Il tuo due per mille a doppiozero

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L’operaio e la macchina

Io entro in una fabbrica a capo scoperto come si entra in una basilica, e guardo i movimenti degli uomini e dei congegni come si guarda un rito.   Uno strano rito partoriale, qualcosa come la moltiplicazione dei pesci, il maturarsi delle uova sotto la chioccia di un canestro, l’esplosione di un albero di mele, la manipolazione dei pani in una vecchia madia. Sotto questi capannoni, uomini e macchine si affannano intorno a un lavoro che ha sempre del miracolo: una Metamorfosi!   Si parte dalla confusione e si arriva all’ordine. Si parte dal bruco e si arriva alla farfalla. Si elabora la materia, si mastica, si stira, si insaliva, si arma, si conforma, si cuoce, e si crea un oggetto. Questo processo, nell’armeria della natura, avrebbe un solo grosso difetto intrinseco. La prolificità. La macchina è troppo prolifica, almeno rispetto alla donna, alla giumenta, alla coniglia. Certo è più prolifica dei ragni e degli uccelli. È più prolifica dei fiori. La macchina ha una riserva incalcolabile di semi. Ti caccia fuori una sfera o un pneumatico in pochi secondi o in pochi minuti. Può spremere ininterrottamente...

The artist worker

The worker è la breve intensa esperienza di vita di un uomo che nasce a Torre del Greco, un paese in provincia di Napoli alle falde del Vesuvio e vive e lavora a Milano da 7 anni durante il periodo di recessione e crisi del Belpaese. The artist e the worker sono la stessa persona.       L'operaio è un uomo comune di 33 anni, con un nome d'artista e un cognome da operaio. Personalità carismatica, cinica, tenace, intelligente e orgogliosa che lavora per sopravvivere, e non sopravvivere per suicidarsi. Un uomo complesso allo stesso tempo semplice e alla mano; che per inseguire le sue ambizioni e i propri sogni prende di petto le occasioni che la vita gli offre... si rimbocca le maniche, come pochi sanno fare.   In un paese repubblicano e democratico come l'Italia, in un'epoca hi-tech e futuristica, non esiste ancora l'abolizione delle classi sociali tra ricchi e poveri grazie alla classe politica dirigente ormai vecchissima, malata e corrotta. Ecco come the worker decide di passare all'azione e non stare fermo ad aspettare, né tantomeno a leccare il fondoschiena di qualcuno che si trova per chissà...

La proprietà privata

Abbiamo preso le mosse da un fatto dell'economia politica, dall'estraniazione dell'operaio e della sua produzione. Abbiamo espresso il concetto di questo fatto: il lavoro estraniato, alienato. Abbiamo analizzato questo concetto e quindi abbiamo analizzato semplicemente un fatto dell'economia politica. Ora, proseguendo, vediamo come il concetto del lavoro estraniato, alienato, debba esprimersi e rappresentarsi nella realtà.   Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, mi sta di fronte come una potenza estranea, a chi mai appartiene? Se un'attività che è mia non appartiene a me, ed è un'attività altrui, un'attività coatta, a chi mai appartiene? Ad un essere diverso da me. Ma chi è questo essere? Son forse gli dèi? Certamente, in antico non soltanto la produzione principale, come quella dei templi, ecc. in Egitto, in India, nel Messico, appare eseguita al servizio degli dèi, ma agli dèi appartiene anche lo stesso prodotto. Soltanto che gli dèi non furono mai essi stessi i soli padroni. E neppure la natura. Quale contraddizione mai sarebbe se, quanto più col...

Lottare per l'inquadratura

Gli operai non hanno mai avuto vita facile sui media moderni. Anche se si tratta di due realtà pressoché coeve. Quello che è considerato il primissimo film della storia del cinema, per esempio, è ambientato proprio in una fabbrica. Fu proiettato nel 1895, si chiama L'uscita dalle Fabbriche Lumière (La Sortie des usines) e dura poche decine di secondi: non mostra che l'apertura dei cancelli e il defluire dei lavoratori a piedi e in bici.   In quel filmato – un evento pubblicitario grazie al quale i Lumière legarono l'invenzione al loro nome e al loro marchio – si può osservare un particolare solo in apparenza marginale: la scena fu girata durante una giornata feriale, tuttavia in quell'occasione le maestranze si vestirono al loro meglio. Probabile quindi che quelle immagini documentino più l'abbigliamento nel giorno di festa che la reale tenuta quotidiana di molti di loro.   Allo stesso modo, il mondo del lavoro battezzò la cartellonistica, come dire la tv dell'epoca. È il caso del manifesto dell'Expo milanese nel 1906, che celebrò il traforo del...

Frammento sulle macchine

Finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, storicamente e immediatamente, è accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, esso subisce solo una mutazione formale per il fatto che, ora, non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche – e nello stesso tempo – come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso.   Ma, una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine (sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso. Nella macchina, e ancor più nel macchinario come sistema...

