Alfabeto Pasolini

Categorie

Elenco articoli con tag:

profughi

(26 risultati)

Sei / Diario russo. Il virus Z

I simboli fanno parte della nostra comunicazione da sempre, è quasi un’ovvietà ripeterlo, e nell’epoca della comunicazione social, del marketing e del rumore mediatico ancor di più. E forse è proprio per questo che ci interrogano sulla loro pervasività, sulle loro origini, spesso trattandosi di emblemi nati per caso. È successo così anche alla Z, lettera finale dell’alfabeto latino, utilizzata sugli automezzi militari russi per indicare la provenienza dal distretto militare occidentale (zapadnyj in russo), e che ha allarmato i media europei e statunitensi ancor prima dell’inizio della guerra, con domande sul reale significato del simbolo. La propaganda russa ha colto le potenzialità, in un gioco di specchi riflessi, di dare un emblema riconoscibile all’aggressione, e Russia Today ha iniziato a usare la Z per magliette e altri prodotti, in una macabra logica di marketing. E ora la Z è dovunque, viene utilizzata dal principe della menzogna televisiva, Vladimir Soloviov, viene imposta sulle facciate di alcune università nonostante le proteste degli studenti, addirittura appare in alcuni documenti ufficiali: l’amministrazione della regione di Kemerovo, dove si trova uno dei principali...

Parole e immagini (4) / Qui Odessa. La fabbrica della vita

28 aprile 2022   Sono andata in una delle cliniche di ostetricia più antiche della città, nella via Portofrankovskaja, e ho chiesto di poter fotografare le nascite. Maksim Golubenko, che in trent’anni deve aver fatto nascere qualcosa come diecimila bambini, mi ha ascoltato e ha detto di sì. Col consenso delle interessate avrei potuto fotografare i parti, i neonati e il personale medico. Come tutte le madri, avevo sempre visto il parto solo dal di dentro, ossia dal punto di vista del mio parto. Ho scoperto che tutti i bambini nascono assolutamente diversi. Con personalità diverse, sin dal primo istante. È un mistero a cui non riesco ad abituarmi. Vengono alla luce due gemelli, uno grida, e l’altro emette dei suoni riflessivi e si gratta la punta del naso, sembra totalmente consapevole di quello che sta facendo.    Roddom nomer 2, Casa delle nascite numero 2, in via Portofrankovskaja (che magnifico nome italiano per questa via, suona così italiano in russo, e quel franco che evoca libertà d’azione, spazio cuscinetto in cui provare ad alzare il capo e schiudere gli occhi su un mondo nuovo, quante connessioni di senso). È qui che passa la linea del fronte più avanzata...

Tra realtà e finzione / Zelensky, servitore del popolo?

In queste settimane sta andando in onda, in una modalità sperimentale e inedita, una nuova serie di fantascienza bellica. Non ha titolo (ma potrebbe benissimo essere “Orrore alle porte dell’Europa”) ed è trasmessa in chiaro sulle reti televisive di tutto il mondo. In uno scenario distopico dominato dal conflitto tra blocco occidentale e blocco orientale e dalle reciproche minacce di attacco nucleare, la Federazione Russa invade l’Ucraina, ex repubblica dell’URSS, bombardando le principali città del paese e martoriando la popolazione. Puntata dopo puntata lo spettatore assiste a terribili devastazioni, vengono alla luce atroci massacri perpetrati sui civili, mentre milioni di profughi si accalcano ai confini occidentali del paese in cerca di salvezza. L’anacronismo storico e il surrealismo della trama sono evidenti, ma l’immaginazione dei creatori della serie non fa sconti: la messa in scena è cruda ed estremamente realistica, le immagini delle atrocità sono cruente, la distruzione delle città e la disperazione della popolazione sono mostrate in tutta la loro drammatica violenza. La serie dovrebbe essere vietata ai minori ed è assolutamente sconsigliata a un pubblico sensibile....

