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X-Files e la popolarizzazione della paranoia

20 anni fa, il 19 maggio 2002, si concludeva la serie per eccellenza degli anni ‘90: X-Files.

O almeno si concludeva prima del maldestro revival tentato con scarso successo tra 2016 e 2018: quando era probabilmente fuori tempo massimo, perché la realtà si era incaricata di incarnare e poi superare quella sua particolare forma, messa in scena dal popolarissimo show. Come tutte le serie di successo, capaci di dar forma a un pezzo dell’immaginario collettivo, ebbe molti eredi. Ma soprattutto un’eredità: canonizzare e normalizzare il complottismo, facendolo in qualche modo diventare mainstream. 

 

A un livello superficiale possiamo dire che X-Files ebbe successo in primis per la forza della propria formula, semplice ma assai efficace; e che in sé e per sé altro non è che una riedizione del classicissimo format investigativo, qui però applicato al campo del paranormale e della fantascienza. 

Ma uno status iconico si conquista solo se si sanno incarnare, intuendole anzitempo, pulsioni sotterranee. Temi che anni dopo diventeranno dominanti nella cultura di massa. X-Files lo fece su diversi fronti, dando voce a tensioni e aspirazioni popolari: la sfiducia nel governo e nelle istituzioni; l’aumento di interesse verso cospirazioni e dietrologie; la sempreverde fascinazione per il paranormale, il misterioso, l'inspiegabile; la convinzione che esista una verità profonda, assoluta, che possa essere scoperta squarciando il velo di inganni che avvolge la nostra esperienza del mondo; infine, l’esigenza di un nuovo ruolo per la donna, che ambiva a diventare pienamente protagonista della nuova stagione televisiva, e a farlo con caratteristiche nuove.

 

David Duchovny e Gillian Anderson.


Ma partiamo dai fondamentali. Creata dall’americano Chris Carter, X-Files è stata trasmessa dalla Fox dal 10 settembre 1993 al 19 maggio 2002, e successivamente riportata in vita dal 24 gennaio 2016 al 21 marzo 2018. Lo show ammonta alla bellezza di 218 episodi distribuiti in 11 stagioni, contando anche le due più brevi nuove stagioni – o per meglio dire le due stagioni postume. Due film sono stati prodotti per espandere mediaticamente il suo universo narrativo: X-Files, uscito nel 1998, tra la quinta e la sesta stagione dello show; e X-Files Voglio crederci, nel 2008. 

 

La serie vede protagonisti due agenti dell'FBI: Fox Mulder e Dana Scully, interpretati da David Duchovny e Gillian Anderson. Non sono normali agenti federali: i casi di cui si occupano hanno una natura a dir poco eccentrica. Sono casi apparentemente inspiegabili, velatamente o apertamente paranormali, che sembrano uscire da un catalogo del cinema e del folklore dell'orrore e della fantascienza: mostri, creature leggendarie, mutazioni genetiche, percezioni extrasensoriali, psicocinesi, intelligenza artificiale. E poi, cosa che assumerà un peso crescente nel tempo: UFO, alieni, teorie del complotto. Sono i casi che nessun altro vuole, e che nel grande quartier generale dell’FBI sono stati relegati a un tetro seminterrato. Qui l’agente Mulder, brillantissimo ma inviso a tutti per il suo spirito donchisciottesco e la sua ossessione per il paranormale, marcisce per la verità senza darsene troppo pensiero, assieme agli scatoloni dei suoi casi misteriosi. L’agente Scully ne è l’opposto speculare: medico di formazione, si considera una donna di scienza, sempre alla ricerca di una spiegazione razionale. Gli viene affiancata dai vertici del Bureau all’inizio per spiarlo e controllarlo; poi, piano piano, diventa partner vera e affidabile delle sue investigazioni. 

