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Cinema

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Io sto con la sposa

“Ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti” Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri La questione della bontà delle nostre azioni e della cattiveria di quelle degli altri è una questione antica, ripresa da moltissimi pensatori e filosofi, non ultimo Friedrich Nietzsche  che in Umano, troppo umano spiegava come la continua attribuzione dell’immoralità agli altri (per essere noi i giusti e i dotati di bontà) fosse causa stessa di conflitto.   Susan Sontag aggiunge un pezzetto al ragionamento del filosofo: uno dei grandi strumenti di deresponsabilizzazione è la compassione. Se io soffro con te, non posso essere stata la causa del tuo dramma. E’ su questo meccanismo che si fonda il nostro rapporto con una delle più grandi tragedie silenti degli anni 2000: le morti di migranti nel tentativo di esercitare un diritto sacrosanto, ossia il diritto alla mobilità, e la possibilità di scegliere dove vivere, o più semplicemente dove andare. E’ di pochi giorni fa il video di Repubblica che...

Madri e figli. Il cinema di Roberto Minervini

Ho incontrato Roberto Minervini a Sarajevo nell’estate del 2013, quando eravamo lì entrambi per il festival cinematografico. Ci eravamo conosciuti a Karlovy Vari e allora avevo visto due dei suoi lavori e mi erano piaciuti molto, avevo apprezzato anche la sua compagnia e la sua storia di italiano che vive in Texas. Così ho pensato di fargli un’intervista, bevendo una birra mentre aspettavamo di andare a vedere un film. L’intervista aveva come proposito quello di raccontare un giovane regista indipendente negli Stati Uniti.   Roberto, aiutami a raccontare in due parole la tua carriera di regista. Ho iniziato nove anni fa, dopo il master in media studies a New York. L’obiettivo era quello dell’insegnamento, tant’è che mi ero già iscritto a un dottorato in Storia del cinema in Spagna, quindi iniziai a lavorare per una casa di produzione di documentari, poi a fare cortometraggi e video musicali... Dopo me ne andai a insegnare cinema nelle Filippine, dove rimasi due anni. Al rientro negli Stati Uniti mi spostai nel 2007 nel Texas, a Houston, dove ho iniziato a lavorare alla serie di lungometraggi; ho appena...

La volta dell'uomo e del lavoro

Difficile è la rappresentazione dell'uomo al lavoro, soprattutto ora che il lavoro sembra avvenire per la maggior parte di noi davanti a uno schermo. Ma anche se oggi molti di noi vivono la rete e il lavoro come una protesi della propria vita, è forse ancora troppo presto per ricostruirla in un immaginario che faccia contenti tutti: forse sembra ancora troppo poco romantico, troppo poco démodé rappresentarci al lavoro davanti a un computer. Her ci provava solo nella misura in cui lo faceva retroattivamente, appiccicandoci quella forse un po' molesta patina retrò tutta pantaloni a vita alta e interni Mad Men riciclati a touchscreen... Ma è infatti adesso che acquista nuovo fascino l'immagine dell'uomo al lavoro, dell'uomo che si rimbocca le maniche e mette mano a macchinari pesanti, rumorosi e pure pericolosi. In questi primi mesi del 2014 sono stata sorpresa di apprezzare tre film proprio dedicati a questo: all'uomo e al suo rapporto con il lavoro, inteso come insieme di oggetti concreti, da produrre o già prodotti, attraverso il lavoro manuale e l'aiuto indispensabile della macchina. Il primo film...

Lettera a Helen Scott

Ricordiamo François Truffaut a trent’anni dalla sua morte con le sue stesse parole. Doppiozero pubblica ogni mese una lettera (qui la prima) da Autoritratto. Lettere 1945-1984 (Correspondance. Lettres recueillies par Gilles Jacob et Claude de Givray, 1988) uscito da Einaudi nel 1989 a cura di Sergio Toffetti, con contributi di Marco Vallora e Jean-Luc Godard “Nel corso della nostra vita, noi diventiamo tante persone differenti, ed è proprio questo a rendere così strani i libri di memorie. Una persona, l’ultima, si sforza di unificare tutti i personaggi differenti” François Truffaut   François Truffaut durante le riprese di Antoine e Colette   Uscito nei primi mesi del 1962 Jules e Jim è ostacolato dalla censura che ne limita fortemente la visione (il 22 giugno del 1962 il film viene vietato in Italia, Dino De Laurentis con lo stesso Truffaut organizza una protesta a cui prendono parte tra gli altri anche Alberto Moravia e Roberto Rossellini). Nel frattempo François Truffaut gira Antoine e Colette (episodio del film collettivo L'amour à vingt ans) con Jean Pierre Léaud e...

