Il politicamente corretto: arma, utopia e terrore

Il “politicamente corretto” (PC) e la cancel culture che pare derivarne suscita nei suoi critici reazioni scomposte, al limite dell’isteria. Ciò si deve al fatto che il PC è un discorso che nasce già “isterizzato”. Riflettendo sullo statuto e sulle trasformazioni del sapere, Jacques Lacan aveva battezzato come “discorso dell’isterica” quel particolare tipo di discorso che “smaschera la funzione del padrone cui resta per altro solidale, mettendo in risalto quanto nell’Uno con la U maiuscola vi sia del padrone, a cui si sottrae in quanto oggetto del desiderio”. “Isterica” non ha qui nessun valore negativo. Non rimanda ad una visione becera del femminile. Tutt’altro. Indica una modalità della parola che manda in cortocircuito i discorsi “padronali”, maschili e fallocentrici, del sapere e dell’”Uni-versità” (del discorso rivolto all’ Uno, il quale ha sempre una connotazione di genere: è maschio, eterosessuale, bianco...).

 

Il PC si presenta insomma nell’arena della comunicazione con un tratto sovversivo e produce, come ogni rivoluzione, una reazione la cui scompostezza è segno della sua potenza. Il PC è infatti in prima istanza un’arma. È un’arma immateriale in mano alle minoranze, quali esse siano, nell’ambito di una guerra asimettrica con le maggioranze, quali esse siano. Non diversamente dal terrorismo, sul quale si dovrà ritornare, esso è la possibilità di lotta offerta a chi nella guerra si trova in una situazione di svantaggio assoluto. E una minoranza, quale che sia, è definita nel suo statuto di “minoranza” proprio dallo stato di svantaggio. L’identità della minoranza è infatti data dalla sconfitta, una sconfitta che è il senso ultimo che la storia ha assunto per lei: nient’altro che una lunga vicenda di umiliazione e di esclusione, nient’altro che violenza subita e ingiustizia patita. 

 

Alle minoranze non restava allora che spostare il terreno dello scontro sul piano dell’immateriale, vale a dire sul piano di quanto una volta si chiamava lo “spirito”. Confidando nella efficacia dello spirito le minoranze hanno dato prova di una straordinaria intelligenza strategica. Decisiva per l’esito di una battaglia è infatti la scelta del “campo” ove combatterla. Ora, l’immateriale per eccellenza è il linguaggio. Lo spirito è linguaggio. Esso è l’equivalente per il genere umano di ciò che è l’ossigeno per qualsiasi organismo vivente. Non si può non parlare più di quanto non si possa non respirare. Il linguaggio ha una “virtù” straordinaria (“virtù” nel senso originario della “potenza”): produce degli effetti. Il linguaggio fa letteralmente delle cose, agisce sui corpi e opera trasformazioni. Per il sofista Gorgia è un farmaco che guarisce o avvelena le anime. Per il Wittgenstein delle Ricerche Logiche il “linguaggio” è una rete di “giochi linguistici” tra loro imparentati, ma non riducibili ad un genere comune, ciascuno dei quali definisce una “forma di vita”. 

 

Il PC è appunto un “gioco linguistico” ed una “forma di vita”: è un “farmaco” che funge, al tempo stesso, da argine della violenza materiale esercitata dalle maggioranze sulle minoranze e da vincolo con cui sottomettere le maggioranze alla dittatura di chi non ha potere materiale. La sua azione è preventiva come la guerra (terroristica) al terrore che si voleva scatenare dopo l’11 Settembre. Chi lo contesta sul piano del “detto”, dimentica che la sua potenza concerne il piano astratto della forma, una forma che il filosofo direbbe a-priori, perché indipendente dall’esperienza e capace di plasmarla. L’efficacia straordinaria di quest’arma immateriale si deve al fatto che in questo gioco linguistico, che è il PC, si gioca con la più sublime delle capacità insite nel linguaggio: la sua capacità di “dire il vero”.

