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Max Weber

(33 risultati)

Un libro di Gustavo Zagrebelsky / La giustizia come professione

Non vi è giorno in cui le cronache e le riflessioni non si occupino della Giustizia, tra processi, malfunzionamenti, aspirazioni, critiche. E questo avviene comprensibilmente in quanto, oltre ad essere formalmente un potere dello Stato, è una macchina onnivora che colpisce con lo strumento dei processi, demolisce le traiettorie di cittadini, compensa le vittime, mostra le devianze, ne ipotizza il superamento. È una macchina che ha i caratteri dell’azienda in quanto gestisce uomini, siano essi magistrati o personale di supporto, spende denari, richiede spazi, fornisce servizi pubblici, con l’anomalia curiosa e poco trattata di non rendere conto a nessuno del proprio operato salvo in termini statistici e dei propri investimenti finanziari nei processi. Colpire la criminalità non ha prezzo, si osserva, e quindi diventa urticante e indisponente cercare di sapere ‘quanto costa’ la giustizia e quale sia la sua economia. Soprattutto quella penale tra intercettazioni telefoniche e perizie spesso naufragate. Del resto quella giustizia è gestita da professionisti, siano essi dipendenti come magistrati o assistenti vari, siano essi indipendenti come avvocati che svolgono una professione per...

Gustavo Zagrebelsky, La giustizia come professione

Non vi è giorno in cui le cronache e le riflessioni non si occupino della Giustizia, tra processi, malfunzionamenti, aspirazioni, critiche. E questo avviene comprensibilmente in quanto, oltre ad essere formalmente un potere dello Stato, è una macchina onnivora che colpisce con lo strumento dei processi, demolisce le traiettorie di cittadini, compensa le vittime, mostra le devianze, ne ipotizza il superamento. È una macchina che ha i caratteri dell’azienda in quanto gestisce uomini, siano essi magistrati o personale di supporto, spende denari, richiede spazi, fornisce servizi pubblici, con l’anomalia curiosa e poco trattata di non rendere conto a nessuno del proprio operato salvo in termini statistici e dei propri investimenti finanziari nei processi. Colpire la criminalità non ha prezzo, si osserva, e quindi diventa urticante e indisponente cercare di sapere ‘quanto costa’ la giustizia e quale sia la sua economia. Soprattutto quella penale tra intercettazioni telefoniche e perizie spesso naufragate. Del resto quella giustizia è gestita da professionisti, siano essi dipendenti come magistrati o assistenti vari, siano essi indipendenti come avvocati che svolgono una professione per...

Sandel e Cottarelli / La tirannia del merito

Nel suo libro All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita sociale ed economica, (Feltrinelli, Milano 2021, che ha in copertina l’immagine stilizzata di un labirinto, et pour cause) Carlo Cottarelli afferma una verità inconfutabile: la tutela del merito è «un fondamentale principio di efficienza economica». La parte seconda dell’opera, quella che narra il ritorno dall’inferno (vogliamo sperare) è infatti dedicata al merito, principio tanto lodato e magnificato quanto spinoso e non scevro di problemi. Lo mostra infatti, con dissimili conclusioni, un altro testo di un altro autore ma della stessa casa editrice: La tirannia del merito (Feltrinelli, Milano 2021), che traduce la versione originale The Tyranny of Merit, di Michael Sandel. Sandel, la star mondiale della filosofia politica, il docente ad Harvard che incanta migliaia e migliaia di studenti nelle sue lezioni nella prestigiosa università statunitense ma anche sul web. Bene. Il testo di Sandel è integralmente dedicato al merito, all’efficienza della scelta effettuata secondo il merito, ma anche ai suoi effetti collaterali non sempre positivi e, nei confronti della giustizia, decisamente pessimi.   Un grado sufficiente...