Steven Knight. Locke

Un uomo esce da un cantiere, si sfila un paio di stivali da lavoro e sale su una bella BMW superaccessoriata. Al semaforo la freccia lampeggia a sinistra. Scatta il verde. L’uomo resta immobile. Il camion dietro di lui suona. L’uomo alza lo sguardo al cielo, sposta la freccia da sinistra a destra e parte. L’uomo è Ivan Locke: un nome piuttosto altisonante, una bella faccia rassicurante. S’intuisce e ben presto si conferma il ritratto di un uomo borghese: ben vestito, con un buon lavoro, un buon reddito e una bella famiglia.  A casa lo aspettano due figli, una moglie, la partita, le birre e  il barbecue. Il cantiere al quale lavora è la costruzione di un edificio di grande prestigio e portata e per la mattina dopo è prevista la gettata delle fondamenta, “la più grande colata di calcestruzzo dell’edilizia urbana londinese”.  Ma tutti si fidano di Ivan,  lui ha tutto sotto controllo, è “il più bravo capocantiere d’Inghilterra”.   Ivan Locke è un uomo “arrivato” che, in quell’attimo, a quel semaforo, come fosse una “...

Conversazione con Edgar Reitz / Un mondo al di fuori del mondo

Una serie di morbidi movimenti della macchina da presa ci introduce in un villaggio nello Hunsrück (Germania occidentale) del 1842. Le immagini in bianco e nero, accompagnate dal fluire sommesso della voce di un ragazzo sprofondato nella lettura, rivelano una realtà di ordinaria miseria: un cavallo viene mollemente condotto dal proprio padrone dal maniscalco, un bimbo porta a pascolare le oche tra il fango e le pozzanghere. Improvvisamente, una voce maschile interrompe la lettura del ragazzo: è suo padre, che, dopo averlo sorpreso per l'ennesima volta con un libro in mano, scaglia violentemente entrambi, libro e ragazzo, fuori della porta di casa.   È l'inizio di Die Andere Heimat – Kronik einer Sensucht, quinta parte, ambientata nel XIX secolo, della imponente saga ideata e diretta fra il 1984 e il 2006 da Edgar Reitz. 230 minuti che vanno ad aggiungersi alle quasi sessanta ore dei primi quattro capitoli dedicati alla famiglia Simon e alla cittadina immaginaria di Schabbach, testimoni dei grandi eventi che hanno scosso la Storia della Germania e dell'Europa nel corso del Novecento. Presentato all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, Die Andere Heimat, ha costituito l'...

Alessandro Rossetto. Piccola Patria

Prima si vedono gli uomini come si sono ridotti e poi il luogo dove l’hanno fatto. Così comincia il film, prima una scena molto dura e violenta e poi dal cielo, con una zoomata manzoniana (direbbe Umberto Eco), si scende sul misterioso meteorite caduto in mezzo alla campagna veneta e attorno al quale si svolgono le storie. Proprio simile alla Kaaba della Mecca, la Torre Nera dell’Hotel multistellato Antares appare dall’alto circondata da piscine e splendidi prati pensili disseminati di chaises-longues; la si vede, in una ripresa stupenda, emergere tra distese di campi coltivati e strade trafficate e, man mano che lo sguardo si avvicina, circondata da una grande stalla.   Solitaria in un angolo, una mucca in piena attività escrementizia. Poi arrivano di nuovo gli uomini. L’attacco di Piccola Patria è molto efficace, dietro c’è una mano evidentemente salda e lucida. Il regista, Alessandro Rossetto, padovano al suo primo lungometraggio “di finzione” dopo una serie di documentari, si muove con sicurezza ancorché il tema sia quanto mai insidioso, e infatti qualche titubanza ci deve essere stata se lo...

