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Eugenio Cefis, il cavaliere oscuro

È una storia italiana piena di misteri, alimentata dalla propaganda e da fonti che non sono mai state chiarite. Il giornalista Paolo Morando ha ricostruito la biografia di uno degli uomini più inquietanti del nostro passato. 

 

1– Se scrivere una biografia è dare un ordine, e magari trovare un senso, all'accadere delle cose dentro una vita, Paolo Morando, con Eugenio Cefis. Una storia di potere e di misteri (Laterza, pag. 374), ci è riuscito alla grande. Con uno scrupolo documentario e un rigore d'esattezza esemplari.

 

Però, trattandosi di Cefis, la faccenda si complica. La sfida si alza. E di parecchio. 

Poiché Cefis non è stato solo uno degli uomini più potenti, più temuti, più discussi, della seconda metà del Novecento italiano. Cefis è stato, anzi, continua a essere, nel nostro Paese, una leggenda inquietante. 

Inchieste giudiziarie e investigazioni giornalistiche, libri e libelli e saggi, voci e illazioni. Un'immensa e composita costruzione narrativa, in corso da tempo e mai interrotta, ne ha filato e tessuto la leggenda minacciosa. 

Morando ne espone l'accurato repertorio. Qui, tanto per ricordare, alcuni esempi. Cominciando dal best-seller del 1974 Razza padrona diventato, dirà poi Cefis, il "manuale degli imprenditori privati spinti alla riscossa contro l'industria di stato" dagli autori, Turani e Scalfari. Uno Scalfari, aggiungerà Cefis anni dopo, che operava "non per ragioni ideali o di principio ma perché la Fiat era per lui una miniera d'oro inesauribile". 

Prima di Razza padrona era arrivato Questo è Cefis di Giorgio Steimetz (nome di copertura del vero autore) edito dall'agenzia giornalistica AMI esclusivamente per spillare quattrini a Cefis. Proprio quando stava in mezzo al guado, nel salto dall'Eni alla Montedison. 

 

Altro libro avvelenato L'assassinio di Enrico Mattei di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi. Qui, ovviamente, sul delitto si fa aleggiare l'identikit di un mandante. Assai somigliante a Cefis. Anni dopo uno degli autori ammetterà che il libro nasce su input molto concreto di Giorgio Valerio, il patriarca dell'archeo-capitalismo milanese messo in croce dalla scalata di Cefis. Altre volte è il giornalista neo-fascista Giorgio Pisanò che bussa a quattrini, facendo soffiare aria di reportage e scoop. Sedati da generosi interventi.

Nello stendere coraggiosamente il catalogo di questa leggenda Morando fa emergere la patologica fisiologia di un giornalismo che, spesso, va oltre ogni spregiudicatezza deontologica. 

 

2 – Da questa fabbrica informativa esce alla fine la leggenda. E la leggenda produce l'avatar di un Cefis incarnazione e origine di buona parte dei mali che hanno azzoppato l'Italia. Che ci hanno guastato. 

Guastato chi e cosa? 

A quanto pare hanno guastato quel Paese che prima era puro e autentico. Abitato da un popolo che, senza i Cefis e quelli come lui, aveva genuinità di pensieri e freschezza di gesti quotidiani. E semplicità di luoghi. Dove, dal buio di notti serene, sarebbero spuntate ancora le lucciole.

Le lucciole, appunto. 

Pasolini, nell'articolo sulle lucciole apparso sul "Corriere della Sera" nel febbraio del 1975, ha in mente proprio il Cefis, presidente della Montedison, quando evoca quel "potere reale" contro il quale si scaglia. 

Un articolo che si conclude così: "Sia chiaro: io, ancorché multinazionale, DAREI L'INTERA MONTEDISON PER UNA LUCCIOLA".

Quando Pasolini scrive l'articolo è, da tempo, alle prese con Petrolio. Lavora al canovaccio di romanzo nel quale vuole raffigurare e trafiggere il nuovo "potere reale" che a suo parere sta imponendosi sull'Italia. Al centro della sua narrazione c'è un personaggio che esplicitamente fa riferimento a Cefis. Tratteggiato attingendo alla leggenda alla quale si è appena fatto riferimento. 

È un Cefis che, tra l'altro, sta mettendo le mani sul "Corriere" sul quale scrive Pasolini. Infatti tra poco aprirà ingenti fideiussioni (per 9 miliardi di lire) alla cordata rizzoliana-piduista prossima a sbarcare in via Solferino.

Un Cefis dunque quanto mai adeguato a indossare la leggenda che gli viene cucita addosso. E che gli sta attribuendo sempre più inquietanti connotazioni. 

 

3 – Su questa narrazione incombe soprattutto il copione quasi shakespeariano, del come e perché Mattei si sia insediato al vertice dell'Eni. Dopo l'incidente aereo, nell'autunno del 1962, che ha fatto fuori Mattei, il fondatore dell'ente petrolifero di Stato.

Una tragica uscita di scena che vede Cefis lontano. Da pochi mesi, spiazzando tutti, ha rotto il sodalizio con Mattei. Del quale è stato il braccio destro, l'artefice delle missioni più riservate. Un sodalizio sorto sin dall'immediato dopoguerra. Dopo che lui e Mattei si sono conosciuti, e apprezzati, nel vivo della lotta partigiana. Dove Cefis, operando in Valdossola, opera in stretta sinergia con l'intelligence anglo-americana che sta a ridosso del confine italo-svizzero.

L'ipotesi che la leggenda diffonde è che Cefis, formatosi all'Accademia Militare e perfezionatosi in ruoli attigui al servizio informazioni dell'esercito, pur dismessa la divisa continui a essere quel che è sempre stato. Non tanto un militare di mestiere quanto un professionista dell'intelligence. Dislocato sullo scacchiere economico e politico italiano. 

Di certo ovunque Cefis pianti il suo bastone di comando sboccia nei dintorni la sua rete informativa. La mano felpata delle sue operazioni speciali. Delle sue guerre silenziose. 

Informazioni capaci di condizionare, intimidire, corrompere. Segreti pescati calando le reti dei dossieraggi e delle intercettazioni telefoniche. Mettendo all'opera gente di fiducia dentro servizi segreti e polizie parallele. Senza rinunciare ovviamente a investigatori privati, Tom Ponzi, per esempio, pagati direttamente con i fondi aziendali.

È un flusso mai interrotto di rivelazioni sospeso sul destino degli avversari. È la continua pianificazione di giochi di guerra calati in un conflitto sommerso. In palio ha il potere. Scontri da condurre in silenzio e con la massima riservatezza. Così – nel libro di Morando non mancano certo gli esempi – Cefis cerca di sottomettere la politica. Piegare le istituzioni. Indurre alla resa chiunque pensi di resistere alle sue scalate.

 

4 – In questa biografia è ricostruita dunque, con molti dettagli, la disinibita attitudine di Cefis a presidiare con le spregiudicate modalità della sua formazione militar-spionistica ogni crocicchio politico-economico-affaristico cruciale per la sua ascesa. 

Ma il valore aggiunto del libro di Morando non sta solo qui. Consiste nella lucida analisi del sorgere, irrobustirsi e ramificarsi della leggenda nera cucita attorno a Cefis. Qui Morando dà veramente il meglio del suo lavoro perché stende ogni tassello di questa ammorbata architettura narrativa sul tavolo anatomico. Ne viviseziona le fibre, i flussi, le metabolizzazioni. Cose che ancora oggi permangono nelle ricostruzioni di pagine cruciali di storia nazionale. 

Questa analisi implica anche chinarsi sul lavoro di mostri sacri, come Pasolini. E dimostrare come quei testi, quei bagliori di "verità occultate", che appaiono in "Petrolio", e poi vengono ripresi da ulteriori epigoni convinti di possedere la chiave interpretativa di ogni male italiano, fuoriescano da pessime fonti. Anzi, peggio. Sono spesso il prodotto di una fabbrica di disinformazioni, di ricatti, di illazioni su vicende "indicibili" e "misteri insolubili". Elaborati da quella editoria del ricatto sulla quale Morando si sofferma con coraggio e acutezza.

