Il tuo due per mille a doppiozero

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Memoria

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La pozza del Felice / Il tempo immobile della montagna

Per la maggior parte dei lettori un libro di narrativa è riconoscibile nella misura in cui semplicemente racconta storie, qualunque sia il genere.  Una storia e poi un paesaggio: che sia stanza, città, paese o foresta ma occorre un paesaggio per dare una concreta fisicità al muoversi della storia. E naturalmente, come sottofondo imprescindibile, un romanzo o un racconto sono sempre anche una scansione del tempo. Che sia ad esempio la forma dilatata e sensoriale secondo l’eccellenza proustiana o quella metafisica, labirintica e folgorante della lezione borgesiana con in mezzo e di lato tutte le possibili varianti, è lungo la scansione del tempo che si muovono le storie, i protagonisti e le comparse... che si muovono le parole.   È lo sviluppo temporale, un minuto, un’ora, un secolo che regge la trama, che racchiude un inizio e una fine. È il tempo che scandisce e dilata la narrativa, è sempre la dimensione temporale il convitato silenzioso presente in ogni pagina. Questo almeno da un punto di vista generale, visto cioè attraverso le aspettative e le abitudini del lettore. Eppure tra i diversi possibili generi, la narrativa di montagna sembra essere qualcosa che pur...

Contro l'impegno / Walter Siti, il Bene in letteratura

L’ultimo libro di Walter Siti, di cui Paolo Landi ha già parlato su queste pagine, ha avuto un notevole riscontro, come del resto lasciava presagire la provocatoria titolazione Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura (Rizzoli). Benché composto da una serie di articoli già editi, l’insieme ha la coerenza di un intervento organico: un pamphlet che ha come bersaglio la concezione «riparativa» della letteratura, la letteratura intesa come rimedio o farmaco contro i mali della società, che di questi tempi sembra conoscere una certa fortuna. Molti scrittori si comportano come se il fine del loro scrivere fosse la diffusione di buoni principî, la denuncia delle ingiustizie, la promozione dei diritti dei deboli e degli oppressi, il Bene, appunto; e il valore letterario, di conseguenza, verrebbe ad essere misurato dall’efficacia pratica, terapeutica, dei libri. Tale, secondo Siti, il «neo-impegno» che circola in questi anni. Ma la letteratura è un’altra cosa.    Difficile dargli torto. E vale la pena di notare il modo in cui Siti argomenta: se l’impianto del discorso è programmaticamente polemico, si tratta però di una polemica rispettosa, in cui non si ravvisa...

Il caos da cui veniamo e L'estate che sciolse ogni cosa / Tiffany McDaniel, la serie Tv fatta romanzo

Prendi una buona quantità di trascendentalismo, aggiungi una dose di puritanesimo, cospargi sopra della genuina wilderness che negli Usa sta bene su tutto e spruzza un po’ di realismo magico di marca latinoamericana: ecco Tiffany McDaniel, astro emergente dell’Ohio (quindi America profonda: della provincia ad avanzamento ridotto) che in Italia osserviamo meglio con la lente del “gotico rurale”, dal titolo di un libro di Eraldo Baldini che ha fatto da apripista a un genere al quale contenuto e specificazione hanno anche dato Niccolò Ammaniti e la “scuola di Bologna”, da Carlo Lucarelli in avanti. La formula è sempre quella: il bosco dei misteri arcani, il remoto villaggio delle coscienze ottuse e in mezzo tanto sangue di vittime innocenti e sacrificali. Se poi il modello integra elementi razziali, magari virati dal lato dei pellerossa, che non a caso nella McDaniel diventano dalla pelle scura, il prodotto noir e splatter è completo anche dei fattori tipici della cultura americana. O quasi, giacché manca ancora il più classico degli eccipienti: il demoniaco.   È un fatto che all’orizzonte di un autore americano si stagli a diverse distanze il campanile di Salem, attorno al...