 

Qui vi è subito da sottolineare un elemento interessante: la scelta di dar vita a una figura di investigatrice donna, forte e risoluta, che all’interno della coppia di agenti incarna le caratteristiche scientifiche e persino razionali. È l’inversione, assai azzeccata, di una dinamica classica, che ha caratteristiche assolute ma anche di genere. Da un lato in una coppia di investigatori (Holmes e Watson, Poirot e Hastings) il coprotagonista è solitamente meno razionale, e meno intelligente o brillante, del protagonista. Dall’altro, è una rottura non banale con la tradizione televisiva d’epoca quella di fare appunto della figura femminile la voce scettica, logica, scientifica, “fredda”, e di quella maschile invece il vero credente, a tratti persino credulone, “caldo”, appassionato, a volte finanche irrazionale. 

Chris Carter racconta così la dinamica di fondo: «Mulder e Scully sono usciti dritti dalla mia testa. Una dicotomia. Sono parti eguali del mio desiderio di credere in qualcosa e della mia incapacità di credere in qualcosa. Il mio scetticismo e la mia fede. E la scrittura dei personaggi mi è stata molto facile. Io voglio, come molte persone, vivere l'esperienza di un fenomeno paranormale. Allo stesso tempo non voglio accettarlo, ma investigarlo. Penso che quei personaggi e quelle voci siano nati da questo dualismo.»

 

Chris Carter, ideatore della serie.


Il successo della serie fu immediato, ed enorme. Per il pubblico, ma anche per la critica. Al di là dei premi, ci interessa di più sottolineare come X-Files divenne rapidamente un fenomeno di massa. Alimentando un vero culto e un formidabile merchandising, resistito per l’intero decennio dei ‘90 e fino all’inizio del nuovo millennio, pur con qualche appannamento nelle stagioni finali (parlo di quelle storiche). Eppure, in sé, a ripensarlo oggi lo show non poggia la sua forza su particolari innovazioni formali o persino narrative. 

Di fatto, la serie di Carter prende la classica dinamica investigativa (seppur corretta nella composizione della coppia di detective) e la applica alla fantascienza. Portando, per così dire, il poliziesco nei terreni del paranormale. Prendendo il genere più popolare di sempre nell’era dei mass media, ossia il giallo, e incrociandolo con una serie classica della narrativa fantastica come Twilight Zone

 

Da un punto di vista narrativo e in un certo senso di “atmosfera” il debito con Twin Peaks è evidentissimo: la leggendaria e seminale serie di David Lynch e Mark Frost, di cui abbiamo parlato qui in occasione dei 30 anni riepilogandone l’importanza storica, si era sviluppata per due brucianti stagioni tra il 1990 e il 1991. Avendo anche lì come protagonista un eccentrico agente dell’FBI, Dale Cooper, che portava nell’indagine su un omicidio di provincia un armamentario di sensibilità altre, intrecciando l’approccio poliziesco razionale a un originale metodo di investigazione tibetana che attingeva anche dai sogni. Fra l’altro il protagonista di X-Files, David Duchovny, era apparso proprio nella seconda stagione di Twin Peaks, nel 1991 (e sarebbe poi tornato nella terza stagione, nel 2017) come un agente della DEA en travesti: l’agente Denise. Di nuovo un agente governativo, di nuovo fuori dagli schemi.

Ma le somiglianze finiscono in un certo senso in partenza. X-Files, nella storia della televisione, occupa una sorta di posto mediano, da ponte abbozzato, tra le intuizioni sulle potenzialità del medium televisivo di Twin Peaks (1990) e la piena maturità dei Soprano (1999). Senza la profondità di nessuna delle due. E soprattutto riconducendo le innovazioni radicali della creatura di Lynch al più rassicurante e ordinario perimetro della serialità d’epoca. A partire proprio dagli aspetti strutturali.  