Parole e immagini (3) / Qui Odessa. La città che ride

21 aprile 2022   Don’t Worry Be happy, una canzone di Bobby McFerrin nata giocando in sala di registrazione, è la versione newyorchese di Keep Calm and Carry On, lo slogan stampato dal governo britannico nel 1939 in un poster da due milioni e mezzo di copie. Sembrerebbe un motivetto da cantare sotto la doccia, non sotto le bombe, e fa venire un’espressione leggermente ebete sia a chi lo canta che a chi lo ascolta: il manifesto di una piccola felicità a priori da usare come un patetico scudo di cartone. Eppure a Odessa l’hanno usata sotto un cielo che promette morte. In un video che gira in rete, cinque soldati di una banda militare vestiti in mimetica e col berretto di lana nero soffiano tristemente negli ottoni davanti a un muro di sacchi di sabbia che sbarrano la strada, all’incrocio fra Lanzheronovskaja e Richelievskaya. Sullo sfondo c’è il teatro dell’Opera, ci sono le bandiere gialloblu che guizzano e un cielo praticamente nero. L’effetto è bizzarro, una cacofonia dell’anima.   L’immagine mi si è appicciata sotto la retina, ora non potrò più ascoltare l’attacco della canzone senza ricordare queste immagini. La musica è un materiale instabile, assorbe tutto, e a...

Parole e immagini (1) / Qui Odessa. La statua e il cane

7 aprile 2022   Quando tutto è iniziato ho deciso di restare, non me la sono sentita di andarmene. Ho pensato che dovevo restituire qualcosa alla mia città, Odessa. Mi rendo utile come posso. Vado a casa delle persone anziane e porto medicine e cibo acquistati coi miei soldi. Non sono di quelli che entrano in un’organizzazione non profit. Siamo in tanti a fare così. Vado anche in un forno ad aiutare a cuocere il pane. Poi esco in giro per le strade e fotografo persone e facce, senza idee preordinate.   Conosco Anna Golubovskaja sin dall’infanzia, mia e sua. È la figlia di Evgenij Golubovskij, uno scrittore e giornalista sempre in prima linea quando si tratta di celebrare Odessa, i suoi intellettuali e artisti, le vicende storiche ufficiali e non: un archivio vivente della città. Si occupa di riviste, mostre, premi e almanacchi, tiene insieme l’intellighenzia e tiene i contatti con gli odessiti illustri che si sono sparpagliati in giro per il mondo. Fra loro c’è anche Evelina Schatz, mia madre, nata a Odessa. Evelina è stata fra quelli che fino all’ultimo continuavano a dire che i russi non avrebbero invaso l’Ucraina, non ne vedevano il senso. Quando è successo, è rimasta...

Una riflessione psicanalitica / L’allucinazione della guerra

Se si rileggono le riflessioni di Freud sulla guerra e la morte pubblicate nel 1915, nella drammatica congiuntura legata allo scoppio della prima guerra mondiale, non può sfuggire come il loro punto di partenza sia costituito dalla coincidenza che egli stabilisce tra lo “straniero” e il “nemico” (Cfr. S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte). Questa coincidenza non è solo storica ma ontologica; nella concezione freudiana in questa coincidenza si rivela una verità fondamentale che caratterizza la forma umana della vita: il mondo straniero – “fonte di enormi quantità di stimolazioni” – non può che essere avvertito dall’apparato psichico come un fattore di perturbazione, come una minaccia nei confronti della sua inclinazione rigidamente omeostatica. Per questo, se continuiamo a seguire Freud, “l’odio è più originario dell’amore” poiché l’odiato, l’estraneo e il nemico sono, nel loro fondo, la stessa cosa.   Questo comporta riconoscere che la tendenza primaria della pulsione non sia affatto quella che favorisce l’espansione della vita, quanto piuttosto quella di una strenua difesa della vita dal rischio insormontabile che la vita stessa comporta. In altre...