Altri mondi / Quando la Terra aveva due lune

Difficile mantenere uno slancio prometeico dopo aver letto Quando la Terra aveva due Lune di Erik Asphaug. Per quanto si possa coltivare, denunciare o magari giustificare la hybris di homo sapiens, l’avventura in questa “storia dimenticata del cielo notturno” eccede ogni possibile scala nella percezione del tempo e dello spazio. È tremenda e terribile, nel senso dell’epica e delle tragedie antiche.  Si pensi al Sole, una stella benigna, come la racconta Asphaug, che "durante i suoi primi milioni di anni" ebbe sporadici eccessi di iperattività e che poi, molto convenzionalmente, "ha continuato ad emettere la luce e il calore a un tasso relativamente costante per 4,5 miliardi di anni". Ma non sarà benigna per sempre. "Tra cinque, sette miliardi di anni" inizierà il Ragnarok, il caos finale. Il Sole diventerà una gigante rossa e nell’arco di qualche milione di anni si espanderà inghiottendo Mercurio, Venere e forse la Terra, quindi collassando e perdendo nello spazio metà della sua massa. A quel momento (!) la Nube di Oort festeggerà la sua personale liberazione e si ricongiungerà con le comete sorelle. E già, perché il sistema solare esterno, quello oltre l’orbita di Giove, è...

23 maggio 1956 / Andrea Pazienza torna a Bologna

La casa dove abitava Andrea Pazienza è sulla via Emilia, nella periferia ovest di Bologna. Rispetto a come l’aveva disegnata lui, in una tavola de Gli ultimi giorni di Pompeo, diverse cose sono cambiate: al posto del bar sotto casa c’è un centro estetico, e dove una volta c’era un cinema (a luci rosse) ora c’è una banca, una delle tre che circondano l’edificio. Il traffico che sfreccia sulla strada forse è un po’ meno frenetico, ma siamo pur sempre sulla via Emilia. Da qualche anno il Comune ha messo una targa per ricordare che qui visse l’artista Andrea Pazienza, ma siamo troppo lontani dal centro perché questo luogo possa diventare una meta per turisti o per aficionados del fumettista. Del resto non c’è molto da vedere. Ecco perché la mostra Andrea Pazienza. Fino all’estremo, che si svolge dal 7 maggio al 26 settembre a Palazzo Albergati, nella centrale via Saragozza, è un po’ un ritorno per il fumettista che legò il suo nome al capoluogo emiliano fin dal suo esordio, Le straordinarie avventure di Pentothal, una specie di cronaca onirica della Bologna del ’77.   La locandina della mostra. La mostra arriva in un momento particolare per la città. Non solo perché è una...

Diario (5) / Il furto delle ossa di Dante

Chi la conosce la storia delle ossa di Dante? Di come furono abilmente trafugate e nascoste dai frati della basilica ravennate di San Francesco, in una notte del 1519, per non consegnarle alla delegazione del papa Leone X e dei fiorentini che volevano riportarle in patria? La vicenda ha il sapore di un thriller politico-religioso, con risvolti burleschi: i francescani contro il Vaticano! I francescani ladri delle ossa! Delle “brave persone”, così li definiva sogghignando mio padre, divertendosi e divertendomi nel raccontarmene la storia, quando ero poco più che un bambino.    Storia che cominciava così: a metà del Trecento, Firenze e Ravenna nutrono verso il poeta sentimenti opposti, per la prima Dante rimane un fuorilegge, la seconda lo venera come lo scrittore che ha onorato la città con la sua presenza. Le copie della Commedia circolano ormai in tutta Italia, e sono diverse le famiglie fiorentine che apprendono di avere un amico o un parente relegato “all’inferno” da quel nemico della patria. Come perdonarlo? Si tenta di cancellare la memoria del “traditore”, ma invano. La fama di Dante cresce: a 40 anni dalla morte, Boccaccio scrive il Trattatello in laude di Dante,...

Atlante dei luoghi con storie dimenticate. Foglio 01 / Il bambino conficcato nella neve

“Vergine Santa! Dov’è il bambino?”. Il carro avanza in silenzio nella neve che attutisce i rumori. Una luce plumbea lo avvolge illuminando le prime case di Gozzano e il colle sul quale sorge la basilica di San Giuliano, dove padrino e madrina portano il neonato dei coniugi Alliata per il battesimo. Il bambino in fasce è adagiato su un cuscino cerimoniale stretto ai lati da un nastro, come si usava nella seconda metà dell’Ottocento. Dopo la cerimonia il gruppo fa ritorno, sostando ogni tanto nelle osterie del paese per scaldarsi e festeggiare. Tornati a casa, padrino e madrina si accorgono che il bambino non è più nel cuscino. Disperati tornano sui loro passi e lo ritrovano conficcato verticalmente nella neve. Era scivolato cadendo in piedi. Nel punto esatto in cui era caduto nella neve gli Alliata erigono una cappella votiva per grazia ricevuta.   Edicola Alliata a margine della Strada Provinciale 229 (coordinate GPS 45.73968664506187, 8.438756199242874). L’infiggersi verticale nel cielo dal quale proviene la neve e al tempo stesso nella terra sulla quale si è steso il suo manto è un’immagine rara e insolita di un mito diffuso a ogni latitudine: la proiezione del cielo...