 

Se infatti Twin Peaks aveva affermato con forza innovativa la necessità di far evolvere il modello episodico tipico della tv d’epoca verso forme di narrazione più complesse, con un arco narrativo lungo, orizzontale – un percorso che I Soprano porteranno appunto alla definitiva maturazione alla fine del decennio – X-Files fa un mezzo passo indietro e si assesta su un terreno più tradizionale. Ibrido. In cui il racconto vede incrociarsi la verticalità tipica della narrazione episodica e l'orizzontalità di trame che riaffiorano nel corso della stagione o delle stagioni, con la netta prevalenza della prima. Molti degli episodi sono narrativamente autoconclusivi, presentando la formula del "mostro della settimana": un evento eccezionale che porta i nostri agenti a indagare in qualche più o meno remota località degli States. I due arrivano, interrogano, cercano indizi, discutono tra di loro sulla possibile spiegazione del caso (con l’usuale conflitto tra spiegazione scientifica e spiegazione “paranormale”). Altri episodi presentano invece, in modo più o meno centrale, temi ricorrenti, personaggi e sviluppi narrativi larghi, che caratterizzano una stagione o addirittura l’intera seria: è ciò che chiamiamo la "mitologia" di una serie, e che in questo show per la prima volta assume tratti così robusti. 

 

 

Quello che ricordiamo di X-Files, infatti, non sono le decine e decine di episodi imperniati su mostri mutanti, eventi inspiegabili, fenomeni misteriosi. Un collage piuttosto pasticciato e di altalenante fortuna, più dalle parti dell’intrattenimento che del vero e proprio racconto seriale per come lo intendiamo oggi. Ma ci ricordiamo “l’uomo che fuma”. Ci ricordiamo gli alieni, e l’ossessiva crociata di Mulder per arrivare a dimostrare che il Governo sa dell’esistenza di extra-terrestri e ne ha nascosto le prove. Ci ricordiamo magari la origin story del nostro eroe, con la sorellina rapita da un UFO, e poi negli anni da agente sempre inseguita, sempre rimpianta. Ci ricordiamo gli esperimenti sui virus creati in laboratorio e testati qua e là. Ci ricordiamo più di ogni altra cosa la grande idea portante del complotto per occultare la verità ai cittadini e tenerli tranquilli, come bimbi immaturi che non potrebbero reggere la realtà se non fosse mediata dall’abile e segreta azione di una serie di burocrati governativi – o, come appare a più riprese, da una sorta di organizzazione ombra di vertice che di fatto tiene in mano la Storia e decide cosa deve credere, e cosa sapere, il mondo intero. 

X-Files è infatti la prima grande storia popolare a puntare massicciamente su elementi che poi diventeranno incredibilmente importanti, fino ai nostri giorni: la sfiducia nelle istituzioni, la fascinazione per i complotti, la paranoia come risposta alla complessità del mondo.

 

Tutta la serie è in qualche modo racchiusa tra due citazioni che hanno uno statuto quasi programmatico e che sintetizzano l’approccio epistemologico e gnoseologico di Mulder: “I Want to Believe”, e “The Truth is Out There”. Voglio crederci; la verità è là fuori. La prima è la frase scritta sul poster con la foto sgranata di un UFO che adorna il tetro scantinato dell’FBI in cui sono custoditi gli X-Files, regno di Mulder, e in cui facciamo la conoscenza dei due protagonisti nel primo episodio. La frase-manifesto “I Want to Believe”, a sottolinearne l’importanza, tornerà anche come titolo del secondo film stand alone ispirato alla serie, quello del 2008. 

La seconda frase, “The Truth is Out There”, è la tagline dello show, che appare su locandine e altri materiali promozionali. È anche la frase più celebre, quella che verrebbe in mente a chiunque abbia visto o anche solo orecchiato la serie negli anni del suo grande successo mondiale. Per sentirla pronunciata da Mulder, però, bisogna aspettare l’ultima puntata della nona stagione, cioè il gran finale della serie storica (prima del revival del 2016), appunto nel maggio di 20 anni fa. Ma ha finito per definire, nell’immaginario collettivo, l’intero show. E a ragione.  