 

Il semplicissimo fatto di parlare – dotazione naturale di ogni essere umano – obbliga infatti anche il più infame degli uomini a “dire il vero”. Non che non possa mentire e perseguire sordidi interessi, ma se parla e se vuole essere compreso, approvato e seguito dagli altri deve in ogni caso pretendere di dire o fingere di dire come stanno “oggettivamente” le cose. Dunque, deve omaggiare la “verità” anche quando la tradisce. La potenza del linguaggio è insomma sempre formalmente “veritativa” anche se a parlare è Hitler. Questa è la sua “correttezza” ultima e insuperabile.

 

 

Il PC sfrutta questa potenza veritativa insita nella parola facendone l’arma finale nelle mani degli storicamente sconfitti (sconfitti in Occidente e dall’Occidente). Cosa significa, infatti, essere politicamente corretti nella comunicazione? Significa non ammettere nella comunicazione nulla che violi l’universalità della verità che il linguaggio non può non presupporre. Dunque andranno deposte tutte le parole che evocano la particolarità, la determinatezza storica, l’irrazionale e violenta contingenza degli eventi: asterischi invece del genere maschile/femminile, festività invece di Natale eccetera eccetera…

 

Il PC è così uno stile comunicativo che performa l’uguaglianza astratta di tutti i parlanti di fronte a una verità impersonale, oggettiva e astorica che, come recitava Eraclito, “mai non tramonta”. In un certo senso il PC è la filosofia scesa in terra per dirimere tutte le controversie pratiche, un po’ come Leibniz si aspettava che potesse fare il calcolo per le questioni relative alla conoscenza. La reazione isterica al PC da parte dei portavoce delle maggioranze minacciate è allora pienamente comprensibile. Essi si sentono letteralmente presi in una rete dalla quale non possono divincolarsi, perché anche loro come tutti i parlanti sono sottomessi all’autorità di quella verità che le minoranze hanno saputo trasformare in un’arma. Il che spiega perché anche nelle situazioni di massimo svantaggio materiale il PC possa funzionare perfettamente per le minoranze come arma di difesa e di offesa, costringendo i rappresentanti dell’establishment a rispettare delle “regole del gioco linguistico” che non ammettono deroghe. Negli USA puoi vivere nello stato più razzista che c'è ed essere un bianco privilegiato e devi lo stesso conformarti a dei rituali linguistici e a dei comportamentali inflessibili, pena l’esclusione dall’arena della comunicazione. Vi è in questo senz’altro moltissima ipocrisia, ma ciò che interessa alla minoranza è proprio l’omaggio indiretto alla virtù che l’ipocrisia del PC comporta. Gli effetti, ad esempio il licenziamento del capo razzista, seguiranno alle parole.

 

Da questa potenza performativa si ricava l’utopia che il PC persegue. Per molti dei suoi critici è una distopia, anche se non sanno identificarla precisamente. La si coglie con particolare nitidezza quando il PC investe i comportamenti sessuali (come nel Me Too). Per quanto la cosa possa apparire paradossale l’utopia del PC è l’utopia che ha caratterizzato l’ideologia neoliberale, vale a dire il sogno di una riduzione integrale dell’esistenza associata alla forma del mercato. Se per i Chicago Boys degli anni settanta questa era solo una ipotesi intorno alla quale lavorare per razionalizzare la sfera sociale (si diceva, ad esempio, che facendo di un rene un “bene” economico scambiabile sul mercato il regime dei trapianti d’organo ne avrebbe tratto giovamento), per le minoranze in lotta la forma-mercato diventa un imperativo categorico: ogni relazione umana, ed in particolare la relazione sessuale, deve risolversi in un libero scambio tra soggetti autonomi totalmente padroni dei loro corpi.

 

Al limite la forma del contratto, che è la categoria centrale del diritto privato, deve essere estesa alla totalità delle relazioni umane. Al di fuori di essa vi sarebbe infatti solo la violenza. L’aspetto utopico di questa pretesa iper-liberale balza subito agli occhi. E ciò, soprattutto, se si tiene presente come si svolge di fatto la nostra vita di relazione e quella sessuale in particolare. Qui, la parte che si svolge alla luce del sole, nel dominio cioè di quanto è codificabile e razionalizzabile (cioè contrattualizzabile), è poca cosa. Le “logiche” del dono e del controdono, vale a dire il corredo di generosità e ricatti che accompagna ogni esperienza affettiva facendone un ginepraio tanto inestricabile quanto attraente, occupano il primo piano. È stato giustamente detto che gli avvocati, e cioè coloro che per professione danno forma contrattuale alla relazione, arrivano quando gli amori finiscono. La tendenza oggi assai diffusa a farli arrivare prima, con i contratti prematrimoniali, testimonia di quanta poca fiducia si abbia sulla realtà di quel legame sociale chiamato matrimonio. 

 

L’utopia del PC è invece quella di una formalizzazione integrale dell’esistenza. È l’utopia thatcheriana di un mondo abitato da soli individui sovrani, che dispongono del loro corpo come di un bene da scambiare liberamente (il capitale umano), senza nessuna costrizione esteriore. È l’utopia di un linguaggio depurato da ogni implicito e da ogni presupposto, è l’utopia di una relazione depurata da ogni violenza. Marx, in tutt’altro contesto, l’aveva chiamata “ideologia” e l’aveva sottoposta a una critica radicale perché dietro all’omaggio alla libertà sospettava l’interesse inconfessabile del capitalista. L’utopia del PC è, dopotutto, l’utopia del “mondo libero” che è uscito vittorioso dalla guerra fredda. Che il PC parli soprattutto inglese non può perciò stupire. Si capisce però perché su una parte rilevante e, forse, maggioritaria del mondo (l’Islam, la Russia ortodossa, la Cina neoconfuciana, l’India tradizionalista) il PC non abbia alcuna presa (se non, appunto, su delle “minoranze” metropolitane e occidentalizzate che abitano quei luoghi).

Infine, come ogni utopia rivoluzionaria, anche il PC genera il suo specifico terrore. È un terrore immateriale come immateriale è quell’arma.

 

Non ghigliottina, ma riduce anticipatamente al silenzio. Negli anni sessanta una sociologa tedesca, vicina ai conservatori, Elisabeth Noelle-Neumann, aveva coniato l’espressione “spirale del silenzio” per indicare l’autocensura per la quale opta chi nutre un’opinione che ha contro di sé la pressione di una maggioranza vociante. Con il PC la situazione si è ribaltata. La pressione viene ora dalle minoranze e a precipitare nel silenzio è la maggioranza. La cosa onestamente non può non suscitare simpatia dal momento che a distinguere maggioranza e minoranza è la storia secolare di una violenza inflitta e di una violenza subita. 

Come in tutte le grandi riforme religiose, anche il terrore del PC prende la forma della iconoclastia, della lotta contro le immagini (statue abbattute, memorie cancellate ecc.). Nonostante gli eccessi di cui siamo testimoni l’iconoclastia che accompagna questo terrore può essere considerato con una certa indulgenza. Alcuni dei simboli contro cui si accanisce la cancel culture sono effettivamente memorie di un passato così odioso che è difficile assolverle in nome della “storia”.

 

L’accanimento iconoclasta contro il passato è però una deriva inevitabile del PC, e non potrà che intensificarsi. Se infatti si fa della uguaglianza astratta di tutti i parlanti di fronte ad una verità impersonale il criterio ultimo di una comunicazione “corretta”, la storia tutta è costretta a sedersi sul banco degli accusati. Di fronte al tribunale della Verità, nessuno è innocente. Lacan diceva che il discorso dell’isterica “smaschera la funzione del padrone” al quale per altro “resta solidale”. Forse perché l’isterica vuole l’assoluto dell’Amore, e resta insoddisfatta di tutto ciò che le viene offerto, che risulta sempre poco, troppo poco, se paragonata alla sua esigenza. La stessa cosa sembra valere per il PC: niente può soddisfare la sua esigenza di una comunicazione “corretta”. Ogni comunicazione reale sarà perciò sempre difettosa, sempre in errore, sempre manchevole e, in ultima analisi, sempre colpevole e sempre bisognosa di una emendazione da parte di un padre-padrone che la corregga.

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