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Critica e curatela / Muri e idee a Short Theatre

La critica delle arti performative intesa come atto censorio, come pettine tra i cui denti bloccare nodi interni alle opere, aggrovigliati da ipotetici, generici ‘dover essere’, appare a molti ormai un esercizio intellettuale ed estetico superato, fatta forse eccezione per il teatro di repertorio più conservativo. Le ragioni di questa inefficacia sono diverse. La prima e più evidente è nello stato dell’arte: la gamma amplissima delle nuove forme è tanto ardua da racchiudere fosse anche solo in labili confini tassonomici, che quel ‘dover essere’ si smarrisce in una polverizzazione delle categorie di giudizio, così frastagliate da rischiare di coincidere in numerosità con le opere stesse – occasione di crisi, ma crisi feconda. Occorre anche aggiungere che nel teatro e nella danza contemporanea, accanto alla problematizzazione dello statuto autoriale, si è prodotto da tempo uno stallo dello statuto di opera, che non ha più i caratteri del monumentum, dell'oggetto definitivo, storicizzabile nel momento stesso in cui esce al mondo, e si è ridotta (in senso letterale, spaziale, non di valore) a tentativo, a proposta, a sfida anche radicale e persino violenta, ma in bilico, protesa. Il...

Altre visioni a Coltano / Animali Celesti per un canto alla follia nei boschi

Prima di tutto il canto dei grilli. Sotto i pini, “nell’utero della notte”. Poi immagini di primavere seccate, di orchi che offrono la pancia al gioco dei bambini, donne violate dal nostro guardare voyeuristico, dal nostro desiderare, e da un’altra parte la luna in ciel del pastore errante di Leopardi, e un cercarsi, dirsi, mangiarsi, ansimarsi degno del Cantico dei cantici, “io capriolo e tu cerbiatta”. E cavalli nella notte, placidi, grandi, come apparizioni, come calmanti delle ansie notturne generate da Pandemia, e cani illuminati da lucine di fiera, sempre sotto i pini, i lecci, tra i cespugli, con canti d’uccelli notturni. Figure immobili, di re regine profeti e profetesse, in trono o spodestate, di martiri, splendenti solitarie misteriose icone, attori e persone decretate “matte” da qualche dolore della vita, rifulgenti come presenze àncora in spettacoli caleidoscopici.   Oracoli in/versi, ph. Michele Lischi. Provo a sintetizzare così due giorni vissuti a Coltano, presso una villa medicea da dove – si dice – Guglielmo Marconi lanciò il primo segnale radio fino in America, ai margini della tenuta presidenziale di San Rossore, Pisa, già immersi nella meravigliosa...

Negazioni sistematiche / Perché dicono di no

Desiderio   Esistono i desideri umani ed esiste la realtà. L’impossibilità di farli coincidere è forse il più antico tema comune fra le letterature, che offrono un sollievo metafisico a quella permanente impossibilità. Spesso, esaudire i desideri è così arduo da parere addirittura indesiderabile. La modernità, con la laicizzazione e l’enorme crescita delle conoscenze, aveva offerto però qualche risposta. Freud aveva detto molto chiaramente che la civiltà comporta sempre una repressione degli istinti: tra il principio di piacere e quello di realtà bisogna trovare un equilibrio. Nel secolo XIX l’istinto sessuale, in particolare quello femminile, era stato troppo represso, producendo isteria e nevrosi. Il progresso portato da Freud, più che in una soluzione consisteva nella consapevolezza. Dopo di lui, niente è più stato come prima. Durante tutto il secolo XX, quantità e tipo di attività sessuali non hanno fatto che liberarsi e crescere. Col Secolo XXI, una nuova, poco attesa svolta. I giovani invertono la marcia e rinviano i primi rapporti sessuali. Hanno difficoltà a sapere cosa desiderano. Sanno che l’omosessualità non è più proibita: ma prendono tempo per capire se sono...

