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Scienze

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Nudo di albero

Nel mio landscape di colline moreniche tra il Lario e il Sebino, d’inverno la vegetazione di latifoglie vuole attenzione estrema, sguardo concentrato. Gli alberi nudi non sono meno interessanti che vestiti. Meglio se ne coglie il profilo, il portamento: l’angolo più o meno acuto d’incidenza dei rami, il punto più o meno alto d’innesto sul fusto. L’esercizio di riconoscimento, arduo senza clorofilla, si appoggia ai dettagli. Si fa spirituale, religioso.        In cresta, lo skyline rivela il rameggio fine delle robinie interrotto qua e là dai palchi neri di querce e castagni. A mezza costa, le foglie secche persistenti sbalzano, sul manto bruno in linea continua con la terra arata, carpini o farnie. L’alone violaceo delle gemme pronte alla schiusa dice che la macchia dei castagni resiste al “verzicante assedio” dell’invasore, carico di spermatici baccelli, spregiato da Gadda: “Al passare della nuvola, il carpino tacque. […] La robinia tacque, senza nobiltà di carme, ignota al fuggitivo pavore delle driadi, come alla fistola dell’antico bicorne:...

Homo sapiens. Intervista a Telmo Pievani

Lo scorso novembre è stata inaugurata al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, curata da Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista di fama mondiale, professore emerito alla Stanford University, e Telmo Pievani, studioso di teoria dell’evoluzione, che insegna filosofia della scienza all’Università Bicocca di Milano. Mario Barenghi ha colto l’occasione della mostra per porre a Telmo Pievani alcune domande. Un po’ egocentrico, come spesso accade ai letterati, Barenghi ha impostato il dialogo sulle ragioni del fascino con cui da svariati anni segue, ovviamente da dilettante, le ricerche nel campo della preistoria, della paleoantropologia, dell’evoluzione delle specie.     All’origine del mio interesse per la storia remota del genere umano c’è un’esperienza estetica,  cioè la fortissima impressione che ebbi la prima volta che visitai Lascaux II. La distanza cronologica che separa le pitture rupestri dell’era glaciale dagli albori della scrittura (l’inizio della storia che si studiava a scuola) è più...

Viseità

Per la clinica lo sguardo delle persone è espressione. Sempre che non si mettano subito sul lettino, come se il corpo tutto - e quel frammento espressivo della viseità - non fosse materia nella relazione. Finché si piange, o ride, la soglia indiziaria dell'interpretazione sembra scontata, anche se non lo è. Quando l’espressione è meno marcata, è incerta e ambigua, allora può emergere l’aggressività dello specialista: costui è evitante, lei manipolatrice, l’altro ambivalente, resistente. Il lessico si conosce, il solito, limitato e ripieno di principi dormitivi. Invero quando uno ti guarda con quegli occhiacci di legno - che nessuno porta meglio del Pinocchio di Carmelo Bene - e una bocca ridanciana piena di denti - che ci si figura stridano, anche se sembrano ridere - lo specialista si spaventa, è di fronte al buco nero nell’interpretazione.     In questi casi non si tratta semplicemente di ricordare, né di essere coerenti col testo, come nella parodia del personaggio americano che deve recitare davanti al tribunale, ma non ricorda la parte. La seconda...

L’acqua, pura e semplice

La via è in una zona molto bella nel centro di Milano. Tornare in città ogni tanto mi piace molto. Novembre, aria pungente e anche sporca, il solito cretino con una macchinona che parcheggia alla cieca, ma Milano è anche questa. Per la prima volta nella mia vita vado a Milano per incontrare un uomo di medicina. È un agopuntore affermato, si chiama Paolo Consigli e ha scritto un ottimo libro, Agopuntura, per la Fabbri. Sottotitolo: “la più antica medicina ufficiale”. Questo non lo sapevo. No, non che l’agopuntura è la medicina più antica e ufficiale. Ma che un agopuntore avrebbe potuto scrivere un libro straordinario come L’acqua pura e semplice (Tecniche Nuove Ed, 2005) dopo anni di studi e ricerche. Anche qui il sottotitolo conta eccome: “l’infinita sapienza di una molecola straordinaria”. Percorrendo la via milanese che si irraggia da piazzale Cadorna, penso che come al solito le circostanze sincroniche che mi hanno condotto in città sono davvero bellissime. La giornata inizia da un agopuntore e termina da un cervellopuntore, Marco Paolini: in serata allo Strehler vedrò il...

