La Pasqua nell'arte

Nei quattro Vangeli il giorno di Pasqua, tutto ciò che ruota intorno all’“evento” della Resurrezione, è narrato con il riserbo dovuto a un accadimento inspiegabile, inaudito, indecifrabile anche per gli stessi discepoli e per i seguaci di Gesù di Nazaret, l’uomo ingiustamente crocifisso dai poteri congiunti delle autorità religiose e politiche. Descrivono infatti gli evangelisti, con la libertà della memorialistica e non con l’intento che noi oggi attribuiamo a una operazione storiografica, lo sconcerto dei discepoli e dei seguaci di Gesù intorno a quello che era accaduto a Gerusalemme: il profeta che aveva promesso la salvezza per Israele, il rabbi che aveva annunciato la riedificazione del tempio era stato condannato a una morte vergognosa sulla croce dei reprobi, e per di più il suo corpo non si era più ritrovato dentro il sepolcro custodito dai soldati romani. Ma forse quei racconti contraddittori, quell’incertezza nel disegnare i confini di un evento sperato ma non testimoniato, quei chiaroscuri di parole che lasciano nell’ombra della notte la “verità” dei fatti vogliono soltanto, forse anche consapevolmente, suggerire che non è la realtà fattuale che conta, non la cronologia degli eventi, non le affermazioni degli angeli, non le visioni delle discepole e dei discepoli. Bensì lo “spirito” che ha dato senso alla storia terrena di un uomo chiamato Gesù e vissuto nella Palestina sotto il dominio di Roma: uno “spirito” di misericordia e di giustizia, di rovesciamento dell’ordine del mondo, che insegna a guardare la storia “dal basso”, che mostra la necessità di operare secondo una logica che non sia solo quella dei potenti, ma che operi per la cura del mondo, per il diritto degli offesi, e per la tenerezza verso le creature. 

 

Tutta l’arte cosiddetta “cristiana”, sia d’Oriente che d’Occidente, ha provato a narrare visivamente la grandezza di questo “sogno”. Ripercorrere i suoi momenti iconografici cruciali, così come sono narrati nei quattro Vangeli canonici, con qualche incursione anche nei Vangeli apocrifi, è l’obiettivo del volume Il giorno di Pasqua nell’arte di François Boespflug, teologo, storico dell’arte, e storico delle religioni, autore di numerosissime pubblicazioni sulla cosiddetta “arte sacra”, molte delle quali tradotte, come questa, per i tipi della Jaca Book. Boespflug lo fa mettendo in luce via via alcuni episodi dei racconti biblici, scegliendo tra quelli più significativi, operando degli “ingrandimenti” di alcune vicende, o gesti, o figure, curandosi talvolta di rispettare la lettera degli scritti, talaltra invece prescindendo dallo scritto, e liberamente interpretando. Così, ad esempio, quando Rembrandt vuole raffigurare l’episodio dei discepoli di Emmaus, in un olio su tavola del 1648, L’ultima cena in Emmaus (fig. 58), ne dà una rappresentazione sostanzialmente fedele allo scritto, scegliendo il momento in cui Gesù, allo spezzar del pane nella casa dei due viandanti, si fa da loro riconoscere. L’ambiente è austero, il tavolo è poveramente imbandito, l’atmosfera quieta, il volto del Cristo tutto sommato non particolarmente espressivo.

 

Diversamente, lo stesso episodio descritto da Caravaggio nella Ultima cena in Emmaus di Londra (fig. 60), il banchetto è fastoso, tipicamente rinascimentale, i discepoli compiono gesti plateali, il Cristo appare consapevole della sorpresa indotta dalla rivelazione. Qui tutto è lasciato alla coloritura dello stupore, mentre nel quadro di Rembrandt nulla sembra fuoriuscire dallo scabro racconto evangelico, ma tutto forse dà più da pensare. Un altro esempio. Difforme dalla lettera dei Vangeli, uno splendido affresco del monastero copto di Sant’Antonio il Grande, in Egitto, Il risorto appare a sua madre e a una santa donna (fig. 34), del XIII secolo, raffigura, appunto, un episodio che i Vangeli non raccontano, e cioè l’apparizione del Risorto a Maria, ma che una certa tradizione mariana presente nella Chiesa fin dalle origini, e più tardi un cattolicesimo devoto hanno voluto nei secoli assecondare. Qui, pur nella semplicità del muro affrescato, sontuose sono le decorazioni che ornano la volta, il Cristo – una mano che sorregge il Libro mentre l’altra benedice – è solenne e benevolo al tempo stesso. Una delle due donne gli sta ai piedi con gesto affettuoso, la madre senza guardarlo in volto apre le mani quasi ad accogliere la sua benedizione. I colori ocra, rosso scuro, bruno, blu scuro accentuano l’intimità del momento. Qui non vi è nulla che rimandi alla “verità” del testo, ma certamente l’autore restituisce la verità del suo “credo”, assieme a quella del suo tempo, e fa arrivare fino a noi il riverbero di qualcosa di semplice e al tempo stesso solenne: un uomo e due donne che si incontrano, l’amore che circola tra loro, ma che include – l’inclinazione dei volti e i movimenti delle mani lo rendono evidente – un amore per il mondo che non ammette revoche. 