Un'intervista / McCormick: democrazia machiavelliana

Negli ultimi dieci anni nessuno scienziato politico ha probabilmente fatto parlare altrettanto di sé nell’accademia americana. Le sue tesi sono discusse sul “New York Times”. Alcuni dei suoi articoli sono diventati dei veri classici studiati in tutto il mondo. Ha dozzine di seguaci tra gli studiosi più giovani, ma le critiche degli avversari sono sempre più aspre – anche in risposta a uno stile intellettuale che ama il confronto e rifugge dai giri di parole… Si parla di John P. McCormick: cinquantacinque anni, professore di Political Science presso l’Università di Chicago, con un antico rapporto con l’Italia. La particolarità dell’opera di McCormick è che da più di dieci anni propone di curare le democrazie occidentali con una terapia d’urto ispirata agli insegnamenti di Niccolò Machiavelli, da lui letto anzitutto come teorico del governo popolare e nemico delle degenerazioni oligarchiche. McCormick appartiene infatti a una nuova generazione di teorici radicali, che ha deposto il tradizionale sospetto del marxismo verso lo studio delle istituzioni per sfidare i pensatori liberali e repubblicani in quello che, sino a oggi, è stato il loro campo di ricerca privilegiato: la teoria...

Tecnologia, saperi, comunità / Il rimedio

Quando si dice, come sosteneva con passione Luigi Pagliarani, che il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, si descrive con una certa precisione quello che stiamo vivendo a diversi livelli della nostra esperienza, in questi anni. Non è che ci manchi l’odio, ma perlomeno implica una relazione di negazione dell’altro. Non è un granché, ma istituisce una relazione. Di peggio, forse, c’è quell’insieme di situazioni in cui la presenza dell’altro non fa alcuna differenza. Che ci sia o meno non è cosa che ci raggiunga o ci solleciti in qualche modo. Non c’è mediazione tra noi e l’altro e siamo ridotti alla stregua di monadi, in un’anomia sociale particolarmente diffusa. L'indifferenza può essere considerata come una sospensione eccessiva della nostra risonanza incarnata con gli altri e una neutralizzazione della nostra modulazione intenzionale. Utilizzando le categorie esplicative di particolare efficacia messe a punto da Vittorio Gallese, ci troviamo di fronte a una fenomenologia che per certi aspetti dovrebbe essere impossibile, eppure si presenta così ampiamente manifesta. Le ragioni dell’impossibilità dovrebbero risiedere nel fatto che noi siamo esseri intersoggettivi...

La fase estrema del capitalismo / Una poltrona per due e l'economia del debito

Da più di vent’anni, il film di Natale per antonomasia è il favoloso Una poltrona per due (Trading places, J. Landis 1983). Un racconto esemplare che rappresenta l’essenza dell’America reaganiana (compare in diverse scene la foto del presidente), il cui sistema di valori è divenuto pura tradizione per noi tardomoderni. Per questo motivo il film viene trasmesso pervicacemente da Italia Uno che, tra le reti Mediaset, è stata senz’altro quella più incline a veicolare valori edonistici, filoatlantisti e iperconsumistici. La doppia coppia di personaggi mostra, nella loro opposizione, la doppia faccia del potere finanziario. Da un lato gli spietati fratelli Duke, dall’altro le celebri cavie di questo esperimento sociale, interpretati da Eddie Murphy e Dan Akroyd. I Duke esprimono due visioni del mondo alternative ma complementari: per Mortimer, ancora radicato nel vetusto ideale borghese, le persone sono geneticamente predisposte alla devianza o al successo nella vita; per Randolph, invece l’ambiente riveste un ruolo decisivo nella mutazione della personalità, come anche delle competenze e degli stili di vita. Se nel primo prevale l’attaccamento alla vecchia borghesia classista,...

Reddito / Branko Milanovic, Capitalismo contro capitalismo

Leggere di economia mentre tutto sta cambiando (anche) nell’economia non è facile. Libri e saggi che cominciano a trarre bilanci sulla nuova fase – il grande ritorno degli Stati, la crescita del debito pubblico in tutto il mondo, i nuovi equilibri commerciali e geo-economici – sono forse prematuri, si ha l’impressione di tecnici che lavorano ad aggiustare un aereo mentre vola (per citare una frase sentita di questi tempi). Libri scritti prima del grande choc che, tra le tante cose, potrebbe portare un salto di paradigma nella scienza economica – come scriveva qualche mese fa l’Economist, in un articolo intitolato “ricominciare da capo” – potrebbero apparire superati. Così non è però per quei lavori che ci danno gli strumenti per aggiustare l’aereo mentre vola, a partire dall’individuazione dei guasti. E in particolare per quegli economisti che hanno uno sguardo globale, che attraversa le parti del mondo e non ignora le altre discipline.  È il caso del libro di Branko Milanovic Capitalism, alone, uscito nel 2019 e adesso pubblicato in Italia con il titolo Capitalismo contro capitalismo. Il titolo inglese (non ce ne voglia l’editore Laterza che lo ha meritatamente tradotto) è...