 

Perché tutta X-Files vive attorno a questa idea di una verità insabbiata. Una Verità con la V maiuscola, e una Cospirazione altrettanto metafisica: qualcosa di così possente e radicale da sfociare in una dimensione quasi religiosa, di stampo neo-gnostico, non troppo lontano dalle inquietudini di Philip K. Dick e del suo Valis, o della sua Esegesi. La verità esiste, è assoluta, è conoscibile: ma ci è stata nascosta da poteri perversi e da chi vuole mantenere il proprio giogo su di noi. Di fronte a questo, un uomo di buona volontà può e deve perseguirla, può e deve scoprirla, può e deve rivelarla. A qualunque costo. 

Mulder ne parlerà ossessivamente per 9 stagioni che corrispondono a 9 anni del tempo narrativo, e finanche nel discorso riassuntivo e di commiato che farà nella doppia puntata finale della serie storica, intitolata non a caso “The Truth”, appunto la verità: “Se ho una colpa è di aver continuato a credere che la verità resista e che nessuna menzogna possa vivere per sempre. Per quanto proviate a seppellirla, la verità è là fuori. La verità vuole essere conosciuta. E la conoscerete. Busserà alla vostra porta, come ha bussato alla mia”. 

 

Millennium, 1996-1999.

 

Un’idea ontologica forte della verità, anni luce lontana da quell’influenza relativistica e “postmoderna” che poi avremmo rintracciato in tanti show investigativi del nostro tempo, da True Detective in giù. Ma che possiamo piuttosto ritrovare in numerosi racconti che da lì in avanti segneranno l’immaginario, in campi e modi diversi. 

Un primo caso nasce per così dire in famiglia. In onda per tre sole stagioni dal 1996 al 1999, la serie TV Millennium è una sorta di sorella minore e un po’ perversa di X-Files: stesso padre, stesso universo narrativo di riferimento, persino stesso compositore musicale. Ma con un tono estremamente più dark, violento, millenaristico. Con un investigatore ex FBI dal cuore tormentato (il Frank Black di Lance Henriksen) che indaga un Male che qui è divenuto reale, concreto, Male ontologico: sullo sfondo ci sono gli immancabili complotti, le cospirazioni paragovernative e, qui, niente meno che la fine del mondo.

 

A cavallo tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000 il cinema vede invece la trionfale apparizione di Matrix, con la sua trilogia originale (anche questa ha conosciuto un recente sequel tardo – tardo un po’ in tutti i sensi). Matrix rappresenta l’incarnazione fantascientifica piena, tra cyberpunk e di nuovo un solido sfondo dickiano, della dimensione neo-gnostica paranoica e complottistica già delineata da X-Files. Certo, qui è proprio la realtà ad essere una simulazione costruita per tenere gli uomini in cattività; e al posto di alieni e governanti il complotto è ordito dall’Intelligenza Artificiale. Ma anche in Matrix la Verità, con la V maiuscola, esiste; anche qui va scoperta e abbracciata come primo necessario passo di emancipazione e libertà. 

 

Senza alcun elemento fantascientifico, e rilanciando la logica narrativa dell’agente governativo che lotta per il Bene contro il Male, sarà in realtà un’altra serie a ereditare il mantello di X-Files, non a caso sulla stessa popolare rete, Fox: quella serie è 24. La prima puntata di 24 va in onda il 6 novembre 2001, e la serie diventa subito iconica. Eravamo subito dopo l’11 settembre, meno di due mesi dopo l’attentato: lo show – che aveva al centro un’unità americana dell’anti-terrorismo e il suo migliore agente, Jack Bauer (interpretato da Kiefer Sutherland) – seppe sintonizzarsi con gli USA delle Torri Gemelle abbattute. Tra paranoia, complotti, doppi giochi, nemici spietati. E un’idea della politica e del governo come luogo della corruzione, delle macchinazioni, delle ombre. Contro le quali solo la disponibilità a usare ogni mezzo (letteralmente: tortura compresa) di un uomo onesto e determinato, quasi un crociato, l’agente Bauer, può salvare il mondo. 24 accompagna, significativamente, i due mandati della presidenza di George W. Bush: quelli della seconda spedizione contro l’Iraq e dell’avventura afghana, del Patriot Act, di Guantanamo. 