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

I premi / Venezia 78. Avere cura del buio

L’Évenément, di Audrey Diwan (Leone d’Oro Miglior Film); È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino (Leone d’argento – Gran premio della Giuria); Il Buco, di Michelangelo Frammartino (Premio Speciale della Giuria). Le tre opere celebrate dai premi più prestigiosi di Venezia 78 sono molto diverse; eppure da strade, stili e sguardi distanti realizzano tutte proprio quello che Frammartino, mentre riceveva il suo premio, ha dichiarato di aver fatto: aver cura del buio. Ognuno dei tre film scava, dissotterra, restituisce linguaggio, forma, luce a ciò che era stato oscurato. Proverò a parlare di questi lavori tenendo presente che nessuno di essi è stato ancora distribuito – uno dei pochi film veneziani in sala è quello, bellissimo, di Martone, Qui rido io. Fermerò dunque alcune coordinate possibili di un paesaggio che si potrà arricchire ricominciando, finalmente, ad andare al cinema. L’Évenément L’Évenément, l’evento, è tratto da uno dei libri migliori della scrittrice francese Annie Ernaux (tradotto da Lorenzo Flabbi e uscito in Italia per l’Orma). È stato scritto tra febbraio e ottobre 1999, rielaborando la memoria dei fatti e del dolore intorno a un evento accaduto quasi...

Viaggio in due scene d’estate / Tenebre luminose. Il Lemming e le Albe

Tradurre la luce in musica sembra essere l’ardua sinestesia che accomuna due lavori teatrali molto differenti che hanno calcato le scene d’estate. Il primo è Ante lucem del Teatro del Lemming, ispirato all’opera da camera Sette romanze su poesie di Aleksandr Blok di Dmitrij Šostakovič, replicato alla 17esima edizione del festival Opera Prima di Rovigo (5-6 settembre). Il secondo lavoro è Siamo tutti cannibali di Roberto Magnani, una riscrittura del romanzo Moby Dick di Melville. Prodotto da Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, lo spettacolo ha debuttato al festival Crisalide di Forlì (26 agosto) e replicato a Operaestate di Bassano del Grappa (28 agosto), i quali hanno anche collaborato alla genesi dello spettacolo. Per una felice coincidenza, la musica è protagonista incontrastata di entrambi i lavori per due ragioni. La prima è la più concreta. Sia Ante lucem che Siamo tutti cannibali prevedono un dialogo serrato tra artisti e musicisti. L’andamento procede, dunque, per rifrazioni reciproche tra testo e melodia, senso e suggestione fonica. In Ante lucem, il dialogo avviene tra un gruppo di attori, che recitano le poesie di Blok o con le parole o con azioni fisiche, e un ensemble di...

Giochi / Trampoli: volo e vertigine

Che cosa perde la Gatta Cenerentola fuggendo dal terzo ballo di gala? E cosa indossa il Gatto che percorre a passo di corsa le terre di Francia? E chi sono quelli «ncappa a le mazze» che strappano il riso a Zoza, figlia del re di Vallepelosa, in Lo cunto de li cunti? E perché al tempo di Caino, dopo una gran mangiata di nespole cresciute col sangue di Abele, come racconta Rabelais, crebbero ventri, spalle, coglioni, nasi, orecchie e gambe, tanto che «a vederli li avreste detti aironi o gru o gente che va sui trampoli»? La risposta a questi strani interrogativi si trova in Trampoli (Titivillus, 1997), libro scritto anni fa da un giovane uomo di teatro, Tommaso Correale Santacroce, oggi insegnante di teatro d’animazione e di marionette a Fiando di Milano.   Se più di venti anni fa non fossi andato a trovare Giuliano Scabia, teatrante, scrittore, poeta, nonché allora docente al DAMS di Bologna, grande amico da poco scomparso, non lo avrei mai letto. Il laboratorio di Scabia, allora conservato sulle colline fiorentine, a Colle Ramole , era (e ancora è a Firenze) come la grotta di Alì Babà: oltre agli indispensabili strumenti di lavoro, ci trovi libri di cui non hai mai sentito...

4 settembre 1896 - 4 settembre 2021 / Antonin Artaud: Messaggi rivoluzionari

“… la danza / e di conseguenza il teatro / non hanno ancora cominciato ad esistere”. Sconvolgente era leggere questa frase nella prefazione di Jacques Derrida a Il teatro e il suo doppio di Antonin Artaud. Il libro, pubblicato in Italia nel 1968, proprio in quell’anno, con la traduzione di un fine intellettuale come Guido Neri, da me acquistato nel 1973, ora giace nella mia biblioteca con la copertina strappata, pieno di segnature, chiose e foglietti di carta con appunti. Leggere Artaud non è facile, sebbene il suo pensiero – divergente, fuori da ogni canone, esoterico, folle se volete, in cerca di una metafisica della materia e di un corpo senza organi, di una danza alla rovescia e di un teatro della crudeltà – sia penetrato nel dna del nostro teatro e soprattutto della nostra cultura.   Non solo in quella alternativa degli anni sessanta e settanta, intrisi di esperienze eterodosse che cercavano di ricomporre la scissione della società alfabetizzata, scientifica e scientista, di riportare mente e corpo alla radice dell’umano, nel rito, in un’unione di vita e azione, vita e arte, con un teatro capace di contagiare come la peste, di farsi cosa, esperienza, e non solo...