Politiche della memoria

È una raccolta preziosa l’antologia Politiche della memoria. Documentario e archivio a cura di Elisabetta Galasso e Marco Scotini. Un’indagine riguardante le pratiche del cinema documentario, una delle tendenze più significative dell'arte negli ultimi decenni. Artisti e filmmaker hanno realizzato opere documentarie ibride, che utilizzano found footage e materiali d’archivio, vicine alle modalità narrative del film saggio e di quello sperimentale e alle pratiche performative e concettuali. Delle relazioni tra il documentario e l'ambito artistico nel contesto sociale si sono interrogati artisti e cineasti italiani e internazionali invitati alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano in un ciclo di incontri, nel corso di cinque anni, di cui il volume è la testimonianza. Incontri che cercavano di colmare una carenza di analisi di questi temi, soprattutto in Italia. In ambito internazionale sono stati indubbiamente meglio indagati in mostre (tra tutti ricordiamo dOCUMENTA 11 curata da Okwui Enwezor) e rassegne cinematografiche, anche se a livello saggistico l'analisi fenomenologica su documentario e arte contemporanea non...

Jimmy Picard, indiano delle pianure

Queste righe prendono spunto da un film – Jimmy P. – ma intendono contribuire a rendere nota in Italia la figura di George Devereux (1908-1985). Devereux è, con Henri Collomb (1913-1979) e Frantz Fanon (1925-1961), uno dei massimi studiosi di psicologia culturale e di etnopsichiatria (come si usa dire nell’ambiente francofono). A differenza di Collomb e Fanon, Devereux non è medico. Segue un percorso di studi multidisciplinare. Ispirato dallo psicoanalista e antropologo Géza Róheim (1891-1953), ungherese come lui. Il nome di Devereux è György Dobó, da Lugoj, oggi Romania, anche città natale del più noto interprete di Dracula, Bela Lugosi. Jimmy P., il film, è uscito in Italia alcuni giorni fa, regia di Arnaud Desplechin, con Benicio Del Toro, nella parte dell'indiano James Picard, e Mathieu Amalric che impersona Devereux. Si tratta della trasposizione cinematografica di un testo di Devereux, una vera e propria storia clinica, esempio di scienza della singolarità. Oggi, per imparare il mestiere della clinica psicologica, si tratta di andare al cinema. Nelle accademie dominano modelli...

Conversazione con Mario Martone / Leopardi, drammaturgo segreto

«La prima volta che ho annunciato che avrei messo in scena le Operette morali allo Stabile di Torino, nel 2011, tutti sono rimasti comprensibilmente interdetti. E quando l'abbiamo proposto ai teatri in giro per l'Italia non l'ha preso nessuno. Solo il teatro Argentina di Roma ci ha lasciato due settimane a fine maggio, facendosi, diciamo così, il segno della croce... Ebbene, alla fine lo spettacolo ha fatto il record d'incassi della stagione all'Argentina. Da quel momento in poi, con nostra grande gioia, le Operette hanno iniziato la propria vita sul palcoscenico». Così Mario Martone racconta l'esordio del suo adattamento teatrale di quello che lui stesso ha definito «un libro straordinario, un testo capitale nella cultura italiana dell'Ottocento». Un esordio che è stato anche una sfida (pienamente vinta, come dimostra il Premio Ubu 2011 per la miglior regia), e che ha portato il regista napoletano a confrontarsi direttamente con la figura di Leopardi nel film Il giovane favoloso, attualmente in fase di post-produzione. Abbiamo incontrato Martone a Locarno, in occasione de L'immagine e la parola, lo spin-off primaverile del Festival di Locarno svoltosi fra il 12 e il 15 aprile...

