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Cinema

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Pascal Plisson. Vado a scuola

Parlare di educazione significa anche ragionare sulle possibilità di accesso all'educazione. Lo fa con passione il regista francese Pascal Plisson nel documentario Vado a scuola, mettendo in luce il percorso fisico e geografico che i piccoli protagonisti devono affrontare ogni giorno per arrivare a scuola, nei più svariati angoli del pianeta.     Nell'opera di Plisson non si discute di politiche educative, di scolarizzazione, di conflitti religiosi, sociali o famigliari, di discriminazioni di genere in ambito educativo, della società e della cultura di cui sono intrisi i protagonisti, ma si mettono a fuoco solamente la grande determinazione e la volontà di sapere che i bambini, provenienti da famiglie molto povere e residenti in comunità rurali o remote, condividono. La scuola che i quattro eroi devono  frequentare è molto lontana e ogni giorno, perfettamente coscienti del rischio, pur di arrivare in aula si imbarcano nell'avventura, affrontando un andata e ritorno denso di ostacoli e barriere.     Jackson vive in Kenya e con la sorella percorre ogni mattina quindici chilometri in...

Sofia Coppola. Bling Ring

Paris Hilton, quando esce per andare ai party, lascia le chiavi di casa sotto lo zerbino. Una scoperta folgorante che chi non ha visto Bling Ring, il nuovo film di Sofia Coppola, rischia di non fare mai.   Novanta minuti che raccontano uno storia vera, che Sofia ha pensato di rendere sceneggiatura dopo aver letto, su Vanity Fair, un articolo di Nancy Jo Sales, The Suspects Wore Louboitins (I sospetti indossavano Louboutin). I sospetti, poi condannati, sono un gruppetto di adolescenti, che ossessionati dallo style delle non più giovanissime starlets di Hollywood, organizzano incursioni per rubare beni di lusso nelle loro case. Il bottino complessivo non è proprio quello di una bravata: oltre tre milioni di euro in scarpe, borse, vestiti, gioielli, orologi e contanti. Tra le vittime Paris Hilton, Orlando Bloom e Rachel Bilson. La banda, ribattezzata dai media The Bling Ring, cercava su internet gli indirizzi dei vip e colpiva quando i malcapitati erano impegnati in imperdibili appuntamenti mondani.     La prima cosa che colpisce è la facilità con cui questi cinque sventatelli si intrufolano nelle case di vetro, che costellano...

Gianfranco Rosi. Sacro GRA

Il mito, per essere tale, deve fare torto alla realtà. È anzi suo preciso compito librarsi sopra la sostanza dura e netta della quotidianità strappando quei fili che poi ritesse in un corpo nuovo, ignaro della frammentarietà di composti cui deve le origini. “Sacro” dunque è il Grande Raccordo Anulare di Gianfranco Rosi, non luogo, ma Immaginario dove si depositano le istintive produzioni della mente riguardo la nostra idea di periferia romana, perché solo nei termini di viaggio mentale Sacro GRA può mantenere le originarie residue istanze documentaristiche. La realtà non c'entra, benché non si voglia qui credere possibile suggerire tanto facilmente i parametri del vero: certo è però che manca qualsiasi indizio di complessità del racconto e della descrizione.     A scuola durante le lezioni di italiano viene solitamente insegnato che esistono due modi di elaborare discorsi. Il primo, il periodo paratattico, predilige l'uso di coordinate – parti che possono anche stare da sole, semplicemente poste una accanto all'altra senza alcun rapporto di...

Emma Dante. Via Castellana Bandiera

Ci sono molti aspetti interessanti nell’esordio alla regia cinematografica di una regista di teatro attiva da almeno un quindicennio, acclamata all’estero, controversa ma di sicuro molto popolare in Italia, con una carriera fatta di alti (ricordo alcuni anni fa uno studio su Vita mia in un centro sociale a Palermo: la violenta fisicità degli attori, la netta impressione degli spettatori di essere di fronte a un dolore reale, vivo, che occupava letteralmente la scena) e di bassi (qualche anno dopo Cani di bancata: grande successo di pubblico, ma decisamente troppo didascalico).   Sono molti gli artisti, da Roberta Torre a Emma Dante allo stesso Cuticchio, per citare solo i più noti, che hanno – per scelta o per naturale elezione – scelto di far base in una città che oltre ad essere un vero coacervo umano è anche il luogo di cui si nutre la loro immaginazione. D’altra parte, cos’è l’immaginazione senza il luogo da cui nasce? Emma Dante, per esempio, è il direttore artistico di uno spazio, La Vicaria, “privato, autogestito, autofinanziato, indipendente, aperto, instabile,...

Ron Howard. Rush

Ecco un film davvero godibile, dal primo all'ultimo minuto. E non sono pochi: 123 di cinema americano classico, equilibrio perfettamente sincronizzato di elementi di pura eccellenza. Ron Howard firma un grande film, decisamente uno dei suoi migliori.   Grande merito va allo sceneggiatore Peter Morgan, uno che ha cominciato a farsi conoscere collaborando alla stesura di The Last King of Scotland, ha proseguito firmando The Queen con Stephen Frears e ha incontrato Ron Howard con Frost/Nixon. Questo dopo una bella gavetta di scrittura televisiva.     Insomma: quando si dice la professionalità, una cosa che qua in patria abbiamo un po' perso di vista e che, quindi, stupisce sempre un po'. E quando si dice la scrittura.   Morgan non perde un colpo, la sua sceneggiatura è una macchina da guerra, fa tic tac. Così perfettamente tagliata da poter risultare algida. Forse. Ma Howard la infiamma col fuoco della passione che nutre per i suoi personaggi. E per i suoi attori. Daniel Bruhl e Chris Hemsworth sanno di avere per le mani il ruolo di una vita e non perdono l'occasione. Decisamente non se la lasciano...

Sophie InTreatment

Ecco perché non mi ha mai convinto fino in fondo il lavoro di Sophie Calle, nonostante, nessuno lo nega, l’interesse e i meriti. Mi è sempre rimasto un che di amaro in bocca e alcune sue opere mi sono sembrate francamente fuori registro per un’artista così intelligente ed esperta. La ragione emerge in me come per caso alla fine della 41a puntata della prima serie di InTreatment, il serial televisivo (edizione americana) con lo psicoterapeuta, che vedo ben cinque anni dopo.    L’unico caso che si risolve positivamente, quello di Sophie (che caso!), si conclude con il saluto del terapeuta che dice alla ragazza: “Abbi cura di te”. Una battuta naturale e scontata, si dirà, ma non è proprio questo ciò a cui deve giungere una terapia riuscita, a far sì che l’analizzato arrivi finalmente ad aver cura di se stesso?   Si ricorderà che è la stessa battuta di congedo che titola l’opera famosa della Calle, presentata in pompa magna alla Biennale di Venezia del 2007 e l’anno seguente alla Bibliothèque Nationale di Parigi (stessi anni di InTreatment),...

Wong Kar Wai. The Grandmaster

Ci sono film che vengono da lontano, che hanno il passo cadenzato dei classici, che ai classici guardano e il classico incarnano. The Grandmaster è uno di quelli, a lungo pensato e sognato da Wong Kar Wai, realizzato in un arco di tempo molto ampio, montato e rimontato in mille versioni (ne esisterebbe anche una di quattro ore che nessuno comunque vedrà mai, mentre la copia distribuita nei cinema da ieri è dieci minuti più corta di quella vista lo scorso febbraio alla Berlinale), atteso e agognato da festival e spettatori cinefili di tutto il mondo.     
E per cosa, poi? Per un film di arti marziali, un wuxiapian, la biografia di un maestro di kung fu, Yip Man, che avrebbe avuto tra i suoi allievi anche Bruce Lee… Ammettiamolo, qui in occidente non ci si strappa i capelli per il cinema di arti marziali, a meno di essere appassionati del genere o del cinema asiatico in generale. Per di più, su un piano prettamente cinefilo, lo stesso Wong aveva già affrontato il genere wuxiapian in uno dei suoi capolavori degli anni ’90, l’incredibile film-ufo (cioè uguale a poco altro visto prima e dopo) Ashes...