A caccia della Rajah Brooke nella giungla malese

Sin dall’adolescenza è stata mia abitudine scrivere brevi resoconti delle “spedizioni” di caccia alle farfalle durante il giorno o alle falene nella notte. Le ho chiamate, da subito, “relazioni”. Un vano della mia biblioteca è interamente occupato da raccoglitori che, anno dopo anno, elencano le sortite di ricerca, le impressioni a caldo, le sensazioni, eternando il tutto e facendo sì che il ricordo mantenuto nella memoria sia il risultato dell’elaborazione della realtà oggettiva di ciò che è stato e la sua rappresentazione, magari esagerata, sulla carta scritta a penna. Dato che il rischio di alterare la vera storia esiste realmente, come ben sappiamo leggendo la stampa odierna, per evitare discrepanze troppo vistose è sempre bene scrivere la sera stessa, al rientro dalla sortita, di getto, velocemente e possibilmente senza tornarci sopra il giorno dopo, quando il ricordo inizia già a svanire nei suoi dettagli più intimi. Non si tratta necessariamente di perdita rapida della memoria, ma della capacità della nostra mente di elaborare durante il sonno i fatti da poco avvenuti...

Alberi di Natale

“Fraxinus in sylvis pulcherrima, pinus in hortis, / Populus in fluviis, abies in montibus altis”. Questi i luoghi d’elezione di alcuni tra gli alberi più diffusi individuati con precisa immediatezza da Virgilio e affidati in esametri alla voce di Thyrsi (Ec. VII, vv. 65-66). Possiamo contravvenire alla sensata quanto poeticissima indicazione virgiliana e, nel giardino, tenerci oltre al pino (pinus italica) anche il frassino e il pioppo. Certo, quest’ultimo meglio se ha i piedi in acqua: avremo più possibilità di cogliere vischio per baciarci a capodanno.     Ma, per favore, gli abeti lasciateli lì, sugli alti monti. Specie a Natale. Specie se abitate in città o in paesi di pianura. A poco, o a nulla, vale acquistarli in vaso con il pensiero di restituirli alla terra. I più sono destinati a una lunga agonia estiva. Li vedi perdere aghi, seccare ramo dopo ramo e, in autunno, quando ti aspetti una ripresa, collassare definitivamente. Persino in collina è arduo recuperare un abete natalizio: i miei due ultimi tentativi sono falliti nonostante le cure e i soccorsi estivi. I vivaisti fanno leva...

Corylus colurna / nocciolo di Costantinopoli

Molti milanesi storcono il naso di fronte alle squadrate architetture della Bicocca e si lamentano del verde lesinato, irreggimentato nelle linee ortogonali dei viali o nella scacchiera di cemento di piazza dell’Ateneo nuovo. Un verde costruito, piegato alle geometrie urbanistiche, metafisico. A me la Bicocca piace così, anche per quest’uso matematico del verde. E poi perché riserva piacevoli sorprese: i dislivelli pedonali consentono talora inaspettate prospettive aeree da cui osservare alberi e cespugli, il glicine scompiglia la regolare fuga dei pergolati intorno alle fontane, la grazia giapponese dei bambù ben si accorda con la pulizia razionale dei palazzi e al contempo ne mitiga il rigore. Così appare economica ed elegante la scelta del profumato caprifoglio per tappezzare tra gli alberi d’alto fusto le aiuole dei viali, ad impedire che la gramigna prenda il sopravvento.   Ma il tesoro della Bicocca, tutto commestibile, sta a pochi passi dal fabbricato, bellissimo, che ospita la Facoltà di Matematica sul viale che porta alla stazione di Greco Pirelli. Qual meraviglia, a Milano, poter camminare fermandosi a...