Rivolte in Cina

Nuove notizie sulla Cina vengono a galla anche sui media italiani. In particolare, si comincia a puntare un fascio di luce sugli episodi sempre più frequenti di astensioni dal lavoro o manifestazioni di piazza contro le autorità, con relativa presenza di reparti di polizia in assetto di guerra, feriti, e magari qualche morto.  Il motivo dell'improvvisa apparizione sui media italiani di un recente scontro tra operai e tra operai e polizia è che qui si tratta di uno stabilimento Foxconn, società Taiwanese che produce in Cina molti componenti per i nostri device elettronici, telefonini, iPad, e soprattutto gli iPhone di ultima generazione: insomma sono questi operai che fabbricano la nostra modernità 2.0.   Noto però che la maggior parte dei media italiani (cito qui due esempi molto distanti tra loro: Il Corriere della Sera – con richiamo in prima pagina di martedì – o un blog meno conosciuto ma attento come China Files) titolano nello stesso modo. Rissa. Rissa in fabbrica tra 2000 operai provenienti da province diverse, intervento di 5000 poliziotti, forse un morto, molti feriti...

Taranto. Veleni e un Apecar

Per anni ci sono tornato solo d’estate. Prima di arrivare al mare, venti chilometri a sud della città, Taranto si annunciava con i chilometri di odore acre dell’Ilva e con gli sbuffi di fumi di diversi colori che emanavano dalle ciminiere non del tutto occultate dagli alberi che cercano, pateticamente, di non far percepire il più grande stabilimento siderurgico d’Europa.   Da adolescente, quando studiavo in un liceo della città, ci portarono a visitare l’altoforno e i laminatoi (allora la fabbrica si chiamava ancora Italsider e era un’industria di stato). Mi sembrò di precipitare nell’Inferno di Dante, con la lava incandescente delle colate, le scintille, il caldo, il frastuono. L’unico pensiero che ricordo: come si può sopravvivere tutti i giorni, per anni, a fare un lavoro del genere?     L’anno scorso una delle delizie dell’estate tarantina ci fu negata. Le cozze, quelle prodotte nel primo seno di quel mare interno salmastro che si chiama Mar Piccolo, furono dichiarate contaminate da diossina e ne fu vietata la vendita. Già, ma chi si azzardava a...

Marcello Maloberti. Blitz

3,2,1, via, si parte. Ventisette persone, uomini e donne, si preparano ad entrare in scena. A passo svelto si posizionano ciascuna di fronte al proprio animale: una pantera nera di ceramica riprodotta in scala uno a uno, che rifulge sotto la luce al neon della stanza.     La tensione si fa spessa, gli uomini stanno immobili, imperscrutabili, lo sguardo è fisso di fronte a loro. Pochi secondi e le ginocchia si piegano, le braccia tendono verso l’animale, si aprono per raccoglierlo e sollevarlo in alto sopra le proprie teste. Un lasso di tempo piccolissimo, tra questa azione e la seguente con cui, all’unisono, le bestie vengono scaraventate a terra, tutte assieme a formare un boato, un urlo che si dipana in eco, raggiungendo le orecchie più lontane del pubblico tramortito. Maloberti dirige l’azione. Come un direttore d’orchestra, muove la mano ad accompagnare la sequenza. Bastano pochi secondi, per trasformare la sala Eneldel MACRO di Roma, in una cacofonia di suoni e azioni. Le pantere ridotte in frantumi vengono saccheggiate, ognuno cerca un pezzo da infilare nella borsetta, nelle sacche dei pantaloni; è la reazione...

Primo Maggio | La classe operaia è andata in pensione

Alfonso abitava al sesto piano della torre a stella dove vivevo anch’io da ragazzo, a Quarto Oggiaro. Era un operaio dell’Alfa Romeo; si divertiva a raccontarmi di quando era partito da Napoli neppure ventenne e appena sceso alla stazione Centrale di Milano guardandosi attorno si disse, convinto: “questa è la mia città”. Trovò quasi subito lavoro in fabbrica. Il suo caporeparto gli parlava in dialetto milanese e si incazzava se Alfonso (Rossi, un cognome che pare già un luogo comune) faticava a comprenderlo. Per par condicio lui replicava in napoletano, finché, nel tempo, trovarono nell’italiano la lingua franca per comunicare e lavorare al meglio, tutti assieme. All’inizio non conosceva nessuno, ma fra colleghi di reparto, sezioni di partito, riunioni sindacali, nel volgere di poco tempo si sentì già completamente integrato. Qualche mese dopo la sua partenza, la madre dal paese, piangendo di nostalgia al telefono, gli implorò di ritornare a casa. “No - fu la sua risposta - non torno. Qui mi chiamano ‘signor Rossi’, mi danno del lei e rispettano il mio lavoro”. Era...