Festival d’estate / Le nuove voci di Short Theatre

Undici giorni di spettacoli dal 3 al 13 settembre in due sedi principali, la WeGil, ex sede di epoca e architettura fascista della Gioventù italiana del littorio, e alla Pelanda-Mattatoio, più varie incursioni in altri luoghi. “Short Theatre – si legge sul sito – è il festival di arti performative che dal 2006 a Roma ricompone i segni del mutevole paesaggio dello spettacolo dal vivo. Una comunità temporanea che si rinnova ogni anno intorno ai percorsi artistici provenienti dalla scena nazionale ed internazionale: spettacoli, performance, installazioni, incontri, concerti e dj set. Una lente con cui interrogare i linguaggi che cambiano, immaginando nuove affinità, oltre i confini disciplinari, generazionali, geografici e culturali”. Quest’anno il festival, ideato da quell’arcipelago mutevole che è Area 06, ha una nuova direttrice artistica, Piersandra Di Matteo. L’abbiamo intervistata insieme a Francesca Corona che l’ha preceduta in questo incarico e l’ha affiancata nella cura di questa edizione.   La prima domanda a Francesca Corona: perché avete sentito l’esigenza di un avvicendamento alla direzione? FRANCESCA CORONA: Short Theatre dalla sua fondazione ha potuto contare...

Tocatì / A che gioco giochiamo

  Gioco, autonomia e dipendenza Considerando la circolarità tra autonomia e dipendenza nello sviluppo e nella costruzione dell’esperienza, non solo sfumano le differenze tra bambini e adulti, ma anche quelle con gli altri mammiferi e soprattutto con i primati. Un fattore regolatore e accomunante è con tutta evidenza il gioco. Osservando i bambini molto piccoli emergono gli sconfinamenti, nei giochi di approssimazione e di costruzione del legame sociale, tra divertimento e aggressività, tra socializzazione ed esclusione. Nonostante i rischi di separatezza e specializzazione, in tutto l’arco della vita il gioco si propone come dialogo intergenerazionale e interculturale. Attraverso il gioco si creano rituali e zone franche, si consolidano le relazioni fino a irrigidirsi in forme settarie, si producono forme di esclusione e inclusione. Come accade quotidianamente nella vita organizzativa, dove i giochi di potere caratterizzano le relazioni, lasciando emergere opportunità di elaborazione e mitigazione delle ansie, o accentuandole come nei processi di mobbing e di minorizzazione ed esclusione delle donne o dei più fragili. Attraverso il gioco, insomma, si decostruiscono...

Le storie che curano / James Hillman, il peso dell’anima

In Le storie che curano, ripubblicato ora da Raffaello Cortina con una nuova Prefazione di Luigi Zoja, Hillman, in modo coerente con tutto il suo impianto filosofico e clinico, ripone la psicoterapia con le sue pratiche e ritualità dentro uno stile narrativo correlato a un’attività più estetica e poetica che scientifica.    L’efficacia terapeutica passa attraverso i fili sottili della narrazione con le storie immaginative che ci raccontiamo e riraccontiamo all’infinito. Zoja nella Prefazione scrive che “l’analisi aiuta il paziente non perché restituisca alla sua vita un ordine interpretativo, ma perché le dà un ordine narrativo”. Per Hillman leggere Jung, Freud, Adler per la loro immaginazione, dove appunto si situa il potere terapeutico delle loro cure, può portare lo scrittore a riporre fiducia nell’efficacia terapeutica delle sue narrazioni. Per guarire l’anima dalla sua condizione prosaica dobbiamo avvicinarla al fare poetico (poiesis), una condizione di fondamentale importanza non tanto per fuggire la realtà ma per poterla immaginare diversamente soprattutto attraverso vite non vissute. La terapia diventa quindi la forma massima di riscatto di quel mondo immaginale...