Tre / Diario russo. Da Napoli all'Estonia

Giovedì 24 marzo ho iniziato la mia traversata di metà Europa, da Napoli verso Narva, per riprendere la mia famiglia in uscita dalla Russia. Circa 3200 km al volante, altrettanti al ritorno, attraversando l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, e poi i tre paesi baltici fino all’antica fortezza ora estone, già tedesca, svedese e russa, importante centro strategico distrutto quasi totalmente nel 1944 durante l’offensiva sovietica. Si tratta di un tragitto a tappe forzate, perché devo arrivare di lunedì a destinazione, e con qualche rischio: in Europa settentrionale è tornato il freddo, e la mia cara vecchia automobile è abituata a climi più miti. Nel viaggio provo a mantenermi attivo, partecipando a iniziative e attività scientifiche, collegandomi dai posti più disparati: per una lezione in un liceo di Genova mi fermo all’area di servizio di Giove sull’A1, per un seminario del Centre d’analyse et prevention strategique e per una conferenza dell’Università della Tuscia sfrutto il wifi di un bar di un distributore Eni a un’ora di guida da Vienna, mentre faccio lezione il sabato mattina da Czestochowa, in un albergo a via Combattenti della Battaglia di Montecassino....

Coincidentia oppositorum / La guerra è roba da vecchi?

Quindici giorni fa sono stato invitato dall’Associazione lacaniana internazionale a discutere con Charles Melman, il grande vecchio della psicoanalisi francese, allievo della prima ora di Jacques Lacan, che gli aveva affidato la gestione della propria scuola designando in lui il proprio continuatore. Poi, si sa, le vicende non sempre vanno nel modo più lineare, le scuole lacaniane si sono moltiplicate lungo tante linee di frattura, talvolta dolorose, talvolta feconde. Ma questa è un’altra storia.  Avrei dovuto discutere con Melman del destino di una società, la nostra, ormai disancorata, o largamente disancorata, dal riferimento religioso. Era una sua proposta, una sua preoccupazione. L’aveva manifestata l’estate scorsa, quando iniziammo a parlare di questo dialogo che alcune comuni amiche romane volevano promuovere in seno all’Associazione. Poi, un mese fa, è scoppiata la guerra russo-ucraina. Melman ha proposto di ragionare sull’urgenza, di ragionare sulla guerra. Ha anche proposto un titolo o una domanda. La guerra è roba da vecchi? Così mi ha scritto in una mail. La guerre est-elle un truc de vieux?   Abbiamo poi fatto questo dialogo, ho accolto la domanda del grande...

Testimonianze / La guerra nelle parole dei rifugiati

La guerra nelle parole dei rifugiati (Enrico Osvaldi)   Appena l’estate scorsa, nell’afa di un balcone di una piccola “Khruščevka” [Casa sovietica del periodo Khruščev] in ulitsa Družba Narodov a Kyiv, tra i racconti di una vita trascorsa nell’URSS, infinite tazze di čaj, fotografie di Levitan, e quell’onnipresente odore di aneto che inonda le case dell’est europeo, mai avrei immaginato di trovarmi, appena pochi mesi dopo, in un tendone nel centro di Bologna a raccontare con malinconia quel periodo alla fiumana di profughi che ogni giorno si affretta alle porte chiedendo aiuto e comprensione. Lo racconto, nei momenti vuoti tra una domanda e l’altra degli assistenti sociali, a chi richiede asilo, basiche necessità, o un luogo in cui dormire. Mi avvicino a loro e cerco per un momento di tranquillizzare i loro sguardi impauriti. Nel caos del tendone, tra bambini che corrono e operatori che monotonamente riempiono i loro moduli o eseguono i loro compiti, lo sguardo di uno studente di storia russa e dell’ex-URSS è doppiamente malinconico e, per quanto possibile, conscio. Sembra di colpo di trovarsi in uno dei racconti di Isaak Babel, dove storie di uomini e donne in tempi d’orrore...