Una conversazione con Jamil Hilal / Che cosa sta succedendo in Palestina?

Maria Nadotti: Che cosa sta succedendo esattamente in Palestina? I media occidentali, prigionieri di uno schema interpretativo ‘prudente’ e a dir poco obsoleto, ripetono luoghi comuni che non fanno luce sul presente e non si sbilanciano sul futuro.   Jamil Hilal: Quello che succede oggi in Palestina, e con questo intendo l’intera Palestina, quale esisteva ed era così chiamata prima della fondazione di Israele nel 1948 sul 78% di quel territorio, è, in parole povere, un’insurrezione contro un regime coloniale e di apartheid. La rivolta è iniziata all’inizio di questo mese con la protesta di alcune famiglie contro lo sfratto forzato dalle loro case a Gerusalemme (Shieck Jarrah). A queste si sono aggiunti coloro il cui il diritto di preghiera nella moschea di Alqsa era stato interdetto dall’esercito e dai coloni israeliani. I palestinesi che abitano in Israele (e hanno cittadinanza israeliana) si sono uniti alla rivolta in solidarietà, quando coloni e fanatici ebreo-israeliani di estrema destra hanno incominciato ad attaccarli per il semplice fatto di essere palestinesi. L’insurrezione si è estesa all’intera Cisgiordania (West Bank), che è attualmente colonizzata da più di 750...

Tre libri sui ghiacci / Polar Body Apocalypse

Per alcune culture native del Grande Nord americano i sogni ricorrenti hanno a che fare con il luogo della propria morte. Una roccia prominente, una sorgente, un angolo di foresta: non li hai mai visti prima, poi, all’improvviso, quello spazio ignoto comincia a sembrarti famigliare, c’è qualcosa di intimo, ecco sì, adesso lo riconosci, e proprio in quel momento muori. Da quando l’ho appreso so che il luogo della mia morte sarà una proda artica, sabbiosa, lambita da acque increspate dal vento, l’erbacotone che ondeggia, non c’è nessuno lì con me, non c’è quasi niente se non i colori desaturati della terra, del mare, e il rumore del vento nell’abisso di un mondo senza Dio. Se dovessi ammalarmi vedo quel luogo come la migliore eutanasia. Se dovessi salire verso l’Artico per scrivere un libro o anche solo per andare a vedere, so che sarebbe un viaggio di sola andata, riconoscerei quella spiaggia che ho sognato così tante volte, e morirei. Così non ci vado per il momento e, come è accaduto e accade a milioni di altre persone, mi lascio violare dalla febbre del ghiaccio in modi più domestici e metonimici, come una camminata sotto i seracchi della Tribolazione a Valnontey, o contemplando...

Il Čechov di Morganti / Festino in tempo di peste

“Tutto era musica, il modo di alzare e posare i piedi, certi movimenti, il modo di correre e di star fermi, di aggrupparsi, le loro combinazioni di danza quando, per esempio, uno posava le zampe anteriori sulla schiena dell'altro e poi si allineavano (…) o quando strisciando col ventre quasi per terra formavano figure intrecciate e non sbagliavano mai.” Così scriveva Franz Kafka in uno dei suoi ultimi racconti, Indagini di un cane, nato dall'impressione che gli aveva suscitato il grande e povero teatro della compagnia yiddish guidata da Jinizchak Löwy. Tutto è musica, quasi nello stesso modo – cani a parte – in Le nozze di Čechov che Claudio Morganti ha portato in scena al Fabbricone di Prato con gli attori del Gruppo di Lavoro Artistico del Met; e lo è fin dal primo momento, quando, facendo scricchiolare il silenzio come la giuntura di un vecchio armadio, Roberto Abbiati si presenta sul proscenio, gli occhi sgranati, il volto lunare da clown esposto al pubblico, e ingaggia con un malandato contrabbasso a cui è rimasta solo una corda uno dei suoi dialoghi borbottati alla Mac Ronay. Poi sale sul podio sistemato sulla destra della scena, rassegnato one man band chiamato a...