 

Leggendo Morando si apprende, sorprendentemente, come Cefis, sempre parco di interviste, e assai poco loquace, in varie fasi della sua vita abbia dedicato ore e ore per ricostruire in dettaglio i passi della sua complicata biografia. Lo ha fatto rispondendo a sollecitazioni di storici magari non noti ma rigorosi nell'adesione ai fatti. Con loro è disposto, per giorni e giorni, a rievocare pagine della sua vita. A partire dalla Resistenza sino alle brucianti "guerre" petrolifere e chimiche, con annesse ripercussioni politiche, dei decenni successivi. Lo fa, quando ormai ha lasciato ogni carica, con Giuseppe Locorotondo, dell'Ufficio Storico dell'Eni. E, stessa cosa avviene con Marino Viganò, appartato e puntiglioso storico di Varese, col quale ricostruisce in dettaglio le pagine della sua esperienza partigiana in Valdossola e del sorgere del legame con Mattei. 

Forse è proprio Viganò a fornire la chiave di volta per apprezzare il valore dirompente della biografia che Morando dedica a Cefis. Ci riesce con lapidaria chiarezza quando, commentando la leggenda nera sorta attorno a tante vicende, ricorda quello tutti dovremmo rammentare. I misteri non ci sono. Anzi, non dovrebbero esserci. 

Perché "dietro ogni mistero c'è solo una pessima ricerca".

 

Cefis sismografo e sciame sismico 

 

Sciogliere i misteri. "Decostruire" la leggenda, si sarebbe detto in altri tempi. Quindi "demitizzare" l'agire del Super-Cefis trasmesso da una narrazione densa di trappole, imboscate. Spesso sorretta su inchieste a comando e libelli del ricatto. E altro ancora. Perché sono tanti, e di ogni collocazione, quelli che – magari "a loro insaputa" – hanno fatto visita al mulino del diavolo.

Paolo Morando questo prezioso lavoro di pulizia delle fonti, di analisi dell'inquinamento dei fatti, operato dall'informazione su committenza e/o dalla paranoia complottistica, lo ha compiuto. Fa da viatico alla comprensione di dinamiche, spesso sotto traccia, che non riguardano solo il contesto in cui si muovono Cefis e altri potenti di quella stagione della Prima Repubblica. Investono dinamiche ancora operanti dentro il cantiere, sempre in evoluzione, dove si costruisce e si rappresenta il nostro presente.

Un presente che forse può essere interpretato in modo più complesso, pluriprospettico, proprio attingendo alle analisi offerte da questo lavoro.

 

Infatti, un capitolo dopo l'altro, si individua l'impronta significativa che Cefis ha lasciato sulle morfologie, e, in molti casi verrebbe da dire sulle patologie, del sistema di potere del Paese. Qui Cefis esercita, tra gli anni Sessanta e Settanta, un ruolo che ha contribuito – in modo tutt'altro che irrilevante – a cambiarne i tratti. 

Talvolta si ha l'impressione di percorrere, attraverso le pagine di questo libro, vite, anzi, storie parallele. 

Segnano le tappe della parabola del boiardo di Stato Cefis ma anche l'emergere, il formarsi e deformarsi del volto di una Repubblica che, da un certo punto in poi, inizia una profonda mutazione. È come se il terremoto politico e sociale che investirà di lì a qualche anno il Paese fosse preceduto dal susseguirsi di sciami sismici. Segnalano, forse anche preparano, l'evento tellurico che emergerà di lì a poco. Prima con l'imponente stagione di lotte operaie e studentesche del biennio 1968-69 e quindi – nel tentativo di riportare indietro l'orologio della storia – con la cruda ferita inferta da Piazza Fontana e dall'inizio della strategia della tensione.

Ecco seguire le mosse di Cefis, nel contesto più ampio della vita politica e sociale di quegli anni, è un po' come tener d'occhio un sismografo che avverte, il più delle volte anticipa, i movimenti, gli scostamenti, che investono faglie significative del Paese. 

Un Cefis sismografo e ovviamente, al tempo stesso, sciame sismico. Scaturito dentro dinamiche profonde e durature di un sistema in cerca di nuovi assestamenti. 

Per questo non è forse inutile, attingendo al libro di Morando, individuare – a titolo di esemplificazione – alcuni momenti in cui il Cefis-Sismografo mette a nudo nodi cruciali del sistema di potere di allora. Questioni irrisolte, in parte, ancora oggi. 