Stili del contemporaneo / La McDonaldizzazione nell’era digitale

George Ritzer è uno dei più rilevanti sociologi statunitensi. Ha insegnato sociologia presso l’Università del Maryland e, nel corso degli anni Settanta e degli anni Ottanta, si è prevalentemente occupato di temi sociologici di carattere generale. Nel periodo successivo, invece, pur continuando a interessarsi a questioni relative alla teoria sociologica, ha cominciato a studiare con attenzione il mondo dei consumi, adottando una prospettiva di analisi che è in gran parte influenzata dai concetti teorici sviluppati da Max Weber, e ha pubblicato nel 1993 negli Stati Uniti The McDonaldization of Society (Pine Forge Press), che sviluppava il concetto della “McDonaldizzazione della società”, da lui già espresso in un articolo del 1983, e che è uscito nella sua prima traduzione italiana nel 1997 con il titolo Il mondo alla McDonald’s (Il Mulino). Nel corso del tempo, il libro The McDonaldization of Society ha avuto negli Stati Uniti nove versioni e viene presentato ora in una nuova edizione anche in Italia, tradotta e curata da Piergiorgio Degli Esposti, con il titolo La McDonaldizzazione del mondo nella società digitale (FrancoAngeli).  Ritzer ha continuamente rivisto e aggiornato...

14 giugno 1920 - 14 giugno 2020 / Max Weber: la porta girevole della ragione occidentale

“Il tempo si arresta. Verso sera, l’ultimo respiro. I tratti del viso assumono un’espressione di dolcezza e di sublime rinuncia. Ormai è via, rapito in paesi lontani e irraggiungibili. La terra non è più la stessa”. Con queste parole commosse, nella biografia che gli dedicherà sei anno dopo, Marianne Weber, studiosa di scienze sociali, attivista politica, femminista, descrive gli ultimi istanti di vita del marito, Max Weber, colpito da una polmonite che lo stroncherà a soli 56 anni, il 14 giugno 1920. La morte improvvisa lo coglie nel mezzo del fervore e del ritrovato entusiasmo per nuovi progetti di ricerca, dopo che si è appena insediato all’Università di Monaco, e mentre ha avviato il suo tormentato cammino la Repubblica di Weimar, al cui parto Weber ha contribuito con convinta adesione, ma anche con un presentimento tragico sullo svolgersi della lotta politica tedesca, ancora troppo accesa e scossa da estremismi violenti.   Proprio nella turbolenta Monaco dei primi mesi del 1919, e a pochi giorni di distanza dal drammatico epilogo dell’insurrezione della Lega di Spartaco, consumatosi nelle vie di Berlino, Weber si trova di fronte alla platea di studenti attratti da nuovi...

1932 - 1940 / Benjamin e Scholem: lettere di un'amicizia

“In tempi antichi tutte le strade portavano in qualche modo a Dio e al suo Nome. Noi non siam devoti. Restiamo nel profano E dov’era Dio ora c’è: Malinconia”   Sono i versi conclusivi di una poesia di Gershom Scholem che leggiamo in calce a una lettera a Benjamin. La data: 19 settembre 1933, l’anno della presa di potere di Hitler.  La malinconia di cui parla Scholem non è uno stato d’animo passeggero ma una condizione dello spirito, l’esito di un’intelligenza del mondo che ha perso la fede in Dio, la conseguenza fatale della Entzauberung der Welt, il disincantamento del mondo di cui aveva parlato Max Weber.  Scholem, lo studioso di mistica ebraica, figlio di un tipografo ebreo, cresciuto nella Berlino di inizio Novecento, militante sionista fin dagli anni giovanili, emigrato nel 1923 a Gerusalemme, osserva dalla distanza la svolta politica in Germania: la progressiva ‘perdita di Dio’ aveva generato un nuovo idolo, nuove ritualità collettive caratterizzate dall’odio verso gli avversari politici – i comunisti in primo luogo – e poi gli ebrei, l’eterno emblema del male, e in generale gli Untermenschen, la variegata moltitudine di coloro che non sono degni di vivere....