Tavoli | Davide Ferrario

Si tratta di una vecchia scrivania in ferro degli anni ’30, di sicuro scartata da qualche ufficio ministeriale. Il piano d’appoggio color vinaccia è rivestito della similpelle di quegli anni. E’ il tavolo di lavoro di un regista, naturalmente, e dei suoi  collaboratori: ce lo raccontano i tre Mac, uno dei quali posizionato non di fronte alla poltroncina ma ad una sedia, la piccola videocamera Sony, i tre hard disk esterni, capaci di memorizzare una quantità impressionante di terabyte. Attorno a quel tavolo, dopo il passaggio di Ferrario al digitale, sono stati montati tutti i suoi film dell’ultimo decennio. C’è anche molta carta, fogli sparsi, un taccuino di appunti dalle pagine celesti, già, perché una cosa che spesso si dimentica del mestiere del regista è che si scrive molto, si scrive sempre. Sparsi sui fogli tre dispositivi telefonici, un cellulare e due cordless. Sulla destra sotto una pila di cd di Daniele Sepe, s’intravede la copertina di “Camera Work” di Alfred Stieglitz, una raccolta della storica rivista di fotografia di inizio 900 pubblicata di recente in America....

Atelier d’estate / 4

Downtown Abbey in cambio di The Killing, The Bridge in cambio di The Newsroom: le serie televisive si scambiano come figurine, accendono discussioni, permettono identificazioni, diventano un sottotesto comune del globale. Esercito l’inglese, mi preparo al viaggio in Danimarca, intanto guardo Borgen (in danese con sottotitoli). La mia amica attiva in politica non ne vuole sapere, teme che per lei sia troppo realistico, la mia amica giornalista ne ha già discusso in redazione, in coppia si rischia il litigio, perché la serie parla dell’arte del possibile, la politica, e di quella impossibile, il rapporto tra i sessi.   Quello che in questo caso fa la differenza è che il politico protagonista non è il tradizionale lui, ma un’affascinante e capace lei: Birgitte Nyborg (Sidse Babett Knudsen), leader del Partito moderato che diventa, a sorpresa, primo ministro. In Danimarca – quarto paese al mondo per il tasso di partecipazione politica femminile – una cosa del genere è capitata davvero, infatti dal 2011 è premier Helle Thorning Schmidt.     Gli episodi (in italiano su LaEffe) hanno il...

Mauro Santini. Attesa di un'estate

“E' un piccolo film”, mi dice Mauro Santini prima che inizi a vedere il suo splendido Attesa di un'estate (frammenti di vita trascorsa), presentato al Festival di Locarno nella sezione Fuori Concorso. Che cosa lascia intendere questa frase? Col tempo, mi sono fatto l'idea che anche un film di un minuto possa presentare complessità tali da sovrastare l'opera omnia di qualunque Autore canonizzato (lascio qui lo spazio che il lettore potrà riempire, inserendo chi preferisce). Dunque, è possibile che non esistano “piccoli film”, anche se somigliano – come questo – a un diario, a un journal intime. Per chi abbia un poco dimestichezza con i film realizzati da Mauro Santini, Attesa di un'estate (frammenti di vita trascorsa) non aggiunge nulla che già non sappia. O forse sì, perché questo film rende ancora più semplice, leggi diretto, il suo approccio verso le cose filmate. Per una volta, ad esempio, immagine e suono viaggiano sincrone, vanno di pari passo. Per chi debba invece ancora scoprire i lavori di questo filmmaker marchigiano, rimandiamo alla serata che Fuori Orario dedicher...