 

Ma, appunto, ciò che conta non è il rispetto o meno della lettera del testo, ma ciò che gli artisti hanno saputo cogliere, in profondità, attraverso gli episodi e i simboli narrati, e innervati nei loro propri pensieri e in quelli del loro tempo, dello straordinario messaggio che quella vicenda riesce a veicolare fino a noi. Così, ad esempio, mentre un affresco del Monastero di Mileševa in Serbia Le mirofore al sepolcro (fig. 6), con quel possente angelo bianco seduto sulla tomba vuota ci sgomenta con le sue ali spalancate sul mistero della morte e dell’eterno; la Maddalena che torna indietro dalla tomba vuota, di François-Xavier de Boissoudy, un inchiostro acquarellato su carta del 2015, quasi ci imbarazza con le sue fattezze di ragazzona felice, che spalanca le braccia all’amato ritrovato. 

François Boespflug compie un’operazione originale nel comporre le scansioni di questo libro. Vuole raccontare, attraverso le opere d’arte, i diversi momenti di quella lunga giornata di Pasqua, che diede inizio a quella che nella Chiesa è chiamata la “fede pasquale”. Le ore diverse corrispondono ai capitoli del libro, ma corrispondono anche, sostanzialmente, alle “prese di coscienza dei testimoni oculari”. Si comincia con l’arrivo delle donne al sepolcro, nelle prime ore dell’alba, per portare gli unguenti che avrebbero profumato il corpo del loro maestro, e con lo sgomento per la scoperta della tomba vuota. Si prosegue con l’incontro che il Risorto ebbe con alcune donne, e in particolare con Maria di Magdala, come raccontato nel Vangelo di Giovanni. Mirabile, qui, la descrizione che ne fa Giotto nella Cappella degli Scrovegni, ma anche la sensualità appena trattenuta che prorompe dai dipinti del Correggio, di Giulio Romano, di Paolo Veronese.

 

Ci si avventura poi nell’annuncio della Resurrezione agli apostoli, dove spiccano le raffigurazioni dei discepoli di Emmaus. E non posso non citare qui ancora Rembrandt, che rende con audacia esegetica straordinaria la sparizione del corpo del Cristo, di cui rimane solo una memoria di luce. E accanto anche lo scarno ma potente rilievo in pietra del XII secolo nella abbazia benedettina di Santo Domingo de Silos, Burgos. Infine le apparizioni di Gesù agli undici raccolti nel Cenacolo, intenti a discutere quello che le donne arrivate per prime al sepolcro avevano loro raccontato. Tra questi, il celeberrimo episodio della dubbiosità di Tommaso. Da ultimo, l’epilogo con l’Ascensione a Betania, raccontata solo dal Vangelo di Luca, e ripresa poi negli Atti degli Apostoli. Dice Boespflug che “è proprio questa laboriosa genesi della verità, confusa ma avvincente, così profondamente umana” che gli ha dato l’idea di comporre questo itinerario, basandosi sulla scansione oraria degli eventi di quel giorno, e sulle testimonianze di coloro che hanno cercato o si sono “incontrati” con il risorto in quella memorabile giornata. 

 

E in effetti non è né la veridicità del racconto, né quella dei “credo” conficcati nei secoli che interessa cogliere a noi oggi, “uomini postumi”, come direbbe Musil, ma, appunto, una verità dell’umano. Sappiamo d’altronde che già i Vangeli non solo non sono storia, ma ciascun Vangelo è già una interpretazione “teologica” di quella particolare vita, di quel particolare insegnamento, di quelle parole e di quei gesti che sono entrati nella storia d’Occidente. E neppure dall’arte ci aspettiamo interpretazioni definitive. Piuttosto, ci accade di rimanere storditi dalla stupefacente capacità dei singoli artisti di trasfigurare nella bellezza di un’opera la loro densità di interpretazione, di trasferire in un dettaglio quello che nei primi anni del Novecento Vasilij Kandinskij chiamerà lo “spirituale nell’arte”. 

In questo senso è certamente di rilievo il fatto che questa ricostruzione del “giorno di Pasqua” contenga splendide immagini dell’epoca antica, del Medio Evo, Rinascimento, del Sei e Settecento, e che ci mostri poi opere di valore decisamente non paragonabile in lavori composti in età più vicina a noi. Occorrerà pur chiedersi, allora, come mai l’evento della resurrezione non abbia più potuto trovare degna rappresentazione nella contemