Il tuo due per mille a doppiozero

Er e gli asini

 

Er cammina lungo una strada asfaltata. Di lato, a destra e a sinistra, i campi. La macchina da presa la inquadra di schiena. Vediamo i suoi capelli neri che le cadono sulle spalle e i jeans bianchi che indossa. Cammina di fretta, come se sapesse dove andare; si mantiene vicina alla striscia bianca laterale che bordeggia nel suo procedere. Mormora qualcosa che non si comprende: frasi straniere, una litania, altro ancora. Er è Ermanna Montanari e questo è un film di un’ora dedicato a lei, un atto di amore del regista Marco Martinelli verso quella che è la sua attrice preferita, la sua musa, la sua prima compagna di lavoro, sua moglie. Un dono fatto a Ermanna dopo quarant’anni di vita e di teatro insieme, scrive il regista romagnolo nella scheda di presentazione dello spettacolo. Partendo da un ampio materiale d’archivio, Martinelli, con l'aiuto di Francesco Tedde, ha montato questo lungo monologo dell’attrice, che attraversa lavori di oltre vent’anni fa come Ippolito, tratto da Euripide, dove recita circondata da Chiara Lagani e Fiorenza Menni, Sterminio di Werner Schwab, dove interpreta il monologo della Signora Cazzafuoco, e poi altri spettacoli ancora in cui Ermanna Montanari è in scena. Er è una divinità dal multiforme aspetto, che assume forme e volti sempre diversi adattandosi ai testi teatrali che recita, ma il viso e il corpo e la voce sono sempre i medesimi nell’arco di questi quarant’anni di lavoro teatrale.

 

Il film si apre con un primo piano di Ermanna-Er: la macchina da presa le gira intorno mostrando il viso, poi i capelli, le spalle, come se si trattasse di una statua: scultura vivente. Si tratta di una divinità ctonia che vive alla luce del sole, un personaggio bifido, dalla doppia natura: ombrosa e insieme solare. Essere divino e semi-dea, Er trae la propria forza da una concentrata marginalità. Nonostante il ruolo centrale che ricopre nell’opera registica di Martinelli, Ermanna Montanari è un essere che abita i bordi, gli orli, gli interstizi. Si situa sul confine tra il dentro e i fuori, tra l’umanità e l’animalità. Il suo totem è l’asino, davanti a cui recita in dialetto, su un sopralzo, il monologo di Lus scritto da Nevio Spadoni nelle scene del film che gira Gianni Celati nella pianura padana. Lì Ermanna impersona la strega romagnola dell’Isola di Alcina, essere divino perché dannato, creatura della rivolta e insieme della assoluta devozione. Devozione a cosa? Martinelli ritaglia da un altro spettacolo per il finale il gesto ripetuto in cui Er si flette e s’inginocchia, poi si rialza, e di nuovo si piega e torna su.

 

 

In questa reiterazione di sacro e profano, di credenza e miscredenza, c’è l’essenza stessa dell’attrice Ermanna Montanari e anche della donna Ermanna, lei che porta un nome proprio da uomo, ma che è volto al femminile, un nome germanico che rammemora la presenza di quei popoli migratori che hanno invaso l’impero nel momento del suo evidente declino. Ma Er sembra anche discesa dai mosaici della sua Ravenna, imperatrice e meretrice secondo le parole di Procopio di Cesarea nelle sue storie gotiche e bizantine. L’identità di Er è sfuggente e multipla. Creatura del passaggio recita frasi che sarebbe opportuno trascrivere: “… per combattere la malinconia e il terrore di chi non sa dormire di notte ingannato dalla marcia della vita”. Marco Martinelli ce la mostra a più riprese su quel nastro d’asfalto, probabilmente dalle parti del villaggio agricolo di Campiano, sua terra d’origine, cui appartiene profondamente, sempre in movimento: la marcia della vita, della sua vita. Potrebbe essere questo il sottotitolo del film, che ci mostra non solo la carriera d’una grande attrice, ma le sue trasformazioni progressive nel corso del tempo: identica e sempre diversa.