Il progetto imperiale di Putin / Russia, Ucraina, Europa: la fine dell’età post-sovietica?

“Il periodo di recupero è finito. La fase post-sovietica nello sviluppo della Russia, del resto, così come nello sviluppo del mondo intero, è completata ed esaurita.”   Nel primo dei documenti programmatici che anticipavano la sua candidatura al terzo mandato presidenziale nel 2012, Vladimir Putin dichiarava la fine della ‘fase post-sovietica nel processo di sviluppo della Russia’ e del resto del mondo, e l’inizio di una nuova era. Un’era in cui era possibile ‘ripristinare la controllabilità elementare del potere’, ‘restituire alla Russia lo status di entità geopolitica’, ‘stabilire un sistema sociale e migliorare l’economia’ del Paese. “La fine della fase post-sovietica” veniva dunque sancita direttamente dalle parole di Putin. Ma che significato aveva in termini politici un’affermazione del genere?   Affermazioni che al tempo potevano sembrare puramente funzionali alla campagna elettorale presidenziale hanno poi trovato una loro concreta applicazione in una serie di riforme relative al ‘ripristino della controllabilità elementare del potere’, approvate nei primi anni seguiti alla rielezione di Putin al terzo mandato presidenziale: la legge federale sulle riunioni...

Compassione e giudizio / Considerazioni sulla guerra

Come ogni guerra, anche questa che il potere russo ha portato in Ucraina, è un teatro di morte e di violenza. L’atto del distruggere – vite, abitazioni, legami, istituzioni – soltanto in apparenza è strumento per un’affermazione di supremazia, di dominio territoriale, di controllo; nei fatti disvela la pulsione più propria di una politica fondata sul mito della potenza e non sulla cura della res pubblica, sui fantasmi del sacro suolo e non sulle regole del vivere civile: una pulsione che consiste nel togliere volto, pensieri, affetti, cioè singolarità vivente e senziente ai corpi di migliaia o milioni di individui, per il fatto che in un dato momento vengono considerati, in certo modo identificati, soltanto come appartenenti a un Paese ritenuto un pericoloso campo di minaccia. È dalle terre di confine che giungono sempre le minacce. Le motivazioni belliche invocano le loro ragioni, esibiscono i loro obiettivi geopolitici. Solo che nel dare forma visibile a queste ragioni, nel perseguire questi obiettivi, scelgono la via della cancellazione: di vite umane, di vite animali, di ambienti, di storia e cultura.   La politica delle armi, se osservata a distanza di qualche decennio...

Bayt, in viaggio verso casa / 113 persone dal Libano a Fiumicino

Dal 3 al 7 febbraio alle 19,50 su Radio Rai Tre andrà in onda “Bayt – in viaggio verso casa”, un documentario radiofonico a puntate che racconta la storia del trasloco di 113 persone. Dal Libano a Fiumicino, “Bayt – in viaggio verso casa” è un diario sonoro di parole, testimonianze e musica che documenta l’unico sistema sicuro per arrivare in Italia per chi oggi scappa dalla guerra.   Immaginate di essere nati in un comune ospedale di provincia, di avere trascorso un’infanzia piuttosto serena in un quartiere di periferia, un’adolescenza vivace tra scuola, amici e gite in campagna. Immaginate poi di esservi iscritti all’università e avere sostenuto i primi esami con discreti risultati. Al netto dei dettagli, la descrizione non si allontanerà di molto dai trascorsi di ognuno di voi. Allora proseguiamo. Immaginate che per una banale coincidenza la vostra città di origine sia Aleppo. Ecco, siete al secondo anno di università, la famiglia ha investito molto nei vostri studi con un dispendio notevole di energie e risorse e voi non la state deludendo, studiate a sufficienza e vivete con la giusta spensieratezza i vostri venti anni, ma un brutto giorno un boato vi butta giù dal letto...