Il ghetto e la crisi

Il ghetto e la crisi sono la stessa cosa, una sul piano spaziale, l’altra temporale. Non sto riferendomi al ghetto nazista, bensì al ghetto tradizionale. Quello era luogo di transito verso lo sterminio, questo mantenimento di una distanza nella contiguità. Louis Wirth (1897-1952) svelò il segreto del ghetto attraverso una ricerca terminata con la pubblicazione del libro omonimo, del1928. Il razzista della sua epoca ha bisogno della sopravvivenza dei neri per denigrarli, sono parte costitutiva della sua esistenza borghese.   Perché ci sia un ghetto, sostiene Wirth, non basta che ci sia un mondo borghese che emargina un gruppo razziale, etnico, culturale, è necessario un fenomeno d’identificazione collettiva interna al ghetto, una dinamica di assoggettamento e soggettivazione. Il ghetto si compone di due parti. La parte interna marca una comunità specifica, la testimonianza di una differenza. La parte esterna è reclusione, emarginazione.   La clinica studia dall’interno le relazioni tra la parte interna e quella esterna. La costituzione di uno spazio continuo dal centro al confine, che marca una...

Patriottici arbusti

La dolcezza dell’autunno sta anche nella spigolatura, nel piacere di cogliere l’ultimo frutto dell’orto, l’ultimo fiore del roseto. Non più gustosi, né più profumati di quelli estivi, certo i più commoventi prima del lungo sonno invernale. Ma l’autunno inoltrato offre più ricchi regali. C’è un albero che quando il freddo è alle porte dà tutto di sé e tutto insieme: foglie verdi e lucide, piccoli fiori cerei, bianco-rosati in grappoli penduli, frutti color fiamma e commestibili. Un ben di dio quando ormai non ce lo si aspetta. In Toscana lo chiamano albatrello, nelle Marche cerasa marina, in Calabria ’mbriacheddi, in Campania sovera pilosa: è l’arbutus unedo, alias il corbezzolo, essenza principe della macchia mediterranea, ma ben acclimatato anche sulle coste atlantiche e, su su verso nord, fino in Irlanda.   I nomi regionali sono ispirati dai frutti tondi, prima verdi, poi gialli e, una volta maturi, rosso-aranciati, punteggiati da tubercoli piramidali che ricordano al tatto le fragole di bosco. Tant’è che la lingua inglese registra il corbezzolo come strawberry tree. Sono bacche edule con un discreto contenuto di alcool, dalla polpa gialla e gelatinosa, dal sapore non...

La scuola e la mente

Gran parte di quello che ci succede quando siamo a scuola avviene nel nostro cervello, incluso quello che viene insegnato nell’ora di educazione fisica. Non possiamo quindi parlare di come cambierà la scuola senza discutere di come ci relazioniamo con il contesto attorno a noi e come questo già sta cambiando la nostra attività mentale. Avere accesso in ogni momento e in ogni luogo a enormi reti di dati (i media digitali) e di persone (le tecnologie sociali), insieme a un perenne bombardamento di informazioni, cambia la nostra inclinazione a distribuire attenzione, comprensione e abilità connettiva tra le informazioni stesse. Non sappiamo se Google ci stia davvero rendendo stupidi - cosa vuol dire “stupidi”, tra l’altro? - ma sicuramente qualcosa sta cambiando.   A. Se si modifica l’attività mentale tipica, cambia anche la scuola. B. L’attività mentale tipica sta cambiando in gran parte a causa dell’interazione con sistemi digitali di gestione e connessione di informazioni e persone che d’ora in poi riassumeremo come intelligenza artificiale, anche nel caso ad esempio dell...

