che sfocia in progetti dalle forme e dai tempi irregolari, sovente basati sul coinvolgimento di maestranze, nei quali il confine tra sapere popolare, scienze e arti si salda, dimostrando come la conoscenza di cui abbisogna questo tempo necessiti del superamento definitivo del dominio della tecnica per aprirsi al recupero di dimensioni perdute, magiche, mitiche, al fine di realizzare un cambio di paradigma che conduca a un sapere unitario capace di tenere in equilibrio forze cosmogoniche antitetiche.

 

Parole come filastrocche o sortilegi, quelle di Vegetale, che rimanda a quelle pratiche troppo lungamente denigrate e liquidate sotto la voce superstizione e ne recupera l’incanto (Segna con l’erba le parti del corpo / l’erba santa che guarisce), parole che cercano l’incontro con la pietra, l’animale e gli esseri viventi non umani (Carbonato di calcio / le pietre di bianco / doline di vuoto / le pietre di bianco / fossile di mare antico /le pietre di bianco/, ma anche in Animale: Scende il corvo / ombra che fa ombra / precipita conchiglie / ne raccoglie il corpo molle), celebrazione della relazione tra uomo e tempo del mondo (L’ulivo s’alza, lento e infinito / costellazione di nero prezioso / fusto che nasconde / tempio di preghiera / canto della raccolta), interrogazione sacra che vibra di tensione mistica  (Quanto tempo è passato dal lutto divino? Quanto tempo è passato dai sacrifici di carne?).

Facendosi guidare dalla memoria del canto delle mondine, esperienza fondante del vissuto familiare, Losi procede nel tentativo di dare forma a una pratica curativa, sperimentando un linguaggio – quello dell’arte – che metta in discussione lo statuto ontologico della realtà e lavori sulla lacerazione culturale che rende l’umano tragicamente separato dalla sua esperienza del mondo. Un antidoto al collasso cognitivo e una strada possibile per immaginare modi diversi di abitare il pianeta, ritrovando il senso dell’esperienza umana nel tempo della fine, nel tempo dell’inizio. 

 

passo chiama passo

passo conta passo

passo incide passo

passo brucia passo

passo canta passo 

passo scorre passo

 

Ogni storia è storia di ogni luogo

si radica in profondo

altre storie germinano 

cadono, nere di gelo

mutano, verdi di pioggia 

impietriscono, grigie di sasso

 

canto che chiama

canto che libera

canto che innamora

canto che piange

canto che uccide

canto che sostiene

 

Claudia Losi, Voce a vento - Doppiozero

 

Intervista a Claudia Losi - Doppiozero

 

L’album è ascoltabile anche su Spotify

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO