Tiziano, Apollo scortica Marsia

Una delle opere più potenti e sconvolgenti di Tiziano si trova in un posto un po’ fuori dalle rotte turistiche tradizionali, nel castello del Museo Arcivescovile di Kroměříž, nel sud-est della Repubblica Ceca, vicino al confine con la Slovacchia e non distante da quello con l’Austria. Si tratta della Punizione di Marsia, una delle opere di soggetto mitologico dipinte dal grande artista in tarda età, tra il 1570, quando aveva 80’anni, e il 1576, anno della morte, quando è stata ritrovata, incompleta, nel suo atelier, tanto che hanno dovuto intervenire degli aiutanti per concluderla (in particolare, sembra, Palma il giovane per la figura del suonatore).

 

 

È un quadro che ho sempre amato, ma su cui non mi ero mai soffermato, finché l’ho visto pubblicato capovolto, immagino per errore. In questa versione Marsia è rimesso dritto, anche se resta legato con i piedi, in basso, all’albero, ma come se poggiasse, o fosse incatenato, a un suolo boschivo, ricoperto di vegetazione, cespugli o rami caduti, mentre ad essere a testa in giù è Apollo, che però non rinuncia, nemmeno in questa scomoda posizione, a scuoiare, si direbbe con metodica e soddisfatta pazienza, il suo presuntuoso sfidante, sconfitto, aiutato da Scita. Raddrizzato in questo modo, però, Marsia riacquista nobiltà. La sua boria derivava dalla provata maestria nella sua arte che, perseguita forse più per la (vana)gloria che per il guadagno, gli ha portato solo dolore. Nel quadro è ancora vivo, come ogni martire o delinquente nel racconto di uno scorticamento degno di questo nome: l’operazione va fatta con perizia e una certa delicatezza, se si vuole che il suppliziato soffra a lungo, senza morire, e Apollo lo sta facendo con tutta la serenità olimpica che il suo pedigree gli conferisce. Si curva sul poveraccio e lavora di fino, con vicino un satiro che ha pronto un secchio d’acqua, non si sa se per inumidire le zone incise e pulirle dal sangue che cola a terra lappato da un cagnolino, o per altro soccorso. La sua espressione è indecifrabile, come si conviene a volti ferini, ai quali al massimo si può attribuire stolidità o, nel caso dei satiri, incontrollata, furiosa libidine. 

 

 

Il segno di questa tirannia istintuale, che nel disegno di Giulio Romano a cui Tiziano si è ispirato era in bella evidenza, è qui nascosto dalla figura pensierosa di re Mida, che ha i tratti di Tiziano vecchio come era quando stava dipingendo il quadro, e, in Marsia, dal modo in cui le gambe (o zampe, per la precisione), sono legate ai rami e dalla prospettiva scelta apposta per coprire le vergogne (o l’orgoglio: un altro dopo quello dell’hybris della sfida al dio, se non lo stesso declinato in un altro modo).

 

 

Senza la protezione della pelle, ogni millimetro della superficie del corpo è sensibile a tutto ciò che la avvolge, e questa sensibilità è dolorosa. Il minimo contatto con il mondo è dolore intollerabile.

Se capovolgiamo i rapporti temporali e di causa-effetto come è capovolta l’immagine, la sensibilità e il dolore sono la conseguenza dell’arte, maggiori quanto maggiore è stata la tensione verso la maestria, il costo di un’ambizione verso una perfezione tale da volersi eguagliare a quella divina, e non la sua premessa, come sostengono in molti secondo una vulgata tutto sommato recente: che l’opera cioè può nascere solo da dolore e privazioni, come se ogni sensazione e condizione positiva fossero di impedimento alla creazione, foriere solo, da questo punto di vista, di stolida impotenza o, peggio, di banale superficialità.