Paolo Rosa: inventare e costruire

Mi arriva un sms di Antonio: “Hai saputo della brutta notizia?” Quale notizia? “Paolo Rosa... Corfù... Un infarto, forse...” Ma era alla Biennale a luglio, e pochi giorni fa ha firmato l'appello per salvare Piazza Verdi a La Spezia...     Invece in questa sgangherata fine agosto se n'è andato uno degli artisti italiani più importanti e innovativi degli ultimi anni. Come anima della factory milanese di Studio Azzurro (fondato nel 1982 insieme a Paolo Cirifino e Leonardo Sangiorgi), Paolo Rosa era già entrato nella storia dell'arte, insieme a Nam June Paik e Bill Viola, perché è stato tra coloro che meglio e più approfonditamente hanno sperimentato le possibilità estetiche, comunicative e interattive delle nuove tecnologie. Con Giorgio Barberio Corsetti, Studio Azzurro ha realizzato uno degli spettacoli chiave degli ultimi decenni, Camera astratta (1987), che aveva insegnato, per esempio, che un essere umano è alto più o meno tre monitor da 24 pollici; e che il “qui e ora”, che fino a quel momento aveva caratterizzato lo specifico  del...

Pippo Delbono. Sangue

Nell'era dei megabudget, Pippo Delbono pratica una cinematografia low cost: “Faccio l'attore di cinema per produrre i miei film... Che non sono low budget, ma zero budget”, e sottolinea l'origine ligure. L'attrezzatura? Un telefonino con obiettivo ad alta definizione e una telecamera da poche centinaia di euro: “L'uso del cellulare non è un dogma, o un'ideologia. Mi serve per cogliere quei momenti di intimità in cui ci togliamo la maschera. La bellezza del cinema sta in questi momenti straordinari.” Con il suo telefonino, è stato l'unico a filmare l'acciaieria Thyssen-Krupp dopo la strage del dicembre 2007 e ha inserito la sequenza nello spettacolo che ha dedicato all'episodio, La menzogna (2008).     La troupe si riduce a Pippo Delbono, regista, direttore della fotografia, operatore, speaker e attore  di pellicole come Amore e carne (2011, premio della giuria a Nyon-Vision du Réel) e Sangue (2013): il film è stato accolto con interesse al Festival di Locarno e travolto da un'ondata di panico morale sui giornali italiani, perché nel film compare...

Jacques Rancière. Politica dello spettatore

In un testo recente, il filosofo e sinologo François Jullien ha provato ad argomentare una distinzione tra i concetti di “differenza” e “scarto” che può essere utile anche per comprendere l’utilizzo del termine in questo libro. Se la differenza si arrocca su una posizione di difesa di un’identità, in funzione della quale stabilisce un sistema chiuso che prende le distanze da ogni altro sistema di paragone, lo scarto tende invece a valorizzare i poli del confronto, ponendoli in uno stato di tensione che prova a evidenziare le potenze di entrambi e che disfa il concetto stesso di identità. Il vantaggio dello scarto consisterebbe pertanto nel creare uno spazio di articolazione che è precisamente uno spazio “tra”: tra le discipline, tra i contesti, tra le culture.     Per il lettore di Rancière tale distinzione richiama immediatamente l’importanza strategica che il cinema riveste nella sua filosofia, che vede nella specificità non specifica del cinema il trionfo del regime estetico delle arti, e cioè quel regime di identificazione dell’arte che a...

The Conversation: né libertà né sicurezza

“Un popolo che rinuncia alla libertà per la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”. Benjamin Franklin non aveva dubbi sulla scelta che gli Stati Uniti avrebbero dovuto compiere: la sicurezza, se implica il sacrificio della libertà, è un vantaggio a cui dire “no grazie”. Le recenti rivelazioni di Edward Snowden sul Prism, il programma di sorveglianza elettronico segreto dell'Agenzia di sicurezza nazionale americana, oltre a mettere in crisi l'amministrazione Obama, ripropongono il problema della compatibilità di sicurezza e libertà. Un popolo spiato è un popolo libero? No, non lo è. E sospettarlo o scoprirlo non migliora le cose, anzi, può farle deflagrare. Lo sa bene la celebre coppia origliata da un grande Gene Hackman nel film del 1974 di Francis Ford Coppola, “The conversation”.     Il film sceglie la prospettiva degli “spioni”, e in particolare quella di uno specialista in intercettazioni, Harry Caul, in preda a una profonda crisi di coscienza. L'intercettatore Caul sopravvive al suo lavoro non ponendosi domande su...