 

 

Il momento di grazia è finito. Caccia al boiardo di stato

 

Pochi mesi prima della tragica morte di Mattei, Cefis lascia l'Eni. Rompe così un pluriennale sodalizio con il fondatore dell'ente petrolifero di Stato. È una scelta che, a trent'anni da quel distacco, spiegherà così: 

"...lasciai l'Eni nel 1962 perché mi ero reso conto che il momento di grazia dell'ente era finito e che con l'avvento del centro-sinistra stava per venire a mancare la possibilità per l'Eni di portare avanti quello che ritenevo un giusto programma di sviluppo, anche in presenza di un diverso parere ufficiale del governo e della contrarietà delle forze politiche.

Un'epoca, una stagione era finita."

 

Ben prima che uscisse Razza padrona, il best-seller scritto nel 1974 da Scalfari e Turani, emissari dell'attacco dell'industria privata a Cefis e agli altri boiardi di Stato, l'ala conservatrice della politica e dell'imprenditoria italiana si era messa in moto. In risposta all'entrata dei socialisti nel governo lancia una dura crociata contro l'imprenditoria pubblica.

Ad aprire le conflittualità – su input di Saragat e probabilmente dell'industria elettrica che è alle prese con la nazionalizzazione imposta dal governo di centro-sinistra – è la clamorosa vicenda giudiziaria che nel 1963 colpisce il prof. Felice Ippolito, presidente del CNEN, il Comitato Nazionale Energia Nucleare che ha messo in cantiere le centrali nucleari di Trino, Latina, Garigliano. Accusato di reati di scarsa rilevanza, Ippolito tuttavia viene arrestato e condannato, in prima istanza, a 11 anni di carcere. Una sentenza che suscita lo sgomento e la protesta del mondo scientifico italiano e dei personaggi più rilevanti della cultura nazionale.

La vicenda giudiziaria "Ippolito" rappresenta per Mattei, tornato all'Eni, più che un monito. Marcello Colitti, suo stretto collaboratore e figura storica del management Eni, scriverà: "Era rimasto molto colpito dalla condanna di Ippolito a 11 anni di prigione per aver usato a proprio vantaggio beni e servizi dell'ente che presiedeva...Ci fece preparare una raccolta di documenti per chiedere una revisione della legge. I dirigenti delle imprese pubbliche – diceva – sono pagati meno di quelli privati e trattati assai più duramente dalla legge, dai giudici, se consciamente o inconsciamente, fanno degli errori. 

Non solo, essi sono soggetti ad attacchi politici, come appunto quelli con cui Saragat aveva aperto il caso Ippolito, che li porta in ogni momento alla ribalta della vita pubblica e contro i quali è ben difficile che si possano difendere adeguatamente...

 

L'idea finì per diventare un’ossessione, tanto che alla fine della sua carriera offrirà di andarsene senza porre ostacoli, purché i politici, tacitamente o esplicitamente si impegnassero a non perseguirlo penalmente. Nessuno poteva stare in questi posti se non accettava di finanziare i partiti – sosteneva Cefis, E la scelta dei politici dovrebbe essere fra smettere di chiedere soldi (e allora chi li offre potrà essere giustamente perseguito), oppure decidere che non è reato. O almeno che lo è allo stesso modo per le imprese private. 

Altrimenti, si finisce che gli unici che vorranno fare i capi delle imprese pubbliche saranno o gente da galera che tanto la rischierebbe lo stesso, o gente che guarda dall'altra parte, mentre altri fanno quello che è stato loro chiesto. 

In entrambi i casi, tipi poco desiderabili. 

Questa posizione corrispondeva all'idea Cefis aveva di se stesso e della sua funzione, soprattutto dopo che divenne presidente. 

Egli accentrò su di sé i contatti politici di qualunque natura. Onesti o disonesti che fossero questi rapporti, non ammetteva che vi fossero altri nell'azienda a intrattenerli. 

Ciò rispondeva anzitutto al suo principio dell'unità di comando, ma anche l'idea che certi problemi non dovevano esser gettati sulle spalle dei dirigenti di linea. Che non avrebbero mai dovuto, secondo lui, ritrovarsi in conflitto tra la propria morale e con gli ordini ricevuti. Altrimenti quella che Bartolotta chiamava la "legge della valigetta" si sarebbe generalizzata, il che poi è puntualmente avvenuto". 