 

Il peccato di Marsia è la superbia, ed è per questo che è stato letto come un’immagine del peccato originale dal cristianesimo. Una delle ragioni del suo fascino, anche presso coloro che non ci credono e non sono obnubilati da altre ortodossie, è questa. Per me, obnubilato da un sacco di ubbie ma non da ortodossie, lo è. Come Adamo, anche lui ha voluto essere dio, e non un suo strumento: uno strumento che questi fa risuonare tanto meglio quanto più si arrende docile al suo volere, rinunciando a se stesso, alla resistenza che l’individualità sempre oppone a ciò che viene dall’esterno, o dal profondo (dall’insondabile insomma), invece di accoglierlo e di esserne, letteralmente e entusiasticamente, come indica l’etimo stesso di entusiasmo, posseduto. Invasato. Dionisiacamente squassato.

 

Non a caso Atena aveva gettato il flauto che da poco aveva inventato vedendo le proprie guance gonfie e perciò sgraziate specchiate nell’acqua, come Narciso, mentre suonava. Cosa che per un satiro, figura dionisiaca già di per sé, non fa alcuna differenza. Brutto per brutto… Invece per Apollo e i suoi seguaci, come il damerino alla sua sinistra che alcuni interpretano come Orfeo, suonare la cetra non comporta brutture e non mette a tacere la voce, che anzi può ricavare beneficio dalla sua dolce melodia. Controllo, e che diamine! Per Apollo suonare è una performance. Per il satiro qualcosa di più, ci porta dentro il corpo, lui, lascia che gli istinti si scatenino nel baccanale. Suonare e insieme godere: non sia mai! Che sia punito allora! La felicità dell’opera è degli altri, a chi la cerca viene solo dolore, prima durante e dopo si direbbe. A chi è triste si aggiunge solo altra tristezza, a chi è sereno ulteriore serenità, al gioioso più alta gioia.

 

 

Si può però vedere la cosa altrimenti, in questo quadro terroso, insanguinato, in cui si fronteggiano non solo due contendenti, non solo due condizioni: la divina e l’umana, ma anche due posture e due direzioni.

Invece di biasimare, cosa oggi alquanto facile, il dio, potremmo attribuirgli, come un dio in fondo merita se tale l’uomo lo ha fatto, una veggenza superiore: in questo senso allora non scuoierebbe Marsia per punirlo, ma per farlo suonare ancora meglio, perché a suonare non sia solo lo strumento ma davvero tutto il corpo, tutta la sua sensibilità esposta, affiorata in superficie, tradotta verso l’esterno. Perché se non suona tutto il corpo, nemmeno lo strumento suona bene. Ma per suonare bene il corpo deve fondersi con lo strumento, e non usarlo (come ha capito Glenn Gould). Deve soffrire fino a dimenticarsi di sé. Fino a dimenticarsi del sé. Apollo allora non starebbe infliggendo una punizione, ma elargendo una lezione, che come ogni vera lezione non va senza sofferenza.

 

Anche se il dio, che è tutto meno che un compassionevole moralista, un po’ sta esagerando. Speriamo si fermi prima. Ma non si ferma. Marsia muore, anche se il suo sangue e le lacrime degli astanti e degli amici satiri che lo piangono vanno poi a formare il fiume che porta il suo nome, perché sangue e lacrime vanno riscattate, producono sempre qualcosa, si vuole pensare, e non si perdono a terra per nulla, sterili e immedicate. 

Ma il quadro rovesciato mostra anche un’altra cosa. Marsia non sta solo soffrendo, a ben guardare la sua figura capovolta vediamo la parte nascosta del dolore, che la visione diritta impediva non solo di vedere, ma anche di pensare: capovolto, Marsia sembra danzare. Il rovescio del dolore, non esterno, ma insito nel dolore stesso, è la danza. La gioia. Una diversa gioia forse, ma pur sempre una gioia. La danza. Il corpo glorioso. Come quello che si dice ottengano in premio delle loro sofferenze, tutti i martiri.

Alla fine potremo anche riportare diritto il quadro, ma non sarà più, per me, solo la giusta direzione ripristinata, ma anche il rovescio del rovescio, il capovolgimento del capovolgimento e l’invito a leggere anche dagli altri due lati, da destra e da sinistra, e non solo secondo lo sguardo centrato. Secondo sguardi scentrati dunque. Che lascio, per stavolta, a chi legge.

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