Profughi / Bosnia, ultima frontiera

  Ahmed, 16 anni, è profugo da quando ne ha 14. È di Pardis, un paesino in periferia di Teheran. Da oltre un anno è bloccato a Bihać, sul confine nord tra Bosnia e Croazia. Ci racconta la sua storia seduto a un tavolino del bar Pavillon, a due passi dalle chiare, potenti e piatte acque del fiume Una. “Sono scappato dalla dittatura. Sono passato dalla Turchia, poi dalla Grecia e dalla Macedonia e ho superato anche la Serbia, prima di arrivare qui”. Da allora, Ahmed è rimasto fermo a pochi chilometri dall’EU, la sua meta. È tra i primi a giungere su questo confine e, in un certo senso, è anche la memoria di quella che, imprudentemente, è stata definita “crisi”. Come migliaia di altri migranti della rotta balcanica, ha tentato numerose volte di attraversare le montagne. Ripetutamente catturato, picchiato e respinto dalla polizia croata, aspetta l’occasione giusta e si sfoga: “i prigionieri sanno quando saranno liberi. Ma noi profughi, noi non lo sappiamo”.    Bihać e Velika Kladuša sono l’ultima frontiera. Oggi, questo confine incarna uno dei drammi più paradossali della condizione del profugo: quello di essere allo stesso tempo prigioniero e latitante in una terra...

Razionalità e contesto / Carola Rackete, lo spazio e il mare

Il comportamento della comandante della Sea Watch ha prodotto una vera e propria “aria variata all’italiana”, per dirla in termini musicologici. Resta però ancora da decifrare davvero il sottile, segreto sorriso di Carola Rackete, che s’indovina sulle sue labbra ma quasi mai si vede. Nessuno l’ha ancora fatto perché nessuno ha ancora riconosciuto in lei la potentissima entità da cui dipende l’intero senso della modernità, di cui costituisce la faccia normalmente nascosta ma allo stesso tempo fondativa, la versione in grado di rimetterne in asse, ribaltandolo, il percorso. Il dato più tragico dell’episodio in questione consiste proprio in tutto quel che esso, al riguardo, rivela: la fine della coscienza della nostra cultura, la perdita di memoria delle proprie origini, l’incapacità di continuare a riconoscere il senso degli “arcani maggiori” che ne reggono la vicenda. Di qui la perdita di vista dell’autentica posta in gioco.    A molti il gesto della comandante ha richiamato la storia di Antigone. Per un verso si comprende: dalla tragedia di Sofocle in poi Antigone, che difende le ragioni della giustizia degli uomini contro quelle della legge della città, è la...

Dare un nome alle vittime del Mediterraneo / I morti sono più eloquenti dei vivi

Mi giunge ora, domenica 20 gennaio 2019, un WhatsApp. Me lo invia una collega psicoanalista che da anni si occupa di trauma: “Aiutateci, presto non riuscirò più a parlare perché sto congelando”. Il messaggio dice che queste parole sono state inviate alla Guardia Costiera alle 20:30 di oggi. Pare che su questa nave ci siano circa 100 persone, che assommate ai dispersi di questi giorni potrebbero portare le vittime a oltre 250.  Da alcuni anni ascolto richiedenti asilo che non dormono di notte, hanno incubi insopportabili, hanno paura, sono arrabbiate – in questo caso si tratta soprattutto delle donne –, mostrano i segni delle torture e le tumefazioni delle botte ricevute in Libia. La Libia di oggi, tutti lo sanno, maltratta, tortura, schiavizza, uccide, massacra e alimenta i viaggi della morte a pagamento. Nessuno fa nulla, ogni tanto se ne parla in televisione, troppo poco. È già accaduto settant’anni fa: gli aerei passavano sopra la Germania nazista, fotografavano i campi, nessuno ne parlava, gli alleati facevano finta di nulla, anche allora. Qualche voce, qui e là, ma ancora oggi, a settant’anni dal “male assoluto”, non è venuto fuori tutto. All’epoca però si sapeva chi...