Ferrarotti nella società irretita dalla tecnica / Reminisco, ergo sum: il pensiero "involontario"

«La caratteristica fondante degli esseri umani è la loro imprevedibilità, qualità straordinaria, che li distingue radicalmente dagli animali non umani e si manifesta nel pensare involontario, non pre-condizionato da uno scopo prefissato, libero e anche, talvolta, del tutto gratuito».  Secondo Ferrarotti, decano della sociologia italiana, gli uomini oltrepassano la prevedibilità perché hanno memoria. Paradossalmente è la consapevolezza dei ricorsi storici che ci rende affatto stufi di ciò che è razionalmente prevedibile. A renderci sfuggenti è proprio ciò che siamo stati. Più precisamente: ciò che ricordiamo di essere stati.   L’assioma di Cartesio si rovescia: da Cogito ergo sum a Reminisco ergo sum.  In Il pensiero involontario nella società irretita, pubblicato quest’anno da Armando editore, egli  affronta la memoria che costituisce l’essenza della nostra sopravvivenza sulla terra, tema che ricorre in altre sue opere precedenti. Il ricordo è, oggi, intaccato dalla comunicazione elettronica che lo rende superfluo.      Più che un saggio canonico è un pamphlet che analizza come la modernità dimentica, per citare il classico di Paul Connerton, in...

virtù / L’eccellenza germanica

Chi era giovane negli anni 60 e 70 ricorda sicuramente l’enorme prestigio di cui godevano in Italia e in genere nell’Europa meridionale le società scandinave, la Svezia in particolare. Un prestigio trasversale, in gran parte, che veniva da sinistra come da destra. I regimi socialdemocratici che allora reggevano quei paesi erano esaltati come una mescolanza riuscita di capitalismo e socialismo, con un welfare molto ampio grazie a cui lo stato prendeva cura di ciascun cittadino “dalla culla alla tomba”. Società particolarmente prospere, certo, ma soprattutto emancipate, profondamente libere, oltre che permeate da civismo. Per un giovane italiano il viaggio in Svezia a cerca di avventure amorose era un’esperienza obbligata. Perché alla alta reputazione economica e politica di un paese si accompagna anche una elevata reputazione estetica: bellezza delle donne e degli uomini, ottimo cinema e ottima letteratura. E in effetti i paesi scandinavi annoveravano maestri universalmente riconosciuti, soprattutto nel cinema, mostri sacri come Ingmar Bergman o Karl Dreyer… Leggevamo Kierkegaard, Ibsen, Strindberg, ascoltavamo la musica di Grieg… Non stupiva il fatto che la Danimarca fosse stato...

A cento anni da La politica come professione di Max Weber / L'ultimo eroe. Conversazione con Massimo Cacciari

Cento anni fa, il 28 gennaio del 1919, nelle aule dell’università di Monaco di Baviera, un anno prima della morte, Max Weber tenne una delle sue più celebri conferenze: La politica come professione. In occasione dell’anniversario, la Mondadori ha da poco ristampato l’edizione che contiene questa conferenza e quella tenuta due anni prima, nella stessa università, La scienza come professione, con il titolo: Il lavoro intellettuale come professione, a cura e con l’introduzione di Massimo Cacciari. Il politico vero, secondo Weber, è chi, con perseveranza, senza mai scoraggiarsi, tenta di conciliare vocazione, dedizione alla causa, adesione convinta a determinati valori, con spirito progettuale, professionismo, responsabilità rispetto ai fini, previsione dei mezzi adeguati alla loro realizzazione e delle conseguenze dell’azione. Un traguardo originale che Weber indica agli studenti e ai giovani che lo ascoltano, in un momento storico drammatico per la Germania, nel passaggio dalla monarchia alla repubblica, e per la città stessa di Monaco, scossa da agitazioni rivoluzionarie, consapevole di come l’agire politico, nel contesto della società di massa, possa generare tanto democrazie...

