Thomas Bernhard: assenze e smascheramenti

Torna finalmente Piazza degli eroi di Thomas Bernhard, nel VI volume del Teatro. La Ubulibri aveva iniziato a pubblicare le opere per la scena dello scrittore austriaco nel 1982, dodici anni dopo il debutto della prima pièce, Una festa per Boris, messo in scena ad Amburgo dal fedelissimo Claus Peymann, che firmerà molte delle messinscene delle sue commedie. La casa editrice del Patalogo era arrivata a dare alle stampe il quinto volume. Poi il fondatore Franco Quadri è morto e le pubblicazioni si sono arrestate. Mancava appunto il sesto, che ora Einaudi pubblica con due inediti, con Heldenplatz /Piazza degli eroi già apparsa in un’edizione Garzanti nel 1992, e con i Dramoletti, brevi drammi da consumarsi velocemente come omelette, usciti nella Collanina Ubulibri nel 1990. In questi ultimi, schizzi feroci di vita politica e quotidiana tedesca e austriaca, con titoli quali Il pranzo tedesco, Match o Claus Peymann si compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me, emerge l’aspetto comico, sarcastico, umoristico, una delle tinte portanti dei labirinti bernhardiani; una vertigine in cui l’accumulo di comicità si trasforma in inquietudine, in tragedia, e in cui le tragedie vengono portate al livello della contemporaneità più stupida attraverso umori dissacranti.

 

Gli inediti in Italia di questo Teatro VI sono Le celebrità del 1976 e Su tutte le vette è pace del 1981. Piazza degli eroi, di recente allestito da Roberto Andò per il Teatro di Napoli con un formidabile Renato Carpentieri e con altri ottimi attori e per ora trasmesso solo su Rai 5, è l’ultimo testo per il teatro dell’autore austriaco, una specie di sua summa. Pubblicato nel 1988, andato in scena il 4 novembre 1988, tre mesi prima della morte dell’autore, fu segnato da una battaglia fuori dal teatro, con tradizionalisti e nazionalisti che accusavano Bernhard di essere antiaustriaco, per i toni corrosivi da lui usati verso un paese segnato dall’ottusità e dalla corruzione di governanti e popolo.

 

Rappresentano questi tre testi, come d’altra parte i Dramoletti, un attraversamento di vari periodi della scrittura ossessiva di Bernhard. Alice Gardoncini, nella sua introduzione al volume (contenente sue nuove traduzioni, con l’ausilio di Umberto Gandini per i Dramoletti in dialetto bavarese), introduce la figura dell’assenza, come determinante in queste opere, soprattutto nella prima Le celebrità, un pranzo presso la casa di un cantante tra artisti e protagonisti del mondo dello spettacolo. L’opera inizia ricordando un direttore d’orchestra che precipita nel vuoto mentre sta dando l’attacco per il Falstaff di Verdi e muore. I convitati aspettano un soprano da festeggiare, che ancora non arriva. In questo vuoto si scatenano i pettegolezzi, le maldicenze, in un ritratto caustico di un ambiente piccino che poco sembra avere il respiro dell’arte. Sopra cantanti, registi, direttori d’orchestra, attori invitati incombono i ritratti di grandi del genere, da Toscanini a Lotte Lehmann a Moissi a Max Reinhardt... L’assenza, oltre che del direttore e del soprano, è anche della pietà umana o semplicemente dell’umanità, sostituita da un sarcasmo pronto ad addentare ferocemente la preda. Ma è anche un’altra l’assenza, in una commedia fatta a strati: quella di qualsivoglia verità, con figure ricoperte con strati di maschere, che ne rivelano continuamente altre sotto quelle più evidenti dei ruoli sociali: sotto i volti di società, sotto frac e mise eleganti, si nascondono ghigni feroci di animali pronti a sbranare gli altri, a massacrare la servitù, bestie, istinti bestiali che si rivelano nell’agio e nell’ubriachezza.

 

Su tutte le vette è pace, allestimento di TgStan, ph. Thomas Walgra.