 

Kiefer Sutherland in “24”, 2001-2014.


Ma in un certo senso, e lascio questo pensiero a conclusione della riflessione, l’eredità maggiore di X-Files non è televisiva, mediatica, neppure culturale. È politica. E sociale. 

Pensiamo agli elementi distintivi dello show, quelli per i quali ancora oggi lo ricordiamo. Sembra un catalogo delle più popolari e cupe ossessioni del mondo cospirazionista contemporaneo, da QAnon ai tanti complottismi che inquinano il dibattito pubblico. Vediamoli. Un governo opaco e corrotto. Autorità che puntano a ridurre gli spazi di libertà individuale e collettiva. Poteri forti che tramano nell’ombra. Agenzie segrete che occultano la verità. Un pervasivo apparato militare industriale. Armi biologiche. Manipolazioni genetiche. La possibilità molto concreta del paranormale come realtà. Ovviamente, gli alieni, la cui esistenza fin dal celebre “incidente” di Roswell è stata tenuta segreta. E su tutto, o dietro tutto: il controllo sapiente e capillare dell’informazione ad opera di un’élite inaccessibile e onnipotente. 

 

Già nel 1998 il celebre divulgatore e polemista Richard Dawkins formulava una dura critica della serie: “X-Files fornisce sistematicamente una visione anti-razionale del mondo che, in virtù della sua persistenza ricorrente, è insidiosa”. Dawkins, autore de Il gene egoista (1976) e da allora di una quantità notevole di saggi, pamphlet, interventi, muove da una visione radicalmente riduzionista e scientista. Ed è abbastanza consapevole dei meccanismi mediatici da rendersi conto del potere di uno show televisivo di successo, popolare come lo era stato X-Files. Improvvisamente, tutto un mondo di sospetti, di folklore, di fantasie cospirazioniste impastate di frustrazione, risentimento, credulità trovava non tanto una nobilitazione (in fondo parliamo pur sempre di tv commerciale!) ma, anno dopo anno, una sua normalizzazione. 

 

Il crollo verticale della fiducia nelle istituzioni, nel governo, nella politica (di cui abbiamo parlato qui a proposito della rappresentazione cine televisiva del potere e in particolare del potere presidenziale americano) trova riscontro nelle corroboranti forme del racconto televisivo, dell’indagine “razionale” su un mondo intriso di misteri, avvolto da nebbie naturali e artificiali. 

La diffidenza anti-sistema, la paranoia elevata a stile di vita, la ragionevolezza delle teorie del complotto vengono popolarmente sdoganate. Grazie anche alla brillante fantasia di sceneggiatori che, tra le decine e decine di storie e di puntate, azzeccano temi che assumeranno valore quasi profetico: l’avidità delle case farmaceutiche, il cinismo delle agenzie governative, il potere devastante dei virus… 

 

La riprova, in un certo senso, è nel fallimento del revival più recente dello show. Quando X-Files ha provato a tornare, con le due nuove stagioni tra il 2016 e il 2018, è stato un flop. Di cui poco si è parlato, e a ragione. Nonostante l’attuale forza sociale del sentimento della nostalgia. Nonostante i cospicui investimenti promozionali. Ma è come se la realtà avesse ormai superato – decisamente – quella particolare forma della propria rappresentazione fantastica e critica. Nel 2016 Trump, abilissimo manipolatore delle cospirazioni e della paranoia anti-sistema, vince le elezioni e diventa Presidente degli Stati Uniti: capite bene che la vecchia X-Files, con i suoi innocui alieni e i suoi coraggiosi investigatori, era ormai fuori tempo massimo

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