Ritorno al futuro / Kurt Tucholsky. Deutschland Deutschland

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   La sera del 10 maggio 1933, in piazza dell’Opera, gli studenti dell’Università di Berlino scaricarono dai camion con cui erano arrivati migliaia di libri e li diedero alle fiamme in un enorme falò. Joseph Goebbels catechizzò i presenti con un vibrante discorso contro l’“arte degenerata” e contro “l’esagerato intellettualismo ebraico”, la cui era “è finita”. Esistono ancora raggelanti immagini di quell’evento che si possono vedere qui. Questi gli autori le cui opere vennero date alle fiamme: Karl Marx, Bertolt Brecht, Thomas Mann, Joseph Roth, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Ludwig Wittgenstein, Hannah Arendt, Edith Stein, Max Weber, Erich Fromm, Walter Gropius, Paul Klee, Wassili Kandinsky, Piet Mondrian, Albert Einstein, Sigmund Freud, Fritz Lang, Franz Murnau. E Kurt Tucholsky – che oggi è probabilmente il meno ricordato in questo Gotha dell’intellighentsia...

Il web ci insegna a conviverci? / La morte si fa social

Diversi autori, a cominciare da Norbert Elias e Philippe Ariès, hanno sostenuto che prima che emergesse la nozione di individuo, e cioè all’incirca fino all’Alto Medioevo, la morte non era vissuta come un evento così drammatico come oggi. Non a caso fino al XV secolo esisteva ancora la Danza della Morte, grande festa egualitaria e collettiva in cui re, aristocratici, vescovi, borghesi e plebei erano uguali davanti alla morte. È infatti nel secolo successivo che questa dimensione festosa e gioiosa della morte si è ridimensionata sino a scomparire. Ciò è accaduto, come ha affermato Jean Baudrillard nel volume Lo scambio simbolico e la morte, «con la Controriforma e i giochi funebri e ossessivi del Barocco, ma soprattutto con il protestantesimo che, individualizzando le coscienze davanti a Dio, disinvestendo il cerimoniale collettivo, accelera il processo d’angoscia individuale della morte. È da esso inoltre che sorgerà l’immensa impresa moderna di scongiuro della morte: l’etica dell’accumulazione e della produzione materiale, la santificazione mediante l’investimento, il lavoro e il profitto che si chiama comunemente lo “spirito del capitalismo” (Max Weber)» (p. 160).   ...

Ha il suo trono nel cuore dei re / La follia nella gratitudine

“Se ti faccio un regalo, tu pensi: ‘Oh! che cosa vorrà in cambio?’, e dici: ‘No no no, grazie, non posso accettarlo, sei troppo gentile’ [risate], ‘Sì sì sì, ci tengo!’ Che rapporto di forze! Te lo metto in mano, te lo ficco in tasca…” ( Gilles Deleuze, Il potere, Ombre Corte, p. 47).    Gratitudine e ringraziamento   Gratitudine e ringraziamento non sono la stessa cosa. Il ringraziamento consiste in un gesto, la gratitudine è sentimento. Il gesto è qualcosa che si fa, il sentimento qualcosa che si sente. Si dice: ringrazio l’altro perché provo un sentimento di gratitudine, ma è sempre così? Oppure il ringraziamento, soprattutto di questi tempi, nasconde sentimenti di sottomissione, ben diversi dalla gratitudine?  Da piccoli abbiamo imparato le raccomandazioni che ci accompagnano durante il corso della vita: “Saluta la signora Bice!”, “Ringrazia lo zio che ti ha regalato il trenino!”, “Telefona al signor Augusto, che ti ha raccomandato per quel posto di lavoro!”, “Forse è il caso che offra una cena al professore, che mi ha aiutato per passare il concorso”, oppure “Magari gli parlo del mio concorso”, “ Non voglio disturbare”, “Permettimi di insistere”.  Non...