«Ero straniero e non mi avete accolto» / Il prossimo, il lontano e l'accoglienza dei profughi

La coerenza di Salvini   «Sono un cristiano coerente», ha risposto Matteo Salvini al twitter di Gianfranco Ravasi (anche lei, eminenza!?), che in relazione al respingimento della nave Aquarius aveva scritto, parafrasando in negativo Mt. 25,43:  «Ero straniero e non mi avete accolto». «Amerai il prossimo tuo», si dice nel Vangelo. Io non sono credente e non mi intendo di questioni interne alla chiesa; mi intendo un poco di filosofia politica ed è su questa base che vorrei commentare l'episodio. Forse Salvini intende il precetto alla lettera, perché no. Prima il prossimo dunque. La massima si addice al «primanostrismo» elaborato da Salvini, una specie di variante paesana del grido «America first!» di Donald Trump. Il popolo italiano deve pensare ai suoi terremotati, disoccupati e indigenti, altro che a quelli che vengono da lontano, profughi, migranti e rifugiati che invadono il Bel Paese per godere della pacchia (sic) e farsi una crociera (sic sic sic).   Chi è il prossimo?   Ora, bisogna sapere che il conflitto noi/loro, vicino/lontano non è certo stato inventato oggi, anzi ha una lunga storia filosofica che spesso si è trovata di fronte a quesiti analoghi:...

I migranti vanno dove c’è un futuro, altro che Italia! / Xenofobia. Perché non serve

Alcuni dati statistici pubblicati di recente gettano una luce sorprendente e ilare sul rigetto dei rifugiati da parte dell’Europa, su quella che sbrigativamente chiamiamo xenofobia. Questi numeri mostrano che i paesi dove la gente si dice più favorevole ad accogliere i rifugiati – a parte la Spagna e la Grecia – sono anche quelli dove i rifugiati e gli immigrati aspirano ad andare più che in ogni altro paese europeo. Il paese più favorevole in assoluto è la luterana Svezia (94%), seguita da Paesi Bassi (88%), Danimarca (86%) e Germania (83%). La maggioranza degli esuli afferma di voler andare proprio in questi paesi. I paesi più contrari – prima di tutti l’Ungheria (67%), poi, in ordine decrescente, Repubblica ceca, Bulgaria, Slovacchia, Lettonia e Italia (46%) – sono invece paesi dove questi esuli non hanno nessunissima intenzione di andare, se non come paesi di passaggio verso Germania o paesi scandinavi, o Gran Bretagna. È il paradosso della paura degli stranieri: essa è più forte quanto meno gli stranieri in quel paese ci vogliono restare.   Quando Timothy Garton Ash ha chiesto a un profugo afgano sedicenne a Berlino perché non se ne fosse restato in Italia, costui ha...

Immigrazione e abuso sessuale. Una riflessione per Frau Merkel

Una premessa dall'attualità   Per parlare di identità maschile e di “storia di lunga durata” dovremo, come spesso accade, passare per la politica; e attraversare quello che, apparentemente, è un nuovo problema d’attualità. C’è una scusa frequente dei politici: “È una crisi inattesa”. Spesso è addirittura falsa, quando aggiungono: “Senza precedenti”. Così è stato detto della “onda anomala” di migrazioni che il Medio-Oriente ha scaricato sull’Europa nel 2015. I precedenti, invece, non sono lontani e giganteggiano nelle biblioteche: la fuga degli ebrei dalla Germania nazista negli anni ’30, premessa alla shoah, la peggiore strage della storia; la fuga o cacciata di quasi quindici milioni di tedeschi all’arrivo dei sovietici, a sua volta la maggior deportazione, pulizia etnica e, in definitiva, migrazione involontaria della umanità. Non è quindi un caso che l’unica iniziativa epocale di fronte alla crisi del 2015 venga dalla Germania. E non è casuale se i pochi commentatori della sua portata storica siano ebrei anglosassoni come Roger Cohen (International NY Times 22/12/2015). Lo “Yes, we can” (Sì, possiamo) di Obama, molto americano, è rinato come “Wir schaffen es” (ce la...