Un libro di Simon Baron-Cohen / Autismo e creatività

Chiunque andrebbe giudicato per quello che può fare, non per quello che non può fare. O per dirla meglio, come sicuramente faceva Albert Einstein: “Tutti sono geni, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un albero, si passerà la vita credendo che sia stupido”. Simon Baron-Cohen insegna Piscologia e Psichiatria all’Università di Cambridge, dove dirige anche il Centro di ricerca sull’autismo, e a I geni della creatività ha dedicato uno studio e un volume pubblicato in originale lo scorso anno e tradotto da Raffaello Cortina da pochi mesi, con ciò confermando la tempestività e il sicuro interesse della collana “Scienza e Idee”, fondata dal mai abbastanza compianto Giulio Giorello.   La tesi che Baron-Cohen prova a dimostrare, come l’autismo guida l’invenzione umana, compare già nel sottotitolo in copertina (come era già nel testo originale, How Autism Drives Human Invention) ed essendo l’autore uno dei massimi esperti a livello mondiale della condizione autistica, è una tesi che va considerata con grande attenzione e, certamente, il libro merita di essere letto e conosciuto. Non ultimo, giacché è corredato da due utili appendici. Nella prima, rispondendo...

26 luglio 1940 - 23 agosto 2021 / Jean-Luc Nancy: il pensiero del corpo

Jean-Luc Nancy è morto. Aveva ottantuno anni. Non riesco a scrivere queste righe senza pensare al primo incontro con lui, e anche ai successivi. Era venuto all’Università Statale di Milano per una conferenza. Aveva parlato a lungo e a lungo aveva risposto alle domande degli studenti. Teneva accanto a sé un bicchiere e una bottiglia d’acqua. Sorseggiava incessantemente. Una parola, un sorso d’acqua, una parola, un sorso d’acqua. Un’infinita disponibilità strappata a un’infinita arsura. Mi spiegò poi che lottava con le conseguenze di un trapianto di cuore che gli aveva regalato una seconda vita. Gli aveva regalato, insieme all’immunosoppressione necessaria al trapianto, un tumore, che riusciva a tenere a bada faticosamente. Anche qui, strano nodo, una seconda vita che scontava a ogni passo una minaccia, e forse viveva a ogni passo di quella minaccia. Quella sete incessante era il sintomo di questa sua condizione.   Stava scrivendo un libro, sull’esperienza del trapianto. Lo intitolò poi L’intruso. Tentava di portare al concetto, come diceva il suo amato Hegel, quello che gli era capitato: il cuore di un altro piombato improvvisamente al cuore del suo corpo. Il cuore di un’altra...

Dal Festival di Salisburgo / Castellucci: Don Giovanni, ovvero il principio di divisione

Riportiamo, per gentile concessione degli autori, la conversazione tra la dramaturg Piersandra Di Matteo e Romeo Castellucci, regista del Don Giovanni di Mozart presentato come spettacolo di punta del Festival di Salisburgo. Doveva essere realizzato nel 2020 per festeggiare i cento anni della manifestazione, ma la pandemia ha fatto sì che fosse rimandato. Il debutto dello spettacolo con la direzione musicale di Teodor Currentzis è avvenuto il 26 luglio 2021, salutato da una lunghissima, infinita standing ovation del pubblico. Le recite continuano fino al 20 agosto. L’intervista che segue è stata pubblicata sul libro programma del festival. Qui potete leggere il cast completo.   Ph. di Monika Ritterhaus. PIERSANDRA DI MATTEO: Tra fine ‘800 e inizio ‘900 l'opera di Mozart è sottoposta a una profonda revisione critica. È il momento in cui si apre una disputa sul Don Giovanni: c’è chi sostiene la sua appartenenza all’ambito dell’opera comica e chi, al contrario, ne ribadisce l’ispirazione tragica. Il dibattito nato intorno al "dramma giocoso" mozartiano è il riflesso della complessità straordinaria di quest’opera. Come interpreti l’ambiguità intrinseca al linguaggio musicale...