L’obesità narcisista, risvolti comunitari

Giovane donna, da poco passati i trenta. Grande obesa, come va di moda dire. Si siede con difficoltà. Dice di essere ciclotimica, termine introdotto da Enrst Kretschmer (1888-1964) per indicare stati dell’umore meno gravi rispetto all’antagonista schizotimia. Secondo Gregory Bateson se un ciclotimico e uno schizotimico s’incontrano la circolarità caratteriale del ciclotimico cozzerà con la pendolarità dello schizotimico rendendolo schizofrenico.   La donna è stabilizzata grazie al trattamento con litio, elemento chimico della tavola periodica, usato nelle pile, come lubrificante, per la fabbricazione del vetro, e nella forma di sale, come stabilizzatore dell’umore. Potenza della tecnica. Vecchio farmaco con effetti collaterali, aumento del peso e calo del desiderio sessuale. Lei sta bene, dice. Chiede un giudizio tecnico: vuole sapere che le succede se si sottopone a bendaggio gastrico. Se il farmaco stabilizza la ciclotimia e fa ingrassare, allora può sottoporsi al bendaggio, sarebbe magra e stabilizzata, rimedio all’effetto collaterale. Invece se è l’obesità a stabilizzare l...

Madrid, 15-M

  La Puerta del Sol è una piccola piazza, una piazza manchega, da capoluogo di provincia, che ha sempre respinto ogni tentativo di farla diventare uno spazio alberato di grande respiro, da città capitale. La pioggia e il caldo secco di Castiglia cadono a piombo su Puerta del Sol. Gli autobus, la metropolitana, il nuovo accesso ai treni regionali, la zona commerciale più popolare di Madrid, il contrasto con le persone che quotidianamente vi rimangono ferme per ore, come statue, a chiedere l’elemosina, o per starsene a dormire ricoperte da cartoni, tutto la rende, malgrado la sua storicità, uno dei nonluoghi di Marc Augé.   Comunque sia, da ragazzini il primo appuntamento fuori dal proprio quartiere lo si prende sempre a Puerta del Sol: il punto da cui partire per un cinema della vicina Gran Vía, o per comprare il primo paio di scarpe senza la presenza di mamma o papà. “Ci vediamo all’angolo della Mallorquina”, la vecchia pasticcieria. Lo abbiamo fatto tutti a Madrid, poco prima si scoprire, negli anni della lotta, quando era ormai vicina la morte di Franco, che la polizia franchista ci...

Giuggiole!

Si trovano ancora in vendita dai fruttivendoli del centro. Su quei banchi, inaccessibili ai più, riverberano di rarità e d’esotismo. Eppure le giuggiole sono frutti poverissimi, che niente hanno da spartire con mango e papaya. La lontananza da cui provengono non è tanto geografica, ma temporale: di quando l’alimentazione seguiva i ritmi della vita campestre e si doveva trarre da ogni bacca, anche la più grama, tutto il possibile. Un frutto d’autunno non perduto, semmai smarrito, come le mele cotogne, le nespole nostrane, i corbezzoli e le sorbe. Buono forse più per la memoria che per il palato.   A Milano, per uno di quei miracoli dovuti alla tenacia e alla passione, si può persino ammirare un giuggiolo (Zyziphus vulgaris). L’ha piantato anni fa, e l’ha atteso con la necessaria pazienza, un ex direttore didattico che con altri pensionati ha colonizzato una lingua di terra incolta lungo una roggia, presso l’ospedale San Raffaele. Uomini caparbi che, a dispetto delle sordità istituzionali, danno un senso al loro tempo lavorando la terra, ritornando contadini. Ne hanno fatto orti e...

Richard Powers. Generosity

Se riuscissimo a scoprire il segreto biologico dell’ottimismo potremmo inaugurare un’altra era dell’umanità. Non solo. Se riuscissimo a mettere insieme gli elementi giusti potremmo fabbricare storie con estrema facilità. Nel suo ultimo romanzo Richard Powers maneggia geni e parole come se rispondessero a uno stesso disegno. La protagonista di Generosity (Mondadori, 365 pagg., euro 20) è una ragazza algerina di ventitré anni innamorata della vita. Thassa sprizza la positività di una mistica e il suo buonumore è magnetico a tal punto da diventare materia di studio da parte di uno scienziato genomista che vuole ridisegnare l’umanità cancellando dal mondo depressione e vecchiaia. Thassa ha perso i genitori in Algeria e adesso vive sola in un dormitorio a Chicago, dove frequenta l’Arts College. Scoprire il suo segreto è scoprire il segreto della felicità. Russell Stone, il suo professore di scrittura, la crede affetta da ipertimia, un disturbo che porta a un’esaltazione dell’umore.   Questa è in parte la trama. Ma il romanzo di Powers è una scatola narrativa...