Uso, abuso, dipendenza, libertà / Droghe e sostanze psicotrope

L’articolo di Andrew Sullivan, apparso su Internazionale a fine aprile scorso, tratto dal New York Magazine, racconta la storia dell’invasione di oppio, oppiacei e oppioidi negli Stati Uniti da centocinquant’anni a oggi, l’evoluzione storica, sociale e chimica di queste sostanze – legali, illegali, legalizzate, de-legalizzate, commercializzate, sequestrate – in quella che un tempo veniva definita la terra delle opportunità. Sullivan viene presentato come un giornalista conservatore, gay e cattolico, già queste tre cose insieme per un italiano designano l’esistenza di un “mondo impossibile”, inoltre è il direttore di New Republic, una delle riviste liberal, moderatamente di sinistra, del ricco e variato panorama culturale statunitense. A torto o a ragione, la libertà statunitense – non scrivo di tutto il Nord-America, ma solo degli Stati Uniti – è sempre stata declinata nei termini di opportunità, piuttosto che in termini di partecipazione. Anche i diritti sono stati vissuti in termini identitari, piuttosto che sociali, come pratiche di riconoscimento di minoranze, piuttosto che come lotte sociali e politiche. Scrivo “a torto o a ragione” perché anch’io non saprei definire oggi...

Franco Brevini / Simboli della montagna

Il symbolon unisce, il diabolon divide. Così ci dice l’etimo dei due termini greci. E i simboli della montagna non fanno eccezione: uniscono coloro che si sentono attratti dai suoi valori, dalle sue narrazioni e ne condividono la più potente delle emozioni, quella del sublime. Un sentimento ambiguo di attrazione e terrore per ciò che già anticamente era considerato il limite, oltre al quale l’uomo perde ogni controllo razionale di se stesso e del suo posto nel mondo. La montagna, fin dalle età più remote, si è presentata nella sua inaccessibile alterità. Ma proprio perciò ha generato in chi l’osservava il desiderio di sfidarla, di conquistarla. Questa tensione polare, dove gli estremi si uniscono, dove l’unheimlich, il perturbante, fa da contraltare alla volontà di potenza e la paura si unisce al coraggio, è esplorata da Franco Brevini in un libro di gradevolissima lettura dal titolo elegantemente referenziale: Simboli della montagna.  Si tratta di una selezione di oggetti ad alta densità simbolica in cui si raccolgono e compendiano gli umori e le oscillazioni dell’immaginario collettivo degli ultimi due secoli: gli animali (l’aquila, il camoscio, lo stambecco, il cervo), la...

A Palazzo Reale fino al 24 giugno / Dürer e le signore rifatte

Albrecht Dürer, caricatura di una donna in una lettera indirizzata a Willibald Pirckheimer, 8 Settembre 1506. Penna e inchiostro. Norimberga, Stadtbibliothek. Brutto? No, sgraziato! Nella caricatura disegnata da Albrecht Dürer in una lettera indirizzata all’umanista Willibald Pirckheimer, il sorriso idiota e sgangherato di una donna si fa largo tra le parole con lo stesso tratto sciolto e sicuro usato per scrivere. In molti altri disegni, xilografie, incisioni a puntasecca e ad acquaforte esposte nella mostra milanese Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia in corso a Palazzo Reale (fino al 24 giugno), lo stesso tratto svolge elegantemente le grazie delle lettere oppure delinea figure e ornamenti prolungando e aggrovigliando lo svolazzo, sdoppiando il viticcio (Henri Focillon, Albrecht Dürer, Milano, 2004, p.16).    Albrecht Dürer, Grande Passione, 1496-1511. Xilografia in 11 fogli, dettaglio del foglio Seppellimento. Schweinfurt, Collezione Schӓfer. Lo fa con una pendolarità tra grazia e disgrazia, per comprendere la singolarità della quale può essere utile assistere alla proiezione del film Phantom thread – nella versione italiana Il filo nascosto – scritto...

Antidemocrazia / 50 sfumature di populismo

Il populismo contemporaneo ci pone di fronte a un paradosso difficilmente risolvibile. In quanto reazione all’idea dominante, esso resiste ai tentativi d’interpretazione da parte delle scienze politiche. Quasi come nel caso del buco nero per la fisica – che appunto è per definizione insondabile perché da esso non può sfuggire alcun fascio di luce – così il tentativo di illuminare l’antro in cui s’annida il populismo con il lume della ragione politica pare quasi disperato. Tuttavia, nelle sue manifestazioni plurali, il populismo non accetta l’etichetta di “antipolitica”, anzi, esso rivendica il suo progetto di voler tornare alle fonti stesse dell’impegno civico attraverso la partecipazione dal basso, ovvero coinvolgendo quelle entità che, a secondo dei casi, prendono il nome di popolo, cittadini, comunità ecc.     Questo è il problema metodologico con cui si confronta, sin dalle prime pagine, il saggio di Jan Werner Müller, Cos'è il populismo (Egea 2016, p. 137, 16 euro); caratterizzandosi come un discorso interno a precisi confini disciplinari che pertanto tratta il suo “oggetto” d’analisi come un qualcosa di esterno, talvolta abominevole, ma comunque altro rispetto alla...