Condividere la malattia / Il farmaco esistenziale

Nadia Toffa, inviata e conduttrice del programma televisivo “Le Iene”, rivelò di avere un tumore l’11 febbraio 2018. Da quel giorno iniziò la sua ricerca quotidiana di riconoscimento identitario attraverso i vari social network. Sì, di questo si è trattato: della ricerca di un nuovo riconoscimento identitario connesso a un’esperienza con una vita più profonda e complessa, distante dalle prevalenti rappresentazioni che siamo soliti assorbire sulle piattaforme mediatiche.  Sappiamo che le basi identitarie si costituiscono e si sviluppano primariamente se ciò che veicoliamo nel mondo, con le nostre diverse espressioni, viene riconosciuto senza riserve e con sguardo ammirato. Vediamo noi stessi negli occhi di chi ci guarda. La prima questione è quindi di ordine identitario. E ciò che dovrebbe essere normale – perché la malattia, anche nelle sue forme di estrema tragicità, possiamo considerarla un normale fattore esistenziale – a livello collettivo viene invece sovente nascosto, rimosso, negato o condannato.    Ciò che manca è la ricerca di un farmaco dell’esistenza capace di conciliare le parti (dentro e fuori di noi) in favore di qualcosa di infinitamente più grande,...

3 agosto 1932 - 5 agosto 2021 / Laura Lepetit. Una vigile svagatezza

«Davanti ai libri mi sento come un cane da tartufi. Li cerco col naso, ne sento l’odore, capto i segnali che mandano e batto il terreno con il muso tra i cespugli.»    Queste parole, che compaiono in un volumetto di rara eleganza governato dal principio a lei così caro dell’understatement, Autobiografia di una femminista distratta (Nottetempo, 2016), sono un autoritratto folgorante di Laura Lepetit.  Mancata il 5 agosto scorso, Laura è stata una delle figure di intellettuale politico più interessanti degli ultimi cinquant’anni italiani. Chissà che adesso non si riconosca finalmente e pienamente il ruolo che la sua paziente pratica femminista ha avuto nella trasformazione ancora incompiuta della mentalità chiusa, conservatrice, patriarcale della società italiana e di tanta sua intellighènzia.    Laura Lepetit presenta Il cuore del polpo di maria Teresa Boffo insieme all'autrice. Fu lei nel 1975, opponendosi con testardaggine e audacia alla radicalità politica di Carla Lonzi e di altre compagne del suo gruppo di autocoscienza, a volere un’impresa editoriale femminista. Invece di “stare fuori” dall’agone culturale, criticandolo dai margini, decise di...

La violenza: un fatto complesso / Vendetta e delirio

Il libro di Arianna Barazzetti, Complessità della violenza, uscito da poco per Mimesis, è il risultato di una serie di percorsi di ricerca sulla violenza realizzati in Cile, in Brasile e in Italia: la violenza di un golpe, la violenza nelle miserie della favela a Rio de Janeiro, la violenza che emerge dal lavoro clinico nelle carceri del nostro paese. Si tratta di un testo teorico impegnativo, denso e ben articolato, di quasi quattrocento pagine. Dalla lettura emerge un primo nodo fondamentale: la violenza non riguarda i soggetti in quanto isolati, ma un clima; qualcosa che appartiene sempre a una comunità oppure a un’istituzione sociale. Nelle democrazie, la violenza dovrebbe essere vietata ai cittadini perché monopolio delle forze dell’ordine e delle forze armate, dovrebbe essere esercitata solo in caso di estrema necessità, ma questo non accade. Non c’è paese democratico in cui singoli o gruppi di esponenti della polizia non commettano abusi, o non vi siano gruppi, non riconosciuti o semi-riconosciuti, che non scorrazzino armati, come nelle mafie locali, negli squadroni fascisti della morte, tra le guardie della rivoluzione, nel ku-klux-klan o altre simili aberrazioni...

Viaggio nelle scene d’estate #4 / Emma Dante, Armando Punzo, Archivio Zeta: spazi oltre il vuoto