La paura di Lars Von Trier e il piacere di Philip Roth

Una cosa ho sempre apprezzato dei film di Von Trier, anche quando non mi convincevano: che sono l’espressione di una paura, l’ammissione di un terrore doloroso e impotente. Verso cosa è fin superfluo dirlo: la donna, ovviamente, che per Von Trier è una creatura misteriosa, inavvicinabile e impenetrabile, e dunque da provare a penetrare in ogni modo, anche il più violento. La sua ossessione nasce dall’incapacità di capire la natura del piacere femminile e in Nynphomaniac, così intellettuale e didattico, almeno inizialmente e nelle intenzioni, è evidente come Von Trier faccia di tutto per tenersi a freno di fronte al potere dell'ignoto, senza incazzarsi o cedere all’attrazione. Von Trier è il passeggero di prima classe che resiste alla ragazzina ninfomane, che oppone argomenti razionali alla seduzione meccanica, ma che alla fine cede quasi contro voglia alla sua bocca, immobilizzato dall’assalto. L'orgasmo arriva come un'esplosione sotterranea, come lo sfogo di una sensazione di terrore, l’espressione irrazionale e vigliacca di un paura lontana e animalesca, la paura del morso....

Tra Marlon Brando e Johnny Depp

Paul McCartney scende le scale con passo non del tutto certo, per andare ad accomodarsi al pianoforte. Il video è quello di Queenie Eye dal suo ultimo lavoro New. Lo studio di registrazione è quello storico, il numero due di Abbey Road. Macca non corre ormai più il rischio di citarsi addosso, anzi ha fatto dell’autocitazione una forma non banale di metafinzione creativa. Un gioco iniziato anni fa con la leggenda della sua morte che lo stesso McCartney ha brillantemente alimentato (probabilmente anche per scaramanzia) inserendo nei propri lavori divertenti indizi. E questa volta indossa almeno un paio di sandali. Primo custode di se stesso, Paul McCartney gioca brillantemente su più piani: da un lato mostra uno dei luoghi simbolo della propria mitologia, dall’altro una chioma castana improbabile per un settantenne (già cinquantenne ingrigito), allo stesso tempo ospita un gruppo di amici che casualmente stanno tutti nella stanza. Tra di loro Jeremy Irons, Meryl Streep, Gary Barlow, Tom Ford, Lily Collins e Jude Law, probabilmente quelli che ce l’hanno fatta da soli parafrasando Queenie Eye.   Farcela da soli forse...

Diversamente verdi

L'ambientalismo al cinema è spesso simile ai prodotti biologici italiani: sostiene una buona causa ma lo fa con una confezione poco attraente. Si rifà spesso ad “estetiche militanti e l'unica preoccupazione è quella di far arrivare un unico messaggio, il più direttamente e più velocemente possibile allo spettatore – spettatore che di solito ha deciso di sì, che accetterà quel messaggio, perché è già un militante: dopo i delfini massacrati, i pesticidi spruzzati senza ritegno e i polli stipati in gabbie disumane-ops-disanimali (Bananas!, Food Inc.), si gode lo spettacolo bellissimo dei ghiacciai che si sciolgono con gran tonfo, confortato da immagini che confermano le peggiori paure (e un gusto fotografico comune). Una specie di sublime al contrario, poco eccezionale perché confezionato e spedito al reparto “coscienza verde” del cinema documentario.     Ma dove è il contorno, dove sono la teoria umana e la forma? Dove sono la poesia e insomma, anche un po' di umorismo? Si piange e basta, con questo buco dell'ozono? Sembra quasi che il “...

The Grand Budapest Hotel

Se nel giudicare un regista avesse ancora senso appellarsi alla “coerenza autoriale” (tematica e stilistica), Wes Anderson avrebbe tutte le carte in regola per essere considerato uno dei maggiori cineasti viventi. Allo stesso modo, nel panorama del cinema mainstream contemporaneo, il regista texano è fra coloro che meno possono sottrarsi all'accusa di “fare sempre lo stesso film”. Le due constatazioni potrebbero riproporsi per l'ennesima volta di fronte a quest'ultimo The Grand Budapest Hotel (Gran Premio della giuria alla Berlinale 2014): capolavoro di coerenza espressiva per gli uni, esausta riproposizione di clichés per gli altri. Era impensabile tuttavia che dopo un film come Moonrise Kingdom – il quale da un lato radicalizzava lo “stile-Anderson” e insieme apriva improvvisi squarci di sofferenza autentica in quel mondo bidimensionale – tutto rimanesse uguale a prima. Certo, ci sono ancora i colori pastello, la cura maniacale del dettaglio, l'ortogonalità dei movimenti di macchina: insomma, la “firma” andersoniana. Ma ormai anche i più irriducibili avversari del Nostro dovrebbero aver capito che non di vezzi si tratta, ma di elementi sostanziali del suo cinema. Allo stesso...