Artpod / Exploring materials | Evgeny Antufiev

“Ero ancora un piccolo feto nel ventre di mia madre quando le persone paurose cominciarono a chiedere di me: tutti i figli partoriti da mamma fino a quel momento erano di traverso ed erano venuti al mondo morti. Non appena mamma si rese conto di aspettare un bambino, quel bambino che un giorno sarei stato io, disse a coloro che abitavano con lei: “Ora porto di nuovo in grembo un feto che non diventerà una persona”. Chi parla è Aua, lo sciamano della tribù degli Iglulingmiut di Iglulik. Le sue parole sono state raccolte da Knud Rasmussen, esploratore delle zone artiche, all’inizio degli anni Venti del Novecento. Lo sciamano assume su di sé il compito di mediare tra la tribù e gli spiriti che presiedono alle attività venatorie. Per fare questo deve superare una serie di prove iniziatiche. Una delle più importanti consiste nel separarsi dal proprio corpo, liberarsi della carne e vedere lo scheletro al di fuori di sé. Solo così potrà rinascere e ritornare in possesso dell’identità di uomo e salvare chi è malato o in pericolo. Se si guardano i personaggi di stoffa allestiti da Evegeny Antufiev, e in particolare quello assiso in cima a un mucchio di stoffe adagiate in un angolo della...

Un grande film di Hu Bo / L'infelicità regna in Cina

Qualcuno cita su facebook un film di Hu Bo, pseudonimo di Hu Qiao, me l’ero perso. An elephant sitting still è di quattro anni fa, bello, ci trovo una Cina allo sbando. Un ragazzo e l’impossibilità di vivere in famiglia con un padre pessimo, al capo opposto un anziano che il genero vuole portare in una residenza assistita: vendendo la sua casa ne compreranno una più piccola in un quartiere emergente, la nipotina andrà a una scuola prestigiosa. Sullo sfondo una Cina in costruzione e decostruzione, o in manutenzione endemica, tra calcinacci, grattacieli e ascensori pericolosamente in degrado. Quando il ragazzo se ne va di casa viene attaccato da un bullo a scuola, e si viene a sapere che la scuola chiuderà: finirete a vendere frutta e verdura per strada, profetizza il direttore. Avanza glaciale, disperato più degli altri, il devastato capo banda, la tragedia di un amico è causa sua, e siamo solo agli inizi di un film straordinario di tre ore e quarantaquattro che dalle nostre parti sarebbe stato una miniserie, tanti personaggi che si alternano e quelli che vengono abbandonati già ci mancano, e sappiamo che finiranno per incrociarsi, dal trentesimo piano si butta l’uomo che trova la...

Sociologia del futuro / 2050, un anno dopo Blade Runner II

L’uscita di Blade Runner 2049 di D. Villenueve (2017) ha mobilitato studiosi e appassionati che si sono pronunciati sulle virtù e sui difetti del sequel: dalla presunta misoginia che si manifesta in ruoli femminili degradanti, al razzismo di sottofondo che farebbe incetta di atmosfere asiatiche, sganciate dalla rappresentazione degli abitanti di quei luoghi. Al di là di questioni stilistiche e contenutistiche, può essere utile riflettere sui motivi del fallimento di una narrazione gloriosa come quella di Blade Runner, che ha svolto un ruolo centrale non solo nel cinema degli ultimi trent’anni ma anche del modo stesso di ripensare il futuro da parte della fantascienza. Il destino dei figli d’arte e dei sequel permane identico: prodotti secondari, talvolta di scarto, quasi geneticamente difettosi, e in parte addirittura in ritardo su altri film come Her di S. Jonze, quasi plagiato nella scena di sesso “phygital”. Se il primo Blade Runner è stato quintessenzialmente postmoderno, nel suo sovrapporre stili, generi ed epoche diverse – come disse Ted Polhemus gli anni Trenta di Rachael, i Cinquanta di Deckard, gli Ottanta dei replicanti post-punk ecc. – il suo...