 

Le parti più belle di questo lungometraggio amoroso sono dedicate a Ubu buur, lo spettacolo del 2007 che Martinelli e Montanari hanno messo in scena insieme a Mandiaye N’Diaye, l’attore e regista senegalese purtroppo scomparso, anima nera del Teatro delle Albe. Il fantasma di Madre Ubu, che poco prima abbiamo visto recitare il gioco grottesco degli specchi che ne moltiplicano il viso, appare mentre cammina sulla terra battuta di un villaggio africano, Diol Kadd. Con Padre Ubu (Mandiaye) è ora alla testa dell’infernale e allegrissimo corteo che attraversa il pagus diretto verso la savana. Cantano, suonano, urlano, ed è gioia allo stato puro, magia allegra e suntuosa di un mondo che pare risale dalle profondità della Terra per manifestare l’essere stesso che ha vinto la morte e s’appresta a entrare con la bianca Madre Ubu nell’Inferno della vita. Il regno dei morti è qui con noi, ci accompagna ogni giorno, che noi lo possiamo vedere o che invece ne ignoriamo la vivace e solida allegria: cantare, ballare, camminare. Soprattutto camminare su quella strada di Campiano per poi voltarsi di colpo e mostrarci il volto stesso del demone: Er bella e sfrontata, con la capigliatura corvina che ne circonda il viso rotondo, divinità campestre precristiana. Gli scheletrini di Perhindérion danzato allegri e inafferrabili in un altro punto del film: spiritelli giovanili e alieni, come lo sono i bambini e gli adolescenti, fanno corona a Er.

 


L’allegria non è possibile solo in Paradiso, ma anche all’Inferno, in quell’infernuccio che abitiamo tutti i giorni qui in terra. Gli spiritelli ci dicono: ci sono buoni motivi per danzare. Er si incarna nella mamma di Marco Pantani, ci terrorizza nelle vesti della satanica e ossessiva vedova Cazzafuoco per lasciare il posto, ci ammonisce nei panni di madre Ubu, ma quando i titoli di coda sono terminati, prima di immergerci nel buio dello schermo senza immagine, appare all’improvviso una giovane Ermanna Montanari seduta al tavolino di un bar in una piazza di Ravenna. Indossa un cappottino e la sciarpa le avvolge la gola. Il suo viso è splendente e intonso, un foglio di carta su cui ancora non è stato scritto nulla, né le frasi del tempo né quelle degli autori che verranno, è Er prima di Er, Ermanna prima di Ermanna, un essere luminoso, casto e innocente. Prima che tutto accada, prima che s’accendano le luci del varietà, che lei si trasformi nell’asinella delle fiabe, prima che diventi la perversa Cazzafuoco, prima che si copra il viso della biacca di Madre Ubu e danzi il sabba diurno, prima che Alcina, Lus e la santa medioevale Rosvita, facciano la loro comparsa sull’impiantito dei teatri e le macchine da presa ne registrino il recitativo, c’è Ermanna da Campiano, detta Pepa, amata d’un amore sconfinato dal suo Marco Martinelli, detto Martino.

 

In scena lui non c’è, si nasconde, però è ovunque in questo film, dietro la macchina da presa, anche quella impugnata da altri. Ha ceduto la sua giovane moglie alle divinità gelose e possessive del teatro, ma è sempre pronto a scendere all’inferno per riportare con sé la sua Euridice. La sua Ermanna è qui, nel film, fuori scena, tornata ad essere la ragazza che Marco è andato a chiedere in sposa partendo a piedi da Ravenna, per bussare al portone dei Montanari, contadini rudi e furbissimi di Campiano. Non si è dimenticato chi era, e chi è ancora sotto la maschera che le si è incollata al viso. Er in quella visione rapida e serena lascia il posto a Ermanna, il suo grande amore.

 

Er, diretto da Marco Martinelli, sarà disponibile on demand (questo il link), a partire dalle ore 14.00 del 5 dicembre 2020 e per le successive 72 ore, sulla piattaforma MyMovies del Milano Filmmaker Festival.

 

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