Santo Genet della Fortezza

Qualcuno, entrando nel carcere di Volterra durante il festival firmato da Armando Punzo, avrebbe potuto credere che la prigione fosse un luogo luminoso, di creatività, perfino di gioia, e non quella fossa della nostra società, quello specchio delle nostre paure e dei nostri fallimenti che è. Il festival Volterrateatro, che celebrava venticinque anni di quotidiano lavoro in carcere di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza, è stato ambientato quasi interamente tra le mura dell’antico castello-penitenziario mediceo.     I cortili separati da grosse sbarre sono stati trasformati in luoghi teatrali e ribattezzati spazio Dalì, spazio Brecht, spazio Artaud, spazio Kafka, spazio Leopardi, spazio Genet. Dalle 15 del 23 luglio alle 21.30 del 26 in essi si sono succeduti spettacoli teatrali, di poesia, di musica. Ogni giorno si iniziava con la nuova creazione di Punzo, quest’anno con più di cinquanta detenuti attori in scena, Santo Genet Commediante e Martire, e si proseguiva con alcuni dei più bei nomi della scena italiana.     Danio Manfredini con Incisioni alla Fortezza ha...

Il dubbio che mette in ombra Stoker

Hollywood. Due registi che hanno profondamente innovato il cinema del proprio paese giungono carichi di belle speranze. C’è un film da girare. Nel 1943 il regista era un Alfred Hitchcock poco più che quarantenne, già al sesto lavoro americano in tre anni dal suo arrivo e il film è Shadow of a Doubt (L’ombra del dubbio). Nel 2013 Chan-wook Park gira Stoker, esplicitamente ispirato al film del maestro del brivido. Stoker non è un remake. La sceneggiatura è scritta dall’attore protagonista della serie Prison Break, Wentworth Miller, e la casa di produzione è la Searchlight Picture, la divisione indipendente della 20th Century Fox.     Il fil rouge è la comparsa di uno zio torpido e seduttivo, che spunta dal nulla a stravolgere i pensieri della nipote adolescente. Mentre Stoker punta molto sullo sconvolgimento ormonale, il film di Hitchcock cresce al ritmo stuzzicante de La vedova allegra, che risuona nella mente della nipote Carla, come un tarlo, un indizio, un presentimento. Ne L’ombra del dubbio non c’è morbosità. C’è la malizia di una ragazza...

Ri-Make: Nuovo Cinema Maestoso

L’entrata è un anonimo cancello di metallo affacciato su Corso Lodi, alla sinistra del vecchio ingresso principale, tuttora sbarrato. Oltre c’è il cortile, costeggiato dall’imponente struttura senza finestre dell’edificio; pochi metri più avanti le uscite laterali della sala, lasciate semiaperte, da cui si riescono già a intravedere nella penombra lunghe file di poltroncine rosse. Eccomi, finalmente, dentro il cinema Maestoso di Piazzale Lodi, ribattezzato “Ri-Make” dai gruppi di studenti e cittadini che l’hanno occupato il 18 Giugno: 1346 posti tra platea e galleria, affacciati su quello che nel 1975 era uno degli schermi più grandi di Milano.     Non fosse per lo striscione sulla facciata, qualche cartellone pacifista lungo la cancellata e la bancarella che vende libri nel cortile, sembrerebbe che nulla sia cambiato dal giorno in cui ha chiuso i battenti, il 22 Luglio 2007. Il cartellone dell’ultimo film in programmazione, Spiderman 3, resta immobile sopra alla cassa; tutto è come congelato. “Quando siamo arrivati c’era persino qualche pop corn sulla...

Che cinema vogliamo stasera?