Ancora di assenze è costituito Su tutte le vette è pace. Qui siamo nella casa tra i monti di un grande scrittore, arrivato al successo da poco e accudito da moglie ed editore che ne consolidano e diffondono la leggenda. Un Goethe moderno? Una dottoranda è in quel santuario e scatta fotografie in continuazione, iconizzando ogni cosa e ogni momento. Naturalmente, all’apparizione, il grande saggio si rivelerà poca cosa rispetto alla mistica creata dai discorsi fatti intorno a lui, alle espressioni iperboliche usate per lui, e a quelle che lui stesso attribuisce al protagonista della sua opera più significativa, neanche a dirlo una Tetralogia, che segue un più modesto nelle dimensioni ma non meno pretenzioso romanzo intitolato Germania. “Quello sforzo infinito / con cui bisogna attaccare ogni singola riga / dice Stieglitz / Questo è già l’inimmaginabile / In ogni opera c’è il fallimento / ma se abbiamo la grazia e lo portiamo a compimento / ci addentriamo come in una miniera / e scaviamo e scaviamo e riportiamo alla luce qualcosa / dice Stieglitz”, dice lui, lo scrittore, neanche a dirlo di cognome Meister, maestro (come il Wilhelm di Goethe).

 

Ancora il parlare traverso di Bernhard: qualcuno che dice qualcosa detto da qualcun altro: solo che qui è l’autore, Meister, che in questo modo rende memorabili i detti del suo personaggio e autoconsacra la propria opera. Che a una lettura pubblica finale, arrivato l’editore, tra tic degli altri personaggi come il continuo scattare flash della dottoranda, si rivela un caotico intrecciarsi di linee da feuilleton, nobilitate dalla prosopopea di nomi quali Goethe, Wittgenstein, Kierkegaard, in un romanzo distopico che pare annunciare un’apocalissi di terza guerra mondiale. La vera apocalisse è solo quella di una borghesia che continuamente si mette in scena, occultando la boria e il privilegio sotto la pretesa universalità delle sue creazioni. I personaggi di Bernhard, soprattutto nei romanzi, spesso progettano opere grandiose e non riescono a concludere molto, a volte neppure a scriverne la prima pagina. Qui all’opposto il niente, l’assenza reale, si cela sotto la pomposità ciclica e il titolo wagneriano.

 

Piazza degli eroi, regia di Roberto Andò, ph. Lia Pasqualino.


Di Heldenplatz /Piazza degli eroi abbiamo scritto più volte. L’ultima opera teatrale di Bernhard sembra la sua summa, anche per quanto riguarda il discorso dell’assenza. Rimandando agli altri scritti apparsi su “doppiozero” (vedi in fondo all’articolo), ricordiamo come il professor Josef Schuster si uccide di fronte alla odierna rinascita di neonazionalismo, neonazismo, antisemitismo, lui che era scappato da Vienna ai tempi dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich proclamata dal Führer proprio nella Heldenplatz nel 1938. Si parla in continuazione di lui, si stirano le sue camicie e si liquidano le sue molte scarpe, si rievocano i suoi viaggi, in assenza. Ma l’altra grande assenza è la coscienza che il nazismo ritorna nell’Austria democratica, come intolleranza, come ancoraggio ad antichi costumi cattolici, perbenisti e corrotti, come finzione di socialdemocrazia che nasconde sordidi affarismi. È la marea montante che avrebbe portato al partito di Jörg Haider, l’Alleanza per il Futuro dell’Austria, poi all’avanzata delle altre destre nazionaliste e sovraniste in Europa, da quegli anni ottanta fino a oggi. Il rimosso che torna a ferire e a fare vittime è ben smascherato da Bernhard, che grida in faccia ai suoi connazionali come il nazismo sia profondo, radicato nella società austriaca. 

Si è parlato di pièce politica, come politici sono stati definiti alcuni dei Dramoletti, dove il tema, insieme all’intolleranza per gli stranieri, viene comicamente, grottescamente declinato. Per esempio in Tutto o niente. Una cerimonia tedesca assistiamo a una specie di gioco a quiz tra eminenti personaggi della Repubblica Federale Tedesca, il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri e il ministro degli Esteri. Alla domanda finale: “In coscienza nel vostro cuore siete / … / nazionalsocialisti?”, risponderanno tutti di botto: “Sì”, vincendo un ricco montepremi da destinare agli aiuti alla fame nel mondo, mentre intorno ancora una volta si scatena il putiferio di nani e ballerine.