Un libro di Giovanni Spadaccini / Compro libri, anche in grandi quantità

Da dove arrivano i libri che troviamo nei negozi di seconda mano? Che viaggio hanno fatto per arrivare fin lì? E che storie nascondono fra le loro pagine? Ce lo racconta Giovanni Spadaccini nel suo volume, appena pubblicato da UTET, Compro libri, anche in grandi quantità (pp. 184, E.16).  E chi meglio di lui potrebbe raccontarlo dal momento che è proprio sulla compravendita di libri usati che ha impostato la sua attività lavorativa, dopo essersi laureato in filosofia e aver conseguito il dottorato in antropologia. Spadaccini gestisce infatti una libreria a Reggio, in una traversa della via Emilia, poco trafficata se non da qualche gruppo sporadico di giovinastri, nonostante essa si trovi in una zona centrale della città, di fronte al parcheggio multipiano di un ristorante ricavato dalla ristrutturazione di un cinema che nei bei tempi andati alternava proiezioni di film d’essai come Blow Up a pellicole di scarso valore “vietate ai minori di 18 anni” (o di 14) ad altre coi cartoni animati della Disney.   E forse un po’ di questa promiscuità di generi Spadaccini l’ha fatta sua in questo libro, che ho appositamente chiamato volume, dato che lo si potrebbe definire in vari...

Al MAST la prima antologica / Richard Mosse: immagini scomode

“Ma Marlowe non era il tipico marinaio (se non per la tendenza a raccontare storie); per lui il significato di un episodio non andava cercato all’interno del guscio come un gheriglio, ma all’esterno, avvolgendo il racconto che lo generava come un bagliore genera intorno a sé una zona di penombra, allo stesso modo in cui l’illuminazione spettrale del chiaro di luna rende a volte visibili gli aloni nebulosi.” Joseph Conrad, Cuore di tenebra   Artista irlandese con una formazione in Letteratura inglese e Studi culturali, oltre che in Belle Arti, Richard Mosse si situa in una zona di confine tra fotografia documentaria e arte contemporanea, in un luogo dove questi due ambiti si incontrano e si scontrano, dando vita a nuovi immaginari. Displaced, prima mostra antologica del fotografo, presentata dalla Fondazione Mast e curata da Urs Stahel, propone un percorso cronologico che parte dai lavori realizzati nei primi anni 2000 fino ad arrivare a quelli più recenti, tra cui la serie Tristes Tropiques realizzata nel 2020 nell’Amazzonia brasiliana. Attraverso 77 fotografie di grande formato, due suggestive videoinstallazioni e altre due significative opere video, la mostra traccia l’...

1945-2021 / Il chip metafisico di Franco Battiato

Nell’estate del 1973 il terzo festival della rivista del movimento hippy italiano, “Re Nudo”, organizza la sua Woodstock italiana tra i boschi di Alpe del Viceré, in provincia di Como; il sindaco socialista della cittadina alpestre è terrorizzato, alla prospettiva di ricevere l’orda di straccioni seminudi, non concede nessuna autorizzazione, non garantisce nessuno spazio, né i servizi essenziali: niente corrente elettrica, niente acqua. Gli organizzatori decidono all’ultimo di gettare la spugna e invitano i compagni a non partire. Ma ormai l’orda figlia dei fiori non intende rinunciare alla sua terza estate di free love, marijuana e musica: arrivano in migliaia; tra di loro, un giovane musicista siciliano che compone musica elettronica “cosmica” a Milano; si chiama Franco Battiato, e ha con sé un’arma letale che salverà l’happening: ha portato un generatore di corrente da campo. È così che Franco Battiato è apparso sulla scena della musica italiana. Il suo concerto, con i materiali pubblicati nei primi album Fetus (1971) e Pollution (1972) lascia il pubblico allibito, infastidito: si aspettano il rock, magari psichedelico, ma quella roba fatta sulla tastiera del synth,...

Paesi e slogan / La casa a 1 euro

All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.   “Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.     A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia...