Emergenza continua di fronte al silenzio generale / Migrare

Arrivano: per mare e per terra, in treno e in bici, a piedi… Sono tanti, troppi, aumentano con progressione geometrica, travolgono i confini esistenti come quelli creati ad hoc. Occupano spiagge e giardini, costruiscono “corridoi” per uomini, attenti a evitare quelli delle mine, le vie delle armi e quelle della droga che si intrecciano con quelle del petrolio. Rischiano la nuda vita per poter continuare a vivere. Nell’estate del 2015 la vecchia Europa, vecchia alla lettera con un tasso di natalità che fatica a toccare il 2%, è stata pacificamente invasa da uomini e donne, in gran parte giovani e giovanissimi con tanti bambini. In fuga dalla guerra e dalla violenza, dalla miseria e dalla repressione. Hanno attraversato il Mare nostrum, nutrito con i loro cadaveri, hanno accumulato chilometri e polvere, scovato nascondigli nelle macchine e nei camion, hanno corso a perdifiato – un pellegrinaggio parallelo al viavai delle vacanze.  Con la forza della disperazione ci hanno raggiunti. La loro guerra è diventata la nostra, gli “effetti collaterali” di quanto accade nell’Altro mondo sono penetrati, in una estate rovente, con il peso specifico dei loro corpi che si possono...

Salvare se stessi

Tra il 9 e il 13 settembre del 1943 circa mille profughi ebrei provenienti da tutta Europa, che erano stati concentrati dalle autorità di occupazione italiana nella residence forcée di Saint-Martin-Vésubie, attraversarono il Colle delle Finestre e il Colle Ciriegia per sfuggire allo sterminio nazifascista. Profughi da tutta Europa, tra cui bambini di pochi mesi e persone anziane, scesero in Valle Gesso alla ricerca di un rifugio in Italia. La marcia “Attraverso la Memoria”, oggi alla XVII edizione, ricorda la loro epopea.   English Version Version française       Vite in trappola   Una famiglia seduta a tavola consuma un pasto frugale. Si respira preoccupazione, paura, tensione. La madre esplicita per l'ennesima volta un pensiero che oramai è un'ossessione, o è la prima occasione in cui se ne parla. I figli non capiscono, intuiscono, sanno. Andiamocene da qui, scappiamo. Mamma e papà litigano, piangono e si abbracciano, si rassicurano.   Andrà tutto bene.   Dobbiamo provare a immaginare questa scena, sapendo che è avvenuta milioni di volte nelle sue...

Expo e dintorni: Lontano da Expo

Venti giorni lontano da Expo e da Milano. Una fortuna non per tutti quella di lasciare il capoluogo lombardo per qualche breve periodo, perché poi ci manca, si capisce. Fortuna anche che ci è dato di tornare.   Una delle ragazze del bar dove prendo il primo caffè nel quartiere dove abito ha avuto tre giorni di ferie, è andata a Venezia, ma il primo giorno di vacanza l’ha trascorso a Milano, non le ho chiesto cosa ha fatto, se è stata con la sua famiglia cinese o altro.   Ulivi, ph Antonino Costa   Il mio periodo di riposo si è svolto in campagna, una campagna vicino al mare, nella grande isola di Sardegna. È la seconda per dimensioni nel nostro bel mar Mediterraneo che in questo momento pullula di cadaveri. Pare che le sarde ne siano ghiotte. Anni fa lessi un libro straordinario. Ne riporto, per comodità, un pezzo che fa al caso mio. È tratto dalla recensione sull’opera di Stefano D’Arrigo, scritta da Andrea Cedola, La parola sdillabbrata. Modulazioni su Horcynus Orca: Dopo l’otto settembre e la liberazione di Napoli, ‘Ndrja Cambrìa, «marinaio,...