 

Piazza degli eroi, regia di Roberto Andò, ph. Lia Pasqualino.


Maschere strappate, rivelazione, con furore. Anche in Heldenplatz/Piazza degli Eroi avviene, nel finale: le voci della folla plaudente al nazismo del 1938 invadono l’appartamento del professore in un’ultima cena della famiglia prima dell’abbandono dell’immobile, dove la moglie del defunto quelle voci le sentiva nella propria testa da tempo. La rivelazione è sempre dolorosa, è strapparsi strati protettivi, corazze. Se politico è questo teatro non lo è mai in senso banale: è una richiesta di fare i conti con pensieri profondi, complessi mai superati, strutture dell’economia e dell’articolazione sociale, inciampi del pensiero, radici oscure. Non c’è memoria pura e semplice in Bernhard, ricostruzione, dialettica: c’è ossessione, rottura, strappo, e questo ne fa un gigante che non computa, non ricostruisce, bensì esalta la potenza del teatro: quella di abbagliare e, fulminando, dolorosamente rivelare.

 

Claus Peymann si compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me, ph. Martin Vukowits.

 

“A tutta quanta la gente che è entrata qui / hanno fatto lasciare la testa nel guardaroba”, dice il personaggio del regista Peymann nel dramoletto Claus Peymann lascia Bochum e si trasferisce a Vienna come direttore del Burgtheater. Mentre in Claus Peymann si compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me vediamo in dialogo con il regista un avatar Bernhard che proromperà a un certo punto: “Lei è un uomo di teatro / come si dice / io però non sono un uomo di teatro / Lei ama il teatro anima e corpo / e con tutto il suo cuore / lei è innamorato pazzo del teatro / Io odio il teatro anima e corpo / e lo detesto come nient’altro / non c’è niente di più ripugnante per me / ma proprio per questo mi ci sono consegnato / Io odio il teatro e mi ci sono consegnato / Lei ci si è consegnato per amore / io mi ci sono consegnato per odio”. E poco più avanti: “io detesto il teatro / mi attrae / in quanto lo detesto”. Aveva fatto dire a Bruscon, il protagonista di una pièce del 1985, Il teatrante: “Se fossimo onesti / rinunceremmo a scrivere testi teatrali / e a interpretare testi teatrali / Se fossimo onesti /non potremmo far altro / che suicidarci / Ma poiché non ci suicidiamo / perché non vogliamo suicidarci / non oggi almeno / non ora / e poiché fino a oggi e almeno per ora non ci siamo suicidati / ritentiamo sempre con il teatro / scriviamo per il teatro / rappresentiamo teatro / anche se è la cosa più assurda / e bugiarda”. 

In L’imitatore di voci del 1978, tradotto in Italia da Adelphi nel 1987, troviamo la storiella di un uomo che a furia di simulare le voci degli altri non trova più la propria voce, e in un altro racconto, ricordato da Gardoncini, Venerazione, vediamo fan di uno scrittore che più lo conoscono e meno sono in grado di capirne l’opera, che diventa un mosaico di pezzi staccati, dissolti, proprio come in Su tutte le vette è pace. Paradossi, contraddizioni, simulazioni, che riportano all’idea barocca e shakespeariana di “Gran teatro del mondo”, di insieme di figure che sappiamo essere inganni, che allontanano dalla verità, ma dei quali non possiamo fare a meno, forse perché la verità è insopportabile e sicuramente irraggiungibile per l’essere umano. 

 