Negli ultimi mesi abbiamo contattato alcuni dei partecipanti alla scorsa edizione di cheFare. Siamo interessati a capire cosa stanno facendo dopo l'esperienza del bando e come si stanno evolvendo i loro progetti. Oggi riportiamo un'intervista con due di loro, La scheggia e Collateral, due realtà che hanno proposto progetti, per alcuni versi simili e complementari, sulla fruizione di film e spazi per il cinema: Cinematic e Myffy. L’associazione culturale La scheggia si occupa di portare il cinema in ogni tipo di luogo: dagli spazi aperti, ai bar fino alle sale cinematografiche meno utilizzate. Collateral promuove e produce progetti e iniziative per l’innovazione e la trasformazione dei linguaggi multimediali, in collaborazione con istituzioni, università, musei e centri di ricerca. Sono note a tutti le condizioni di salute in cui versa la nostra industria cinematografica e anche lo stato dell'arte per quanto riguarda le sale non è roseo. In molte delle nostre città tanti dei cinema storici e prestigiosi hanno già chiuso i battenti. Un'emorragia che non sembra arrestarsi tanto facilmente. Questi due progetti, che sono...

Judd Apatow. Questi sono i 40

“E vissero felici contenti”: di solito è così che finiscono le storie d’amore nelle favole o nelle commedie romantiche. Dopo aver attraversato mille peripezie, dopo essere passati per i dubbi e le incertezze, dopo aver superato anche l’ultimo ostacolo, i due innamorati possono finalmente congiungersi nell’idillio della propria vita insieme. Fine della storia. Anche quando la fine è tragica per i due innamorati, è l’eternità del proprio sentimento che in definitiva viene celebrato nelle grandi storie romantiche. Di che pasta sia fatta questa eternità tuttavia non ci viene detto e i contorni dell’infinità dell’amore – perché l’amore per definizione, non può che essere infinito – vengono lasciati nel vago. Il cinema, così come la letteratura, hanno sempre avuto più facilità a raccontare il momento dell’innamoramento, del colpo di fulmine: quando la scoperta dei corpi e l’intensità dell’incontro scompaginano la piatta riproduzione dell’esistente. Non ci viene forse detto sempre così? Che l’...

Calin Netzer. Il caso Kerenes

Uno dei maggiori luoghi comuni sul cinema è che nei film non esistano tempi morti. Nel caso fosse una verità accertata non si saprebbe cosa fare della parte di noia presente in tante opere cinematografiche, noia intesa come eterna aspettativa di una non ben definita azione che entri in scena movimentando le acque. Non che lo spettatore medio crucciato in poltrona debba vedere le proprie ragioni confutate da una completa assoluzione delle parti più difficili di un racconto, ma ciò non sottintende che abbiano origini casuale. Certamente talvolta non c'è altro che il nulla nel tentativo di riempire le fondamenta di un'idea già scarsa di suo; ma se invece vi si scorge del significato, non si può buttare tutto alle ortiche per colpa di una ricezione frustrata.     Se, per esempio, si volesse scavare nella quotidianità dell'essere umano fino a portarne alla luce tutti i più controversi aspetti, un primo risultato possibile sarebbe la nausea di rivedere in terza persona quella stessa personalità quotidianità che fa dire di tanto in tanto,“mi piace andare al cinema per...

Il cinema al tempo delle GIF

Quando mi capita di riaprire una conversazione di Skype e trovo che le faccette inviate in quella precedente sono ancora lì ad ammiccare, come se non avessero mai smesso di farlo, mi coglie un vago senso di inquietudine. Quello che mi turba sempre un po’, nelle animazioni GIF, ha probabilmente a che fare con questa istantanea impressione di eternità: la loro struttura che si svolge e riavvolge attorno a un brevissimo loop, a volte contratto fino a una vibrazione prolungata, uno sfarfallio. E, insieme, il loro ilare automatismo, la loro beata indipendenza da qualsiasi nostro gesto di attivazione: le GIF si sottraggono al controllo offerto dal digitale, che ci consente di arrestare, alterare, plasmare la durata di ciò che riproduciamo: apri un link e sono già lì. Ad agitarsi. Da sempre.   A qualcuno piace caldo (Billy Wilder, 1959)   Il .gif (Graphics Interchange Format) è un formato per immagini digitali inizialmente molto diffuso in internet, grazie alla qualità che garantiva la sua compressione: se il .jpeg l’ha ormai surclassato come standard per le immagini di definizione medio-bassa, il .gif ha fatto fortuna soprattutto componendosi in sequenze di immagini contenute...