Marcel Beyer. Forme originarie della paura

Inauguriamo con questa recensione Oltreconfine, una nuova sezione sulla narrativa straniera. Ogni settimana critici e scrittori parleranno dei più significativi libri di narrativa straniera usciti di recente.       Marcel Beyer (1965) è uno scrittore tedesco di grande spessore molto apprezzato in patria e all’estero e che merita attenzione anche da noi, nonostante la prodigiosa fioritura di talenti nostrani degli ultimi tempi. Un primo romanzo di grande livello, Pipistrelli (ed or. Flughunde, 1995), tradotto per Einaudi nel 1997, è passato quasi inosservato. È facile prevedere che saranno in molti ad andarlo a recuperare dopo aver letto lo splendido Forme originarie della paura (ed. or. Kaltenburg, 2008) proposto di recente ancora da Einaudi. Il titolo italiano è quello dell'opera più nota del controverso zoologo Ludwig Kaltenburg, la cui vita viene ripercorsa da Hermann Funk, ornitologo in pensione, che la intreccia alla ricostruzione della propria in seguito alle domande di una giovane interprete che desidera apprendere i nomi degli uccelli in vista di un convegno. Funk incontra Kaltenburg (ricalcato sulla figura di Konrad Lorenz, come suggerito anche dal...

Le falene della seta

Si dice che la seta fu inventata dalla bella Hsi Ling Shi, la giovane consorte del mitico “imperatore giallo” Huang-Di che regnò in Cina intorno al 2600 a.C. La leggenda narra che Hsi Ling Shi si rifugiò su di un albero di gelso per salvarsi da un serpente che la inseguiva. Un’altra versione dice semplicemente che l’imperatore, stufo di vedere i propri gelsi andati distrutti, la inviò a verificare chi ne fosse responsabile. E così, l’imperatrice scoprì sui gelsi le grandi larve del baco da seta, quello che gli entomologi di oggi chiamano Bombyx mori, intente a tessere i loro bozzoli con fili finissimi ma robusti. La leggenda prosegue e dice che l’imperatrice a quel punto si sedette per bersi un tè; per caso, uno dei bozzoli che aveva trovato sui gelsi cadde nella bevanda calda sfilacciandosi. Il filo era lungo e incredibilmente solido. L’imperatrice non ci mise molto a capire che c’era di che passare alla storia e così nacque la seta.   La Cina, nascondendo il segreto della sua produzione, ne ebbe il monopolio per due millenni. Poi, un paio di secoli prima di Cristo...

Ci disegnano così

Al New York Times ormai sono una prassi, le infografiche. All’accadere di qualsiasi evento c’è un team che spiega con colori, traiettorie, grafici, torte e diavolerie le più geniali la complessità della questione sul tavolo.   Da noi la cosa fatica a prender piede sui giornali istituzionali (su cui al massimo si trova qualche piantina del catasto che illustra l’omicidio del mese) mentre sembra cominciare ad affacciarsi nei nodi della rete.   Ne è un esempio in questi giorni Vincenzo Cosenza che, con software opensource e dati in creative commons, sta provando a rappresentare graficamente, a puntate (finora due), la rete di blog italiana. Tanto per capire chi siamo, quanti siamo, come siamo e dove stiamo andando.   Nei suoi articoli c’è una puntuale spiegazione dei criteri e delle logiche sottostanti la grafica: dove ha preso i blog (blogbabel), che dati ha incrociato e con quali criteri li ha poi filtrati, selezionati e raccontati. Quello che ne viene fuori è una mappa bellissima.   Sia graficamente (chapeau),  ma soprattutto come sguardo. Già solo...