 

Della corruzione e della “legge della valigetta”

 

Bartolotta, ovvero la "legge della valigetta". Bartolotta è stato per molti anni uomo di fiducia di Cefis dentro rilevanti consociate dell'Eni. E la sua "legge" (legge ovviamente mai diventata tale, ma tuttavia regola ferrea di ogni interazione fra aziende e ambiti su cui la politica mette becco) descrive quello che accade allora non solo nelle aziende di Stato che Bartolotta si trova a pilotare. Ma in tutto l'universo industriale e produttivo italiano di quel momento. 

La "legge" viene sintetizzata così: 

"a) La valigetta parte piena di soldi e arriva dimezzata; b) nessuno protesta perché nessun onesto accetta di recapitare la valigetta; c) e nessun disonesto accetta di consegnarla piena, senza arraffarne la metà."

Questo era già allora l'andazzo. Non solo con Cefis, ovviamente. Ma anche prima. Con Mattei, per esempio. 

 

In un'evocazione di Cefis, affidata al memoriale-intervista registrato per l'ufficio storico dell'Eni, Mattei viene descritto mentre entusiasta scende "gli scalini quattro a quattro" di un palazzo romano dove, per la prima volta, è riuscito a convincere i vertici del PSI, ancora ben lontano dall'essere sottomesso da Craxi, ad accettare una robusta iniezione di contanti, provenienti dai fondi neri dell'ente petrolifero. Ente che, a questo punto, avrà un sostegno in più all'intero della compagine parlamentare.

In una delle sue puntigliose ricostruzioni delle patologiche "morfologie" italiane, illustrate sia a storici sia a giornalisti di primo piano (Piero Ottone, per esempio) Cefis spiega che questo era costume generale. Nell'industria privata (unica eccezione la Pirelli) e in quella di Stato. 

Con una variabile di rischio – di incriminazione penale – però estremamente maggiore in quest'ultima. 

Già, perché il potere politico, per farsi obbedire dai manager pubblici aveva scoperto che era efficace far aleggiare sul loro agire la minaccia giudiziaria. Come quella che uno scatenato e assai discusso pm romano, su input precisi di mandanti politici, aveva usato per decapitare la carriera, e mandare in galera, Felice Ippolito.

 

Legge Merli o Legge Cefis? Nasce la prima legge ecologica

 

L'incubo delle manette continua ad aleggiare su Cefis. Non solo per la corruzione diventata la norma nei rapporti tra referenti politici e attività produttive ma altresì per le imputazioni di gravi reati ambientali formalizzate da una magistratura più sensibile, rispetto al passato, alla difesa dell'ambiente. Raggiungono Cefis, presidente della Montedison che, da neo-patron della chimica italiana, enumera, nel suo impero aziendale, lavorazioni estremamente nocive. Sono quelle che si svolgono a Spinetta Marengo (AL), Scarlino (LI) e Petrolchimico di Marghera (VE) e che presto sono al centro di clamorose inchieste. Investono direttamente Cefis quale rappresentante legale di Montedison e, dopo intensi dibattimenti, arrivano le prime condanne. Quella per i fanghi gettati in mare dall'impianto di Scarlino, se confermata in appello, rischia di portarlo in carcere. A meno che una legge, disciplinando per la prima volta in modo sistematico lo scarico di materiali inquinanti nelle acque, non sani anche la situazione precedente. Un progetto di legge, presentato dal deputato dc, Gianfranco Merli, eletto proprio nel collegio di Livorno, territorio in cui si trova l'impianto di Scarlino, si presta esattamente a questa bisogna. 

Solo che il suo iter legislativo segue i ritmi consueti dei lavori parlamentari. Nella primavera del 1976 si profila per Cefis una disastrosa congiunzione: si fa sempre più vicino lo scioglimento delle Camere se si approssima la sentenza del Tribunale di Livorno che di rischia aprirgli le porte del carcere. 

A questo punto, però, un colpo di scena.