L'autodocumentario Łoziński

“Credo sia un'idiozia che un regista parli al pubblico prima del suo film”. È un uomo piccolo, Marcel Łoziński, con le labbra sottili e strette, gli occhi che appena s'intravedono dietro un paio di lenti cangianti. Ma quella sottile linea di bocca tende al sorriso, uno di quei sorrisi cordiali, senza sbavature. Incontra il pubblico del 54 Festival dei Popoli a Firenze in grande adunata per la serata di apertura.   Scorre Anything can happen e il creato – nel senso di mondo – non è più lo stesso. A ben guardare non è affatto 'creato' una volta per tutte. Può arrivarvi addosso un bambino, di sei anni, mentre ne avete ottanta e vi sollazzate al flebile sole di un parco d'autunno. E travolgervi con le sue domande senza riguardo, con la sua vitalità senza direzione, guidata solo dalla propria curiosità, gli occhi spalancati al mondo, a ogni eventuale risposta, soprattutto a quelle che non comprende, che sono poi quelle che gli piacciono di più.   “Nei cineclub vidi quasi tutti i film del neorealismo italiano”, racconta Marcel nell'intervista rilasciata in...

Jalil Lespert. Yves Saint Laurent

“Era il tempo dell'audacia e dell'insolenza, era il tempo della nostra giovinezza. I Beatles venivano da Liverpool, Nureyev da Mosca, Godard dalla Svizzera e tu da Orano”: la voce che racconta è quella di Pierre Bergé, compagno di Yves Saint Laurent per cinquant'anni, autore delle Lettere a Yves scritte dopo la morte del couturier, nel 2008. L'epistolario postumo, edito da Archinto nel 2012, è il punto di partenza del film di Jalil Lespert, Yves Saint Laurent, approvato da Bergé stesso, che per la ricostruzione di un'epoca e una carriera ha messo a disposizione l'intero archivio. Il film racconta vent'anni di Yves (Pierre Niney, magro, timido, con gli occhiali, in perfetta somiglianza con lo stilista), dall'esordio come assistente di Christian Dior alla famosa collezione del 1976 ispirata ai Balletti Russi: il punto più alto della sua carriera e il punto più basso della sua esistenza, tra depressione, alcol e droga. In questi vent'anni, l'incontro fatale con Pierre Bergé (Guillaume Gallienne), carattere sicuro e granitico, che con lui fonderà la maison che cambierà...

La sigaretta di Hannah Arendt

Ma come si fa a fumare così, si chiedono i più giovani, strabiliati, all’uscita dal film. Salutisti e yoghisti, omeopatici e naturisti, più avvezzi alle canne e all’alcol che alla nicotina, il numero dei pacchetti di sigarette pare quello che li preoccupa di più. Nel film Hannah Arendt di Margarethe von Trotta, che in Italia non ha trovato un distributore, e che è uscito nelle sale solo in occasione del Giorno della Memoria, in effetti la sigaretta la fa da mattatore.   Hannah fuma sempre e dappertutto. In pubblico e in privato, da sola e in compagnia. Mentre fa lezione e mentre passeggia. Durante le discussioni con gli amici nel suo salotto newyorchese le sigarette si accendono e si spengono in continuazione, passano di mano in mano, sono i punti e le virgole del discorso. Quando è sola, distesa sul sofà, con accanto uno di quei portacenere di una volta che bastava premere e la cenere spariva, gli occhi chiusi, la mano distesa, immobile, è il fumo il suo segno di vita. Davanti alla macchina da scrivere, a ogni nuova sigaretta è una frase che inizia.   Anche nella foto in copertina del libro...