Apple

La mela iridata: era tutto già lì. Prima che il concetto di filosofia di marca diventasse centrale nel marketing, prima che l’informatica divenisse un mercato di massa, prima del mouse, delle icone e di Internet, fu la mela a segnare la differenza con ciò che c’era stato fino a quel momento: IBM. Come la punta di un iceberg lascia intuire l’enorme massa di ghiaccio che rimane sotto il pelo dell’acqua, così un logo, quando ben disegnato, dice molto di ciò che distingue un produttore dai suoi concorrenti. Al posto delle lettere che indicavano il gigante dell’informatica (1911), il piccolo Davide del 1976 presentava un’immagine, un disegno stilizzato immediatamente riconoscibile da chiunque.     Niente tratti discontinui e linee azzurre come quelle che delineano le tre lettere dell’International Business Machines, mimando la discontinuità di quei bit che sono la chiave del miracolo informatico. Al contrario, linee continue, sinuose e morbide che delimitano un campo colorato che riporta, invertendole, le tinte dell’arcobaleno. Per non dire delle storie che una mela si porta...

23andMe. Google e il mercato della genetica

  Centomila. Sono arrivati a centomila i clienti di 23andMe, l’azienda di genomica personalizzata di Google che da qualche anno si è messa sul mercato della genetica fai-da-te. Se sei preoccupato perché Facebook e Google sanno tutto di te, vuol dire che non sei uno di quei centomila che hanno dato a un’azienda privata tutti i loro dati genetici e medici. I servizi di 23andMe sono tutti online, ti spediscono a casa il tampone, glielo rimandi dopo averlo insalivato per bene e loro ti sequenziano il genoma. O meglio, una serie di diverse centinaia di Snp, piccole mutazioni correlate con malattie ereditarie. Vuoi sapere quanto rischi di ammalarti di diabete? 23andMe te lo dice. Vuoi sapere se hai un antenato irlandese? Ecco la risposta, scritta nei tuoi geni.   Bene, nel corso degli anni 23andMe ha ricevuto lodi perché costa poco (si parte da 99 dollari) e rappresenta un’innovazione nella medicina personalizzata (che ci salverà tutti?). Ci sono state un sacco di critiche sulla privacy, come potete immaginare, e  anche sul fatto che questi test sono fatti senza controllo medico e senza che sia dimostrato che una...

Che fico!

  Ti prende di sorpresa. Dapprima pungente – come una barba soigneusement negligée – un poco acre, un poco tannico. Poi trasuda il dolce lattice che lo innerva. L’ora di canicola, in campagna, ha l’odore maschio del fico (ficus carica). Quello incontrato a Vignana, entroterra di Levanto, è il padrone dell’orto: con la cupola del suo pesante fogliame si impone sui pallidi ulivi, offre meditativo ristoro.     La lingua francese, distinguendo albero (le figuier) da frutto (la figue), accendeva poetiche femminine immagini in Francis Ponge (“Nous l’aimons comme notre tétine”, Comment une figue de paroles et pourquoi). Sarà anche per questioni di genere grammaticale se quest’albero antico mi fa invece pensare a un amante insaziabile, prorompente, vigoroso, prolifico. Spande i suoi semi con abbondanza: con facilità attecchiscono nel cemento fessurato, ai piedi di un altofusto, al mezzo di un cespo fiorito.   Tardivo nel metter foglia, mostra per lunghi mesi le nude braccia: dritte e lisce da giovani, intrecciate e contorte se, lontano da cesoie, sono libere...

Su Flatlandia

Ci sono libri sui quali il trascorrere degli anni deposita una patina opaca che ne altera la fisionomia autentica e ne spegne le originarie coloriture. Si tratta di un processo di offuscamento, di erosione, di abrasione del senso, dovuto alla cattiva memoria dei lettori e, soprattutto, alla loro miopia interpretativa. Flatland è uno di questi libri. Pubblicato nel 1884, caduto successivamente in un oblio quasi totale e riscoperto soltanto verso la metà degli anni ’50 del secolo scorso, lo “scientific romance” del reverendo Edwin Abbott Abbott viene letto per lo più come una favola geometrica condita con una satira non certo virulenta della società tardovittoriana, della quale si mettono alla berlina l’ossessione classista, l’ipocrisia e il conformismo.   In realtà, uno sguardo critico meno frettoloso può individuare, sotto questa apparenza superficiale, una fitta trama di altri temi che rispecchiano i vasti e multiformi interessi intellettuali dell’autore. Studioso di Shakespeare e di Bacone, predicatore, teologo, pedagogo all’avanguardia del suo tempo, Abbott fu anche anche assiduo...