Ricominciare. Ripulire tutto e provare a disegnare nell’assenza un nuovo mondo. Andare oltre. Questa mi sembra la cifra dei tre ultimi spettacoli che racconto da festival e rassegne estive. Pupo di zucchero di Emma Dante, giustamente acclamatissimo al Festival di Avignone, dopo il debutto a Pompei lo abbiamo visto nell’arena shakespeariana di Teatro Due a Parma con il suo spazio nero tutto mentale, un viaggio in una memoria che si fa presenza incombente di vite passate abbordanti, incalzanti, invadenti con dolcezza e violenza. Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza ha presentato Naturae. La valle dell’annientamento III quadro come sempre nel cortile del carcere mediceo di Volterra trasformato in un’abbacinante scatola geometrica bianca, segnando con i suoi detenuti attori e collaboratori un’altra tappa di un cammino, che persegue da qualche anno, oltre l’umano, oltre le viltà, i delitti, i ruoli che ci incatenano alla realtà, alla ricerca di un altro mondo più vivibile.   Sulla collina dell’Osservanza che domina Bologna Archivio Zeta ha presentato Il volto, episodio conclusivo di un viaggio nelle polifonie di Dostoevskij. L’ha disteso nello spazio reale, nel pratone...

Un libro di Maddalena Mazzocut-Mis / Teatro, mito e conflitto

Il volume di Maddalena Mazzocut-Mis Teatro da leggere. Mito e conflitto (Le Monnier, 2020), come dice il titolo, è teatro senza scena, senza attori e senza pubblico. Sembrerebbe una contraddizione. Si sa, la parola teatrale – almeno quella che nasce come un sogno letterario nell’intimità di una stanza – aspira a diventare realtà nelle voci e nei gesti delle persone in carne e ossa che si esibiscono in uno spazio fisico. Anche i testi di Maddalena Mazzocut-Mis, in effetti, sono nati per la rappresentazione (e peraltro sono andati in scena più volte), tuttavia a un certo punto della sua carriera l’autrice ha ritenuto necessario destinarli appositamente alla lettura, invitandoci a fruirne in modo silenzioso e privato, un modo diverso da quello abituale.   Per inquadrare al meglio la specificità del volume bisogna considerare che dietro le opere teatrali di Mazzocut-Mis (Teatro da leggere ne raccoglie dodici tra quelle scritte nel corso di più di un decennio) c’è un lungo percorso di studiosa, che ha all’attivo numerosi libri dedicati ai problemi dell’estetica. La riflessione e la ricerca, nel metodo compositivo dell’autrice, precedono la creazione vera e propria. Quando la...

Cinque storie vere / Silvia Ferreri, Le cose giuste

All’inizio di questo luglio strano, afoso e temporalesco, mi sono imbattuta in un libro interessante, Le cose giuste, di Silvia Ferreri. Un’opera breve e sensibile, con un taglio marcatamente femminile. Le cose giuste è composto da cinque racconti, che narrano storie vere, che hanno come protagoniste cinque donne diverse ma in parte simili tra loro. Potremmo definirlo un lavoro di reportage dal momento che la Ferreri, che non a caso nasce come giornalista, ha investito moltissimo tempo in telefonate, incontri, mail e videochiamate per confrontarsi con le protagoniste dei suoi racconti. Le ha conosciute e frequentate, hanno scavato insieme in ricordi e riflessioni. Un lavoro immersivo, sicuramente doloroso per le intervistate, che diventano coautrici del libro mettendo coraggiosamente il proprio vissuto al servizio della narrazione. Le cinque protagoniste hanno alle spalle storie difficili, si ritrovano di fronte a dilemmi etici rispetto ai quali è complesso prendere delle decisioni. Si scontrano con situazioni estreme con cui tutti in qualche modo potremmo venire a contatto, ma che ci sembrano totalmente insolite e lontane dal nostro routinario vissuto quotidiano.   Marisa ed...

Un libro di Oliviero Ponte di Pino / Teatro futuro

Mentre la curva dei contagi da Covid-19 tende a risalire e, purtroppo, pare ci si avvii oramai verso una quarta ondata pandemica, si fa strada il sospetto che quelli che stiamo vivendo non siano tempi ‘eccezionali’, neanche per il teatro. Il libro del giornalista, critico teatrale e programmatore culturale Oliviero Ponte di Pino Un teatro per il XXI secolo (Franco Angeli, 2021), “scritto di getto durante il lockdown tra il 20 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021” (come spiega l’introduzione), offre uno sguardo accelerato e ‘a mosaico’ sugli ultimi vent’anni di cultura scenica, su pratiche artistiche e riforme di settore, su mutazione dei linguaggi e grandi rivolgimenti socio-politici. Lo fa, appunto, “riavvolgendo il nastro” e scegliendo di illuminare solo alcuni “fotogrammi-chiave”, che possano restituire il senso di un avvicendarsi – nel panorama teatrale italiano e, in minima parte, anche europeo – di differenze e particolarità, tanto dei percorsi individuali quanto degli orizzonti collettivi.   Se a dominare il dibattito teatrale durante le chiusure dell’anno scorso sono state riflessioni, polemiche e interrogazioni sulla liveness, ovvero sul valore che potevano avere le...