Terrence Malick. To The Wonder

Dopo The Tree of Life e il clamore mediatico legato al film, dopo la Palma d’oro, le discussioni, le difese a oltranza, gli attacchi divertiti, le urla al capolavoro o alla bufala, le disquisizioni sulla deriva estetica di un autore o sulla sua grandezza inimitabile, dopo tutto il baccano suscitato da un regista noto anche per la sua ritrosia (poche apparizioni pubbliche, cinque film in quarant’anni di carriera), tutto ci si poteva aspettare da Terence Malick tranne che se ne arrivasse immediatamente con un altro progetto.   E invece così è stato, e insieme a To the Wonder, presentato lo scorso settembre alla Mostra di Venezia e solo ora distribuito nelle sale, Malick ha annunciato altri due progetti, a quanto pare già terminati e pronti per uscire nei prossimi due anni. Forse proprio per questo, però, per andare in controtendenza rispetto all’andamento di una carriera e alla mitologia artistica creatasi con gli anni di silenzio e di attesa, To the Wonder si è offerto fin da subito come un potenziale fallimento, una specie di instant movie indesiderato e pronto a smitizzare da sé una delle filmografie pi...

Storie di immagini / Controtempi

Un uomo corre sulla terrazza dell’aeroporto di Orly; è colpito da uno sparo, si torce in uno spasmo violento, muore sotto gli occhi di un bambino. È il celebre inizio de La Jetée, il ciné-roman del 1962 di Chris Marker, composto di fotogrammi fissi su cui una voce traccia l’arco della narrazione. Ciò a cui assistiamo è un cortocircuito temporale: il bambino e l’uomo ucciso, tornato da un distante futuro per compiere il suo destino, sono lo stesso individuo. Nell’istante in cui il presente folgora l’immagine esso è già passato, è già ricordo, simultaneamente prologo ed epilogo della storia. L’uomo e il bambino sono sospesi in un paradosso tragico che stringe e proietta la sua ombra luttuosa su un’intera esistenza, futura e già trascorsa. Il passato non torna per redimere il presente, né per fornirgli un senso – sembra dire Marker – ma per obbligarlo a iniziare da capo, per impedire un’alternativa: quella immagine, quel trauma, all’infinito.   Chris Marker, La Jetée, 1962   Nella stessa modalità traumatica – l’impensabile ripetizione di un’assenza –, lo psicologo-cosmonauta Kris Kelvin reincontra in Solaris, il film del 1972 che Andrei Tarkovskij trasse dal romanzo...

Ernst Lubitsch. To Be or Not to Be

E poi succede che Vogliamo vivere!, tornato in sala settantuno anni dopo (grazie a Teodora!), realizzi nel primo fine settimana di programmazione la seconda media per copia (cioè l’incasso diviso per le sale in cui è stato distribuito), alle spalle solo di Una notte da leoni 3 (sic!). Fermandosi a riflettere ci sarebbe da esultare, far festa, lasciarsi andare. Perché il capolavoro di Lubitsch è un classico, perché è un film intramontabile, perché l’effetto nostalgia richiama ancora folle di cinefili (meglio se d’antan) in sala e perché in fondo il bel cinema invecchia come il buon vino? No! Sbagliato! Scordatevi i luoghi comuni, le tirate da salotto borghese e gli slogan da pagina culturale dei quotidiani nazionali. Vogliamo vivere! non c’entra niente con tutto questo, Vogliamo vivere! è un film immortale che non ha nulla a che vedere con il passato inteso come modello, esempio di classicità o prototipo apodittico della settima arte da celebrare in maniera aprioristica. No, Vogliamo vivere! è un film che va considerato in quanto tale o, meglio ancora, quale esemplare senza tempo...