La vignetta di Giannelli

“Non mi ha fatto ridere”   La vignetta di Emilio Giannelli pubblicata il 18 luglio sul “Corriere della Sera” mostra una strana scena di convivenza forzata, un istante tutto da decifrare e interpretare. Una famigliola rientra a casa dopo le ferie (lo capiamo dalle valigie e lo esplicita la didascalia), e si trova, con stupore (lo capiamo dagli sguardi, dalla bocca spalancata del papà e dalla domanda che lui o la mamma – questo non si capisce bene – pronunciano), il salotto occupato da un gruppo di “profughi” (lo capiamo dall’aspetto dei personaggi e lo esplicita il baloon-risposta di uno di questi). La vignetta ha scatenato un putiferio, è stata accusata di razzismo e di non fare ridere. Sul primo giudizio mi sento di dissentire. Sul secondo non posso che concordare.   In che modo la vignetta potrebbe essere razzista? Qualora la si legga come l’esagerazione, la caricatura, appunto, di una situazione giudicata e proposta come realtà di fatto: i profughi stanno invadendo l’Italia, “la nostra terra”, “casa nostra”, e allora ce li troviamo, letteralmente, dentro...

Un profugo nella stazione di Milano

Il silenzio dorme con le ginocchia in bocca. Daniel Fajnachen si risveglia con la mano spiaccicata sulla palpebra e la lingua attaccata sotto la volta asciutta del palato. Nella carrozza non vola una mosca e un caldo appiccicaticcio appanna i vetri. Fuori piove, copiosamente. Il treno sta viaggiando a bassa velocità, sporco e puzzolente. Fajnachen afferra dal sedile di fianco un giornale sgualcito. Lo sfoglia provando a leggere qualcosa in quella lingua che un tempo conosceva bene. Si dà molta importanza alle catastrofi naturali: da una settimana diluvia su tutta la Lombardia. Tra l’altro è esondato, per l’ennesima volta, il Seveso, allagando un pezzo di Milano e dando così un senso letterale al quartiere Isola, a sinistra della Stazione. Sempre sulla prima pagina, in taglio basso, lo colpisce un titolo: “Corruzione per gli appalti Mose. Arrestato Paolo Giangrandi, docente alla Facoltà di Architettura di Venezia”. Giangrandi era stato il suo professore, e ora forse il suo unico possibile contatto telefonico a Milano. Fajnachen ha una fitta al cuore e cade in un leggero stato di confusione. Non riesce, tra l’altro, a...

Altri profughi

“A Montecatini ai bambini quando non ubbidivano o facevano i capricci gli dicevano: stai zitto sennò ti faccio mangiare da un profugo!”  “È doloroso che in questi momenti i profughi siano trattati come accattoni infliggendo loro l'umiliazione di rimanere pigiati per ore e ore davanti ad un ufficio per avere risposte simili”. “In questo paese per noi tutto manca, il medico poco se ne cura dei profughi, le medicine mancano affatto, e quando se ne trovano costano enormemente, specie ai profughi. Porci, capre, asini, tutto frammischiato alla popolazione, strade ricolme di letame, senza spasini né fognatura. I profughi abitano vere topaie, magazzini adibiti a abitazioni, umidi, freddi, senza vetri o senza imposte”. (sic) “I profughi qui sono classificati come un intruso, che venga a turbare la pace domestica, dobbiamo elemosinare di famiglia in famiglia per mangiare, le quali famiglie, quando trattasi di profughi, aumentano il prezzo ingordamente”. “Era una stonatura quando si andava incontro ai profughi con musica e bandiere, ma è una dolorante ingiustizia, venir considerati come dei vinti...