Davide Ferrario La luna su Torino

Davide Ferrario ricomincia da Torino. A ogni nuovo film del regista bergamasco, ma cittadino torinese da parecchi anni, si ha la sensazione che cambi registro, che torni al punto di partenza per un nuovo slancio. Eppure Ferrario è sempre uguale a se stesso. Possiede due registri poetici: uno serio, meditabondo, riflessivo, quasi “pesante”, e uno “leggero”, agile, veloce, rapido. Con il primo ha fatto film-documentari, che sono riflessioni sul presente e sul passato, film insieme ideologici e post-ideologici, a partire da Lontano da Roma, uno dei primi film dedicati alla Lega in anni non sospetti, o l’ultimo Piazza Garibaldi, sull’identità italiana nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità del Paese, che unito non lo è per niente, ma neppure è diviso. Cerca, scandaglia, esplora.     Con il secondo registro spiazza continuamente, da Guardami e a Tutti giù per terra, sino a questo ultimo La Luna su Torino (produzione Rossofuoco), che ritorna con un altro atteggiamento, rinnovato e più sottile, a Dopo mezzanotte, il suo film di finzione più famoso e di successo. Le due...

Un selfie con Enrico Berlinguer

Quando c’era è nel titolo, Addio è invece la prima pagina spiegazzata dell’Unità con cui si apre il film. Walter Veltroni dichiara così fin da subito nel suo primo film – Quando c’era Berlinguer – che le sue intenzioni non sono quelle del racconto, ma dell’enunciazione, della citazione. Non un ricordo di Berlinguer, intimo o politico che sia, ma la dichiarazione di una nostalgia, a tratti anche di una rivalsa tutta votata al presente. Tra i vari testimoni interpellati da Veltroni mancano solo gli esponenti della sua generazione, i suoi diretti concorrenti si potrebbe dire o ancora i suoi compagni, mancano i  cosiddetti berlingueriani. Tutti compaiono solo etichettati sotto la vaga categoria generalista dei “giovani”. E qui Veltroni compie due movimenti: in uno certifica l’azione politica di Giorgio Napolitano che oggi, a novant’anni, comunque sia regge il sistema politico; nell’altro evita di evidenziare la sconfitta di una generazione saltandola a piè pari, citando giusto qualche fuoriuscito da Ferdinando Adornato a Giuliano Ferrara per i soliti usurati birignao d’...

La grande illusione

In quanti modi si può iniziare un discorso su La grande illusione? Non ne ho idea. In ogni caso, per me può iniziare solo nel modo che segue.     Il capitano de Boëldieu (Pierre Fresnay) giace in un letto, agonizzante: si è preso una pallottola nel ventre per consentire la fuga ai commilitoni Maréchal (Jean Gabin) e Rosenthal (Marcel Dalio). L'ufficiale che l'ha colpito, il capitano von Rauffenstein (Erich von Stroheim), congedato il cappellano militare, si accosta al moribondo con aria affranta: “Vi domando perdono”. “Avrei fatto lo stesso”, risponde l'altro, “Francesi o tedeschi, il dovere è il dovere”. “Avevo mirato alla gamba...”, dice il tedesco, quasi per scusarsi. “Eravate distante, e c'era scarsa visibilità... E poi, io correvo”, replica il francese. Ma von Rauffenstein: “Non ho scusanti. Sono stato maldestro”. “Fra noi due”, riprende de Boëldieu con un filo di voce, “non sono io quello da compatire. Fra poco per me sarà finita. Ma per voi non è ancora finita”. E poco dopo, sempre sullo stesso tono: “Per un uomo del popolo, è terribile morire in guerra. Per voi e me, è una buona soluzione”. “E io l'ho perduta”, conclude l'ufficiale tedesco. Si avvicina ai due la...