Alessandro Boffa / Sei una bestia, Viskovitz

C’è un piacere sottile e intramontabile che ci prende tutte le volte che riconosciamo il noto nell’ignoto, che troviamo parentele strutturali in cose che si presentano davanti a noi nelle forme più varie, secondo una combinatoria di pattern prestabiliti.  Ecco, questo piacere, che è quello delle variazioni sul tema (pensiamo agli Esercizi di stile di Raymond Queneau) è esattamente quello che si prova quando si legge un libro come Sei una bestia, Viskovitz di Alessandro Boffa (Garzanti 1998, appena ristampato da Quodlibet, collana Compagnia Extra). Se per esempio leggiamo il primo capitolo, Come va la vita, Viskovitz?, ci imbattiamo in un protagonista che snocciola subito una massima tragicomica («Non c’è nulla di più noioso della vita, nulla di più deprimente della luce del sole, nulla di più fasullo della realtà»), e dico tragicomica perché dopo appena due righe si capisce che chi sta parlando è nientemeno che un ghiro appena uscito dal letargo e che non vede l’ora di riaddormentarsi per dimenticare la sua compagna Jana («Era la femmina più brutta e deprimente dell’intera comunità, la più tediosa e sciocca. L’avevo scelta proprio per questo») e tornare a sognare la ghira di...

Fotocopie / John Berger: nomi, cose, città, animali, sguardi

Nomi   Fotocopie. È questo il nome dato alla raccolta di racconti/immagini di John Berger ripubblicato da il Saggiatore (la prima edizione italiana era stata curata da Bollati Boringhieri nel 2004 mentre quella originale risale al 1996) nella traduzione di Maria Nadotti. Nome enigmatico e misterioso che ricorre, rincorre e attraversa i ventinove racconti/frammento che compongono il testo. Fotocopie che sono oggetti, immagini, sguardi, ricordi di persone, animali o cose. Oggetti-feticcio portatili che fanno circolare e transitare idee, pensieri, grafie mettendo in connessione volti, istanti, luoghi e saperi (nel racconto-intervista a Henri Cartier-Bresson, alla domanda su cosa sia il “sentire l’attimo decisivo”, il fotografo risponde «impugnando una fotocopia» dove aveva trascritto a mano una citazione di Einstein: «Ho una tale sensazione di solidarietà con tutto ciò che è vivo, che non mi sembra importante sapere dove l’individuo cominci o finisca…»). Fotocopie che sono tracce, segni indicali prodotti dal contatto diretto con il referente, con le cose, con gli animali, con i luoghi, con il mondo. La loro genesi è tattile, quasi aptica, immediata, irriflessiva («Irriflessiva?...

Saggi e articoli / Sciascia, se la memoria ha un futuro

A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è uno di quei testi di Leonardo Sciascia di cui le librerie hanno sempre gli scaffali pieni; soprattutto quest’anno, in occasione del centenario dalla nascita. L’edizione più facilmente reperibile è quella dell’Adelphi, che nel 2017 ha acquisito i diritti da Bompiani (del 1989) e nel 2020 ne aveva già fatte sette ristampe. A impreziosirla, una nota di Paolo Squillacioti, che ne rammenta la parentela, importante, con un’altra opera, La palma va a nord. Contrariamente a A futura memoria, che ne è, di fatto, il proseguo, La palma va a nord è un prodotto librario piuttosto raro: dopo la prima edizione del 1980 per Edizioni Quaderni Radicali, e una seconda per Gammalibri Milano nel 1982, non è però stato più ripubblicato, nemmeno all’occasione del centenario.   Eppure, come nota Squillacioti “i due libri sono come annodati insieme”. Entrambi raccolgono l’essenziale dell’attività saggistica che Sciascia dedica ai temi d’attualità: il rapimento di Aldo Moro, il terrorismo, la giustizia italiana, la mafia e, negli ultimi tempi, l’antimafia. Gli archi temporali coperti dagli interventi si sovrappongono (vanno rispettivamente dal 1977 al...

Contro il gastropurismo / Politiche della panna

Sta tornando la panna in cucina? Dopo i fasti degli anni Ottanta e le maledizioni dei decenni successivi, non avevamo fatto in tempo a liberarcene del tutto ed ecco che quest’orgogliosa crema iperindustriale e goduriosissima rifà capolino: non solo per facilitare le operazioni ai fornelli ma soprattutto per accontentare i gusti – tanto semplici quanto esigenti – dei gourmet dell’ultimora, affascinati da una gastromania che non cessa di appassionare i palati di grandi e piccini. Se a MasterChef un concorrente aggiunge una spruzzata di panna in una pietanza lo cacciano via in malo modo. Su di lui anatema. Nell’alta ristorazione è bandita per principio. Nelle trattorie la si usa con assoluto riserbo, come se fosse capitata là per caso. E nei ricettari è praticamente sparita. Ben pochi, poi, sono i cucinieri che a casa propria apprestano, poniamo, una carbonara o una scaloppina amalgamandole con questa specie di malin génie dei nostri stomaci traballanti.    Domanda: perché cotanto livore antipannesco? Pura, prevedibile, piccata reazione verso qualcosa che, or sono, aveva avuto il suo momento di gloria, partecipando come soluzione passepartout in tutte quelle preparazioni...