 

Il 14 Aprile 1976, in un sol giorno, alla Commissione Lavori Pubblici della Camera si approva il testo della Merli in sede legislativa. Un testo presentato "da tutte le forze dell'arco costituzionale". Nello stesso giorno il disegno di legge, approvato alla Camera, passa al Senato. Il 30 Aprile è già legge". 

Cefis è salvo. Infatti il Tribunale di Livorno di lì a pochi giorni lo proscioglie.

Qualcuno nel commentare l'accaduto spiega che la Legge Merli, la prima legge ecologica italiana, quella che davvero affronta per quei tempi in modo responsabile il tema dell'inquinamento delle acque, dovrebbe avere un altro nome. Dovrebbe chiamarsi Legge Cefis. Infatti è il presidente della Montedison l'artefice di un exploit legislativo dai tempi fulminei e del quale sono partecipi tutti i gruppi parlamentari. Tantomeno estranei sono, si dice, i due segretari generali degli organismi parlamentari. In particolare quel Francesco Cosentino, segretario generale della Camera, che di lì a poco dovrà dimettersi per le rivelazioni sulle tangenti pagate dalla Lockheed. Risultando successivamente essere ai vertici della loggia P2. 

 

Fanfascismo e dintorni: il piano 5x5

 

Le esemplificazioni potrebbero continuare: alcune sarebbero particolarmente significative per comprendere l'evoluzione di Cefis verso la politica italiana e, in particolare, le suggestioni autoritarie che gli sono state attribuite. 

Costruendole – come Pasolini nel brogliaccio di Petrolio e come fa, nel 1972, sulla rivista "L'erba voglio" tale Giorgio Radice, pseudonimo del giornalista Giuseppe Turani (sì, il futuro coautore di "Razza padrona) – su interpretazioni, a volte francamente capziose, di alcuni discorsi. Ad esempio quello – "Le imprese multinazionali: prospettive di un'economia senza confini"(ma su "L'Erba voglio" il titolo si trasforma, diventa "La mia Patria si chiama Multinazionale") – che pronuncia il 23 febbraio 1972 all'accademia di Modena. 

Discorsi come quello di Modena, o la testimonianza resa alla Commissione Industria del senato, il 21 settembre dello stesso anno, sono sospettati di riecheggiare strategie destabilizzanti per la democrazia. Piani e complotti: gli stessi evocati pochi mesi prima. Nel dicembre 1971, a cavallo dell'elezione del presidente della Repubblica, in cui la candidatura di Fanfani, sostenuta da Cefis, viene stroncata da una campagna di stampa, imperniata sulla opposizione al "fanfascismo". E sull'emersione di un velleitario e quanto mai fantasioso progetto di inquadramento della società italiana, il cosiddetto "Piano 5x5", di cui il "fanfascismo" sarebbe il vettore. 

Uno scenario su cui si sbrigliano, in modo molto colorito e creativo, sia "Lotta Continua" sia il settimanale mondadoriano "Panorama". Impegnati in un'accesa campagna stampa. Campagna che indirettamente contribuirà a far sì che, sconfitto Fanfani, al Quirinale ci si ritrovi Giovanni Leone. 

 

Come un ente sovrano

 

In realtà – come puntigliosamente ricostruisce Paolo Morando, analizzando quei discorsi di Cefis e le interpretazioni capziose che vi si costruiscono sopra – non solo non vi sono elementi per vedere nelle sue parole inviti ad avventure autoritarie. Né è corretto inquadrarli come carburante all'accelerata nella corsa al potere di Cefis. Semmai, viene giustamente osservato, rappresentano l'inizio del suo declino. 

È curioso comunque che nessuno colleghi l'analisi compiuta da Cefis a una sua esperienza recente e precisa. In cui ha toccato con mano la crescente fragilità dello Stato, davanti a una competizione internazionale dispiegata sul teatro globale.

L'esperienza che mette davanti a Cefis i "vuoti di potere" delle istituzioni della Repubblica prende corpo drammaticamente nel maggio del 1969, in occasione dei fatti di Kwale 3. 

Kwuale 3 è un campo di perforazione della Saipem investito dal conflitto delle forze indipendentiste del Biafra contro la Nigeria. In un assalto al campo vengono assassinati dieci tecnici del nostro ente petrolifero e altri venti sono presi in ostaggio dagli indipendentisti. Processati. Condannati a morte. 