Lo sguardo femminile

Bergamo discreta, piacere di provincia. Eppure il Bergamo Film Meeting, con la sua portata internazionale, si respira nella città, non solo nelle sale. I registi venuti da tutta Europa si mescolano ai cultori di cinema, ai giornalisti, agli appassionati. Una piazza è l’anima architettonica dell’evento, Piazza Libertà. Uno spazio così italiano, così fascista. Ampia e assolata, in cui le ombre delle colonne squadrate della Casa della Libertà (in origine Casa Littoria) precipitano rigando la pavimentazione di marmo bianco. E l’Auditorium è al suo interno, con la sua platea ad anfiteatro e i 298 posti a sedere. Anche i cani sono ammessi, nonostante le immancabili azzuffate pre-proiezione. Qualcuno si lamenta, “lasciateli a casa!”, ma si sente che ai più quel bailamme non dispiace affatto, il cinema d’alta qualità è per tutti.   L’ultima edizione del BFM, durata una decina di giorni, si è da poco conclusa. Quest’anno la linea trasversale della rassegna che ha legato insieme numerosissimi film e registi non è stata solo tematica, “la contorta...

The Spectre Is Still Roaming Around

“Articolare storicamente il passato non significa riconoscerlo 'come realmente è stato'. Significa impadronirsi della (sua) memoria, così come appare in un momento di pericolo […] Il pericolo minaccia sia il deposito della tradizione, sia chi la riceve. Per entrambi è uno solo e lo stesso: diventare lo strumento della classe dominante. […] L'unico scrittore della storia, capace di riaccendere la speranza nel passato, è colui che è convinto che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se egli è vittorioso. E questo nemico non ha mai smesso di vincere” Walter Benjamin, Sul concetto di storia, 1940 La più diffusa logica culturale post-comunista celebra la caduta della cortina di ferro come “la vittoria finale della democrazia moderna sui suoi nemici totalitari”. Il processo politico di transizione iniziato dopo il 1989 nei paesi dell'Europa post-socialista, interpretato come la conservativa resistenza all'Ovest liberal-democratico contro un inequivocabile modello di modernità, è stato, da una sola parte, la nostra, osservato come l'allineamento dall'...

Essere Dirk Bogarde

Diventò famoso nel 1950, come il bastardo che, all’uscita di un cinema, aveva sparato al tenente Dixon, il bravo poliziotto di quartiere che tentava di redimere più che reprimere i giovani delinquenti. Il film s’intitolava I giovani uccidono (The Blue Lamp), ebbe un successo enorme ed era diretto da Basil Dearden, un regista che se ne intendeva di “problemi sociali” (tra il secondo dopoguerra e i primi anni Sessanta affrontò più volte il tema del disadattamento giovanile, come quelli della discriminazione razziale, della questione irlandese, del fondamentalismo religioso, dell’omosessualità).   Il bravo “bobby” George Dixon era interpretato da Jack Warner: ucciso a metà film, sarebbe stato presto resuscitato come protagonista di una fortunatissima serie televisiva, Dixon of Dock Green, 432 episodi da 30 e 50 minuti prodotti dalla BBC e andati in onda dal 1955 al 1976 (nelle ultime serie, quando Jack Warner aveva più di ottant’anni ed era poco credibile in servizio attivo, Dixon fu mandato in pensione e utilizzato come collaboratore dell’Intelligence della Polizia). Il...

Lettera a Robert Lachenay

Ricordiamo François Truffaut a trent’anni dalla sua morte con le sue stesse parole. Doppiozero pubblicherà ogni mese una lettera da Autoritratto. Lettere 1945-1984 (Correspondance. Lettres recueillies par Gilles Jacob et Claude de Givray, 1988) pubblicato da Einaudi nel 1989 a cura di Sergio Toffetti, con contributi di Marco Vallora e Jean-Luc Godard “Nel corso della nostra vita, noi diventiamo tante persone differenti, ed è proprio questo a rendere così strani i libri di memorie. Una persona, l’ultima, si sforza di unificare tutti i personaggi differenti” François Truffaut     Nel luglio del 1950 François Truffaut è un giovane reporter, collabora con varie riviste e vive con frenetica eccitazione le sue giornate parigine tra nuovi incontri e storie da raccontare. Tuttavia si sente irrisolto e depresso sia dall’artificiosità del suo lavoro sia dal logorante amore per Liliane Litvin, una giovane cinefila conosciuta alla Cinémathèque un sabato pomeriggio, corteggiata anche da Jean Gruault e Jean-Luc Godard. In questa lettera all’amico Robert Lachenay (che ispir...