La falena dell’Acheronte

Ad interessarmi, in quei primi anni, erano quasi solo le farfalle, intendo, le farfalle diurne, quelle che in gergo tecnico si chiamano “ropaloceri”, ovvero “antenne a clava”, essendo questa la caratteristica-chiave che le contraddistingue dalle farfalle notturne, le falene, quelle che hanno antenne di varia forma: filiformi, piumose, a pettine, e così via.   Erano solo le farfalle diurne, dicevo, quelle che mi ossessionavano quando uscivo con il mio retino a caccia: multicolori, bellissime, eleganti, furtive, astute, leggere, veloci. Ma attenzione, lettore: il mondo delle farfalle sensu lato comprende anche la ben più abbondante categoria delle falene che sono 10 volte più numerose delle farfalle. Al mondo vi sono quasi 170.000 specie di farfalle, ed il 90% di esse sono falene. In Europa, ad esempio, abbiamo meno di 500 specie di farfalle diurne su di un totale di 5000. Ma l’interesse per le falene era davvero minimo nei primi anni di ricerche ed esplorazioni per i prati ed i boschi del Biellese. Infatti, questi esseri sono spesso grigiastri, bruni, smorti, monotoni, scuri, pelosi, dal grande corpo e dall’...

“L’ordine complicato” di Yona Friedman

Pubblichiamo in anteprima un estratto del libro L’ordine complicato di Yona Friedman, in uscita presso l'editore Quodlibet/Abitare il 9 giugno, commentato per doppiozero da Manuel Orazi.  Il saggio è accompagnato da una serie di disegni realizzati da Friedman per illustrare e precisare, spesso con caratteristico humour, i concetti espressi nella scrittura.   L'introduzione e il primo capitolo (scarica il PDF)     L’ordine complicato. Come costruire un’immagine   Mentre l’Europa in guerra conosceva la massima espansione della Germania nazista, a Budapest il diciot­tenne Janos Antal Friedman poteva recarsi tranquillamen­te ad ascoltare la conferenza di un noto fisico tedesco:   Heisenberg era venuto a Budapest nel 1941 per tenere una conferenza a un seminario. Ero ancora alle superiori ma quel seminario era aperto al pubblico. Rimasi molto colpito, natural­mente […]. La mia carriera nell’ambito dell’architettura è stata influenzata dal mio approccio nei confronti della scienza e si basa sull’importanza fondamentale dei comportamenti e delle azioni...

Un fusto svedese

Fu a Parigi il primo incontro: alto, forte, aria decisa, portamento sicuro. Era svedese. Un sorbo svedese che svettava in fondo a un viale della Cité Universitaire. Da allora non me lo sono più levato dalla testa. Lo riconosco a colpo d’occhio anche quando compare nei rigogliosissimi, sin troppo curati, giardini dell’Inghilterra del Nord. In Italia è raro vederlo. Mi devo accontentare dei simili, più alla mano, sorbi montani (sorbus aria) detti anche farinacci.   Lo svedese (sorbus intermedia) si distingue dall’autoctono per un dettaglio non trascurabile delle foglie. Caduche in entrambi, ovoidali e picciolate, di colore verde scuro in superficie, grigie e tomentose nella lamina inferiore. Ma l’elegante scandinavo invece che seghettate le porta lobate: per ogni lamina si contano fino a quindici lobi regolari, seppure poco profondi. Albero dal fusto eretto, dalla chioma folta e globosa, si è diffuso come essenza ornamentale per l’effetto estetico garantito e per la rustica tempra.   A maggio i fiori bianchi riuniti in corimbi ne accrescono l’appeal. Ma il culmine della loro bellezza è...