Davanti a questi fatti drammatici Cefis riesce – con un impegno che si protrae per alcune intense settimane vissute a filo di rasoio – a liberare e a riportare in patria gli ostaggi. Lo fa agendo come se l'Eni fosse un'organizzazione sovrana. Capace di supplire di fatto alle carenze, indecisioni, rimpalli, delle istituzioni nazionali.

 

Lo fa operando come se fosse a capo di un'agenzia di intelligence. Usando dunque mezzi legali. E altri mezzi più diretti, ma forse meno confessabili, da quel professionista delle armi, passato per la lotta partigiana, che è stato. E che continua ad essere. Non a caso, quando scopre che i centralini Eni hanno registrato tutte le telefonate operative di quella missione speciale, si premura di mettervi le mani. Facendo sparire le bobine.

Riandando a quei giorni Cefis dirà che si era reso conto di come gli fosse ormai impossibile "...come manager pubblico sopportare la lentezza, l'indifferenza e la logica della classe politica. Benché fossi persuaso che si trattava di conseguenze forse inevitabili del sistema democratico, e accettassi incondizionatamente tale sistema, e fossi contento di vivere un paese democratico, non riuscivo tuttavia a tollerare le pastoie, che vincolavano manager, responsabili di un ente pubblico....".

 

Ognuno al suo posto

 

Anche in queste considerazioni riecheggiano valutazioni di un personaggio sicuramente complesso e contraddittorio. Però il suo agire va dritto ad indicare – come un sismografo, appunto – le faglie in movimento che operano nel profondo del sistema di potere del Paese. 

Merito di Paolo Morando è di non aver subordinato il suo sguardo a stereotipi. Soprattutto è di aver fatto emergere materiali che altri, prima di lui, non hanno trovato. Forse perché non lo hanno cercato. Come ad esempio le molte pagine inedite della lunga intervista rilasciata da Cefis, nel settembre del 1991, quando ormai era da tempo fuori dai giochi, a Giuseppe Locorotondo dell'Archivio Storico dell'Eni. 

In quella rivisitazione emerge la sintesi del ruolo che – nella contrapposizione tra imprenditoria privata e manager di Stato – finisce col giocare, più di tutti gli altri, Eugenio Cefis. 

Un ruolo, dentro una partita micidiale, che il sismografo-Cefis descrive così: 

"Quando io cominciai a muovere i primi passi come responsabile della conduzione dell'Eni, i nostri cugini dell'Iri, e anche dell'Enel, apparivano felici di mettersi in fila per poter essere invitati a pranzo o poter trascorrere un week-end con Agnelli o quanto meno con uno dei direttori generali della Fiat (o anche della Pirelli). Sembravano tutti succubi dei grossi imprenditori privati, loro clienti o loro fornitori. Non perché fossero da loro ripagati in qualche altro modo, ma perché si sentivano abbagliati dal loro fulgore. 

Allora chi, fosse pure un ministro, veniva invitato a colazione da Agnelli, si sentiva veramente privilegiato e largamente gratificato.

 

Si spiega quindi come un Eni completamente privo di questo timore reverenziale fosse qualcosa del tutto inaccettabile. Costituisse un'inconcepibile offesa al principio "ognuno stia al suo posto"...

Da una parte c'erano i proprietari e dall'altra i fittavoli che – se erano bravi – potevano anche essere premiati. 

Però i ranghi dovevano restare ben definiti: il padrone di qua e il fittavolo di là. 

Il giorno in cui uno osava rompere questo schema ed infrangere questa regola e si permetteva di autoconsiderarsi promosso al rango di padrone, il gioco non era più valido. Nasceva la guerra. 

La guerra ai bastardi della spregiata "razza padrona". 

I dettagli di questa guerra alla Razza padrona non li trovate nel best-seller del 1974 ma nel libro che Paolo Morando ha costruito. Facendo emergere i tratti di un passato che abita ancora nel nostro presente. 

 

La prima parte di questo articolo è apparsa il 7 maggio 2021 sul quotidiano “Domani”, che ringraziamo di averci concesso di riprodurlo.

 

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