Peymann, nell’ultimo dramoletto che lo vede protagonista, Claus Peymann e Hermann Beil sulla Sulzwiese: “Il teatro è tutto un’unica assenza di via di scampo”, una trappola per topi potremmo dire con Amleto: “ci arrivano tutti quelli / che per tutta la vita hanno cercato una via di scampo”. Berhnard, dice Peymann, sostiene che il teatro, il Burgtheater, deve essere trasformato in quello che è, un museo di statue di cera. Ma dice alla fine Peymann, scrive Bernhard: “la nostra unica possibilità / è fare un teatro / che non è ancora mai esistito / Bernhard dice di aver pensato tutta la vita / come fare un teatro / che non sia ancora mai esistito”. E in Claus Peymann compra un paio di pantaloni Bernhard gli aveva fatto chiedere, al personaggio Peymann: “mi scriva un dramma sull’arte di prendere per il naso / per il naso del Burgtheater / per questo enorme naso tronfio del Burgtheater / Scriva un dramma Bernhard / nel quale prende per il naso tutta la gente / Un dramma così mi aspetto da lei / un vero e proprio dramma sull’arte di prendere per il naso / si metta lì Bernhard e mi scriva un dramma sull’arte di prendere per il naso / Grande teatro Bernhard / molto popolo molte porcate molta megalomania /molti crimini insulsaggini bassezze /un vero e proprio teatro da Burgtheater / una grande perturbante commedia sull’arte di prendere per il naso / porti in scena una buona volta tutta la sua spietatezza / tutto il suo schifo per il mondo / non soltanto la metà del suo schifo per il mondo / ma tutto il suo schifo per il mondo Bernhard / scriva un pezzo di teatro universale / che squarci il Burgtheater / un’autentica grandiosa burla universale Bernhard / che faccia esplodere il Burgtheater / che faccia tremare l’intera città di Vienna / lei lo sa cosa voglio dire / lei lo sa cosa mi sono sempre aspettato da lei /il colpo grosso che sconvolga il mondo / la commedia capace di togliere il mondo dai suoi cardini / la commedia immane lei lo sa Bernhard / scriva qualcosa che / metta in ombra tutto il resto / butti giù per iscritto semplicemente una buona volta / l’intera letteratura universale / scriva semplicemente una buona volta in modo assoluto / prenda il coraggio a due mani Bernhard e con il suo scritto diventi l’incubo assillante del mondo / scriva un autentico martellio universale Bernhard”. Tutto mentre si parla di pantaloni comprati, ma anche di brodo di manzo e canederli. 

 

Sarà Heldenplatz/Piazza degli eroi quell’esplosione, la rivelazione, la materializzazione dell’assenza presente, incombente, l’assedio dei nazionalisti, un anno prima dell’esplosione dell’Impero Sovietico e dei conflitti tra nazioni susseguenti, poco prima della costituzione della Lega Nord di Bossi. Conclude così la sua introduzione a Teatro VI Alice Gardoncini:

 

Ma a proposito di assenze, vale forse la pena ricordare che dopo il sipario di quella scandalosa prima di Piazza degli Eroi, che il governo aveva cercato di evitare, e che aveva suscitato manifestazioni violente con tanto di carichi di letame depositati davanti al teatro, Thomas Bernhard in persona, pur rifiutandosi da sempre di comparire sul palco delle proprie rappresentazioni, fa il suo ingresso in scena, a fianco di Peymann, solleva le mani in alto insieme agli attori e guarda alla platea con il sorriso timido e un po’ commosso di un bambino che ce l’ha fatta.

 

Thomas Bernhard ringrazia alla fine della prima di Heldenplatz.


A questo punto sarebbe da tracciare una mappa delle corrispondenze e degli echi tematici tra questo volume del teatro e i romanzi dell’autore, specie gli ultimi. Ma andremmo troppo oltre. Rimandiamo ad alcuni altri articoli su Thomas Bernhard apparsi in questi anni su “doppiozero”:

 

Massimo Marino, Thomas Berhnard. Una diffamazione

Luigi Grazioli, Thomas Bernhard. Goethe muore

Luigi Grazioli, Thomas Bernhard. Camminare

Stefano Valenti, Ogni cosa è ridicola se paragonata alla morte

Massimo Marino, Thomas Bernhard. Il suicidio del pensiero (Piazza degli Eroi)

Massimo Marino, Thomas Bernhard. Tre novelle sui precipizi

Massimo Marino, Roberto Andò / Thomas Bernhard. Piazza degli Eroi

Thomas Bernhard, Thomas Bernhard. Una conversazione notturna

Massimo Marino, Ritorna “Ungenach” / Il Sessantotto di Thomas Bernhard

 

Thomas Bernhard, Teatro VI, a cura di Alice Gardoncini, Ubulibri-Einaudi, pp. 394, euro 23.

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