Viaggio nelle scene d’estate #3 / Santarcangelo 2050: nella mutazione

Di Santarcangelo 2050, seconda puntata del festival del cinquantenario diretto da Motus, solo alcuni sprazzi. Il programma, immenso, disegnava un “Futuro fantastico”, come si leggeva con lettere al neon collocate su un margine del pratone detto “nellospazio” dove si svolgevano parecchi spettacoli: un futuro di mutazioni. E il primo oggetto registrato come mutante è proprio il teatro, trasformantesi in clip, video, interventi musicali, performance, laboratori, giochi, dichiarazioni e azioni militanti, contaminazioni con altri linguaggi e rituali, come ormai avviene da decenni nelle scene più inquiete. Una mutazione per provocare a entrare in tempi complessi. In sostanza il programma si rivela un bombardamento di oggetti vari, multipli, insinuando il sospetto di un certo horror vacui e della necessità di stipare tutto quello che è saltato a causa dei vari lockdown.  Noi qui abbiamo scelto di isolare qualche piccolo tesoro, per non farci travolgere, per non ridurre a consumo retrospettivo, a flusso indistinto, la radicale concentrazione che l’arte può indurre. Per provare a trasformare pochi spunti (forse anche perché siamo invecchiati, noi che scriviamo) in meditazione. (Ma. Ma...

Campania Teatro Festival: una mostra e due apparizioni / Da Napoli a Sansepolcro. Per un teatro in levare

Distese di prati all’inglese e lunghi viali in mezzo al bosco accolgono gli spettatori in fuga dal caos violento della ripresa e dall’arsura cittadina nell’incantevole Parco di Capodimonte: è questo il primo “spettacolo” della quattordicesima edizione del Campania Teatro Festival (fino a un anno fa Napoli Teatro Festival). Già l’anno scorso, causa pandemia, la rassegna aveva finalmente abbandonato i teatri, cominciando a (ri)aprirsi alla città. Quest’anno si è definitivamente spostata nelle varie location del Real bosco che per secoli ha ospitato regnanti e nobiltà partenopea. Il festival come sempre ha la durata di circa un mese (giugno-luglio), con un programma fittissimo di prosa, letteratura, musica, una sezione “Osservatorio” quasi notturna, la scena internazionale calendarizzata a settembre, una serie di mostre e istallazioni a ingresso gratuito. Tra queste, ci annotiamo Bestiario Teatrale che per la prima volta ha raccolto parte degli oggetti della carriera ultraventennale di Emma Dante.   Nel refettorio del Convento di San Domenico Maggiore, le luci sapienti di Cesare Accetta illuminano una sorta di terra santa rettangolare da cui spuntano reperti scenici: la prua e...

Il mental coach di Matteo Berrettini / Stefano Massari: o vinci o impari

Stefano Massari è il mental coach di molti atleti, il più noto dei quali è Matteo Berrettini. E Matteo Berrettini è il primo tennista italiano ad aver raggiunto la finale di Wimbledon. Ma cos’è un mental coach? L’espressione può sembrare vicina all’orrendo universo del “motivazionale”, quel complesso di manuali, pratiche e seminari sviluppatosi dentro una sottocultura manageriale capace di tradurre ogni forma di vita in potenziale profitto.   Sport come milizia, come mobilitazione sociale. Un’antica visione, sostenuta dalle culture militari, condivisa dagli autoritarismi e poi traslocata – con nuovi obiettivi – nella modernità produttiva. Durante la seconda guerra mondiale fu il generale McArthur a parlare così delle attività sportive: sul terreno delle nostre contese amichevoli viene gettato il seme che, in altri tempi e in altri luoghi, genererà il frutto della vittoria.    Niente a che vedere con Massari né con il suo “O Vinci o Impari” (Solferino). Qui lo sport riguarda il costante solitario dialogo con il proprio corpo, come raccontano i campioni nel libro. Matteo Berrettini: quando giochi sei straordinariamente vicino solo a te stesso. Simone Ruffini,...