La disponibilità degli individui alla sottomissione / La passività delle masse

Le società contemporanee hanno bisogno della massa, ma questa ha costituito un problema sin dal momento della sua apparizione, nelle prime forme di metropoli sviluppatesi durante l’Ottocento. Non a caso scrittori lungimiranti come Poe e Baudelaire, all’epoca, hanno avvertito l’esistenza di tutto ciò. La massa è problematica perché si presenta come un aggregato estremamente ampio di individui, ma privo di organizzazione e composto di soggetti isolati e incapaci di interagire tra loro in modo significativo. Gustave Le Bon, alla fine dell’Ottocento, nel celebre volume Psicologia delle folle (Longanesi), ha interpretato la massa come il risultato di un processo di omologazione: «Quali che siano gli individui che compongono la folla, per simili o diversi che possano essere il loro modo di vita, le loro occupazioni, carattere e intelligenza, il solo fatto di essere trasformati in massa li dota di una sorta di anima collettiva, in virtù della quale essi sentono, pensano e agiscono in modo del tutto diverso da quello in cui ciascuno di essi, preso isolatamente, sentirebbe o penserebbe e agirebbe. Certe idee, certi sentimenti nascono e si trasformano in atti soltanto negli individui...

Appadurai. Finanza e linguaggio / Un antropologo nel caveau della banca

In che senso il cedimento del mercato immobiliare che ha scatenato il collasso del sistema finanziario statunitense del 2007-2008, coi suoi effetti sull'economia mondiale, è stato essenzialmente un «cedimento linguistico»? Ecco la tesi e insieme la domanda di fondo di questo complesso, ardito, incompiuto e tuttavia importante saggio di Arjun Appadurai, antropologo della modernità e studioso dell'immaginario sociale, di origine indiana ma operante negli USA. Nel senso che, si potrebbe rispondere semplificando al massimo, il carattere di promessa dei contratti derivati è stato sistematicamente e iniquamente violato nell'interesse di pochi e ai danni di molti. È ora dunque di immaginare e introdurre nuove forme che rispettino una concezione progressista e socialmente produttiva della finanza, della ricchezza e del rischio, giacché è definitivamente crollato il castello di promesse espresse dalle parole dei contratti, che in qualche modo offrono una dimensione di certezza in un mondo, quello del capitalismo, dominato alle sue origini dall'incertezza.    Fu l'ethos protestante, precipuamente calvinista, a mettere in moto il moderno capitalismo come sistema economico legato al...

Il fallimento di un modello / Italia: il paese insoddisfatto

Nel 2004 fui invitato a un congresso sull’Italia a Monaco di Baviera, che aveva per titolo, in italiano, “Va bene”. Quando intervenni, dissi che quel titolo non andava affatto bene, perché le cose in Italia andavano invece abbastanza male. E portai vari dati sul declino dell’Italia, che era cominciato da più di un decennio. Il titolo del congresso rivela comunque un cliché diffuso in molti paesi: che in Italia, malgrado tutto, si mangia bene, le donne sono eleganti, ci si gode le città d’arte, insomma, l’Italia è un paese felice.  In realtà l’Italia è fra i paesi con la popolazione più insoddisfatta. Gli indicatori sociali OCDE su 30 paesi nel 2009 mostrano che l’Italia è il paese con la minor soddisfazione soggettiva di vita, esclusa la Turchia. Dato che non stupisce, perché gli italiani si lamentano quasi di tutto, e specialmente dei politici. Ma se la situazione non era florida nel 2004, dopo la crisi del 2008 essa è di molto peggiorata. La crisi ha colpito l’Italia più duramente di tutti gli altri paesi europei, esclusi Grecia e Cipro. I numeri annoiano, ma sono essi a dare la misura del disastro. Il PIL pro capite italiano nel 2000 era di 17 punti superiore a quello...

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...