Il cielo è nel ghiaccio / Pensare come un iceberg

Il viandante bianco   Quasi seimila chilometri quadrati bisogna saperli immaginare. Soprattutto se parliamo di una terra poco striata, non segnata da grandi accidenti, che sugli atlanti viene rappresentata come una macchia slavata, un buco bianco su sfondo azzurro. Sui mappamondi sta così sotto, appartata nell’emisfero australe, che non ci rendiamo conto delle sue dimensioni. Quasi seimila chilometri quadrati è l’estensione della Liguria. Riguardo al peso siamo intorno a un miliardo di tonnellate, che non riesco facilmente a quantificare. Persino il linguaggio, questo strumento così duttile e potente a nostra disposizione, non ci è molto d’aiuto: A-68. Non sembra il nome di un’autostrada? E invece è il nome di un iceberg. Anzi era, perché non c’è più: staccatosi dalla piattaforma di ghiaccio Larson C in Antartide nel 2017, è rimasto fermo per un anno prima di vagabondare verso nord per altri quattro. Un “white wanderer” secondo la dicitura corrente.   A-68 non è più tecnicamente un iceberg perché ai frammenti restanti mancano i requisiti minimi: “L’USNIC è l’organismo riconosciuto a livello internazionale per nominare gli iceberg e rintracciare quelli che potrebbero...

Bestiario / I nostri antenati: delfini e balene

A vederlo non ci si crede. Uno dei primi antenati del delfino è un mammifero con il muso simile a un topo, quattro gambe e una lunga coda, e le unghie come un cervo. Si chiama Indohyus. Prove molecolari ci dicono che sarebbe il precursore dei cetacei, e perciò anche delle balene. Apparteneva alla famiglia degli artiodattili, animali con un numero di dita pari, nota come Raoellidae. Quando veniva minacciato si gettava in acqua sulle coste della Tetide, l’oceano che esisteva a quel tempo, 48 milioni di anni fa, di cui restano secondo alcuni studiosi delle vestigia nel mar Caspio e nel Mediterraneo. Allora un comune gruppo di antenati terrestri viveva in zone paludose con canali fluviali, prima di passare definitivamente al mare. Se vogliamo andare più indietro, a 53 milioni di anni, nell’Eocene, ci sono i pakicetidi. Tutte le particolarità di questi animali si ritrovano oggi nei delfini: nuotatori provetti, narici a fessura, struttura delle ossa dell’orecchio e i denti triangolari e seghettati. Qualche anno fa in Pakistan sono stati reperiti dei resti fossili di un mammifero che è un incrocio con un coccodrillo, Ambulocetus. Insomma i nostri delfini attuali sono gli eredi di animali...

Diario (4) / E dopo il Paradiso cosa c'è?

E “il quarto pezzo”? Quando nel 2017 iniziammo a lavorare all’Inferno, mi ritrovai insieme a Serena Cenerelli a spiegare a un gruppo di signore la struttura dell’intera Commedia, il viaggio dalla selva oscura al Paradiso, la divisione in tre cantiche, ovvero in tre parti. Una signora chiese: “E il quarto pezzo”? Non compresi. Il quarto pezzo… in che senso? E lei, convinta, serissima: “Il quarto pezzo, dico, dopo Inferno, Purgatorio e Paradiso…”    La domanda forse rifletteva le abitudini dell’era dello spin-off, ovvero la cultura delle serie televisive, per cui una storia, se ha ben “funzionato”, una volta finita va comunque continuata, magari inventandosi le vicende di un personaggio “secondario” che nella storia-madre non era protagonista: non Dante quindi, ma, che so, le vicende che han portato all’omicidio di Pia dei Tolomei o quelle del musicista Casella o i furori di Gianciotto Malatesta, detto anche “Gianne lo Sciancato”, politico e condottiero, tradito dal fratello Paolo e dalla sposa Francesca: appunto, il “quarto pezzo”.    Inferno, Teatro delle Albe, 2017, © Silvia Lelli. O forse quell’errore nascondeva qualcosa di più? La cosa mi è tornata in...