La calligrafia salverà la scrittura?

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La scrittura a mano è destinata a scomparire. Non passeranno due generazioni che le macchine scriveranno al nostro posto. Quello che è stato uno dei fattori fondamentali dell’evoluzione umana, il pollice opponibile, non ci distinguerà più dagli altri animali. Come gli uomini e le donne dei disegni di Altan, basteranno solo tre dita, dal momento che la mano, simbolo dell’emancipazione dell’Homo sapiens, non sarà più un elemento che ci distingue dagli altri esseri viventi del Pianeta. A quel punto si potrà fare a meno di scrivere impugnando uno stilo, una matita, una penna a sfera, una stilografica. Le immagini grafiche che ci servono per leggere in futuro si formeranno automaticamente attraverso un collegamento mentale con le macchine che leggeranno nel pensiero. Con la scomparsa della scrittura non scomparirà però la calligrafia. Lo si capisce leggendo il libro di Luca Barcellona Anima & inchiostro (Utet, pp. 207). Nelle prime pagine di questo volume, opera di uno dei più noti calligrafi internazionali, viene dato per scontato che la capacità di scrittura è una delle prerogative che stiamo perdendo. In questo modo si smarrisce lo scopo comunicativo di un’attività che nel passato ha consentito il sorgere degli antichi imperi, gli scambi e i commerci, e dato forma alla civiltà attuale.

 

Tutto ciò non significa che la calligrafia, intesa come “estetica della scrittura”, sia destinata ad estinguersi, anzi. Barcellona spiega che, mentre insegna la scrittura a mano in vari workshop in giro per il mondo, lui usa lo smartphone per prendere appunti, stendere liste della spesa, comunicare. La calligrafia da attività per pochi è diventata negli ultimi anni un’attività praticata da molti, con il conseguente proliferare di corsi, seminari, incontri, sotto la guida di venerati maestri eredi diretti degli amanuensi medievali. Il volume in cui Barcellona ha raccolto le sue esperienze e conoscenze, le riflessioni e i pensieri sul suo mestiere, non ci parla della fine della “bella scrittura” – la calligrafia – nelle scuole italiane (dal 1985 non c’è più questo obbligo da parte dei maestri elementari), ma piuttosto della calligrafia come allenamento alla bellezza e come esercizio spirituale. Non a caso la parola “anima” nel titolo è abbinata a “inchiostro”, la materia prima della scrittura stessa, che è stata quasi abolita dall’invenzione di László Bíró, o almeno occultata dentro l’anima trasparente della cannuccia.

 

Vignetta di Altan.


L’inchiostro con i pennini di differenti forme e dimensioni è l’oggetto con cui Barcellona traccia i suoi meravigliosi segni sulla carta, così come il pennello – su cui si sofferma con competenza ed efficacia – traccia lettere e parole su muri e supporti di grandi dimensioni. Prima di diventare un esperto calligrafo Barcellona è stato un writer, e questo l’ha disposto ad apprezzare la scrittura di grandi dimensioni. I muri della città erano il suo supporto, ovvero la superficie su cui iscrivere se stesso. In questo libro, che è anche un’autobiografia, la calligrafa si presenta come un’arte della costruzione di sé. Mentre cercava una frase da scrivere per una performance a Firenze, l’autore ha incontrato un saggio di George Orwell, Why I write?: un vero e proprio colpo di fulmine. La risposta all’interrogativo posto dallo scrittore inglese è: ogni essere umano sente la necessità di lasciare un proprio segno. Questo è il senso stesso dei writers, i ragazzi che tra gli anni Settanta e Ottanta a New York ricoprivano le carrozze della metropolitana con le loro firme, le tag, i graffiti, in senso opposto ai segni mediatici e pubblicitari dominanti, come ha scritto Jean Baudrillard, territorializzando così lo spazio urbano decodificato.

 

Nel momento in cui oggi la scrittura a mano di ragazzi e adulti diventa sempre più brutta, illeggibile, caotica, criptica, come nota all’inizio del libro Barcellona osservando il guestbook dell’albergo dove alloggia, la calligrafia da lui insegnata appare uno spazio sottratto al dominio delle pratiche dell’efficienza e della funzionalità: un’attività zen. Il centro dell’attività scrittoria, nota Barcellona, c’è il ductus, non una forma bensì un movimento, che nel 1866 Wilheim Whattenbach, un geniale paleografo, indicò come uno dei tratti fondamentali dell’atto di scrivere (modo e velocità dell’atto). Secondo Roland Barthes, che ha trattato il tema in in suo saggio, Variazioni sulla scrittura, nel ductus non è più il significato che domina, bensì la mano del copista: lei regna sovrana e detta legge. La calligrafia, come altre arti del corpo, salverà le mani dei nostri discendenti dall’estinzione? Scrive il semiologo francese: “Il ductus è il gesto umano nella sua ampiezza antropologica: quello in cui la lettera manifesta la propria natura manuale, artigianale, operativa e corporea”. Lunga vita alla calligrafia! 

 

Questo articolo è uscito su “La Repubblica” che ringraziamo.

 

Quest’anno il festival dedicherà una particolare attenzione alla calligrafia con quattro incontri: Luca Barcellona presenterà il suo lavoro di calligrafo sabato 18 settembre alle ore 12 (Sala Arengo) a partire dal suo libro pubblicato di recente; Alessandra Barocco guida un laboratorio per adulti "Ritrovare il piacere di scrivere meglio” di tre ore (Circolo dei Lettori 19 settembre ore 15.30); James Clough in un incontro (“La scrittura a mano dal Medioevo ai tempi digitali”, presso la Chiesa di Nostra signora del Carmine, sabato ore 15) parlerà della storia della scrittura, seguirà una passeggiata da lui guidata alla scoperta delle incisioni nelle vie della città; infine Luca Barcellona e DJ Craim, introdotti da Giulia Cavaliere, realizzano un appuntamento di disegno e scrittura pensato per gli studenti delle scuole secondarie di primo grado: sabato 18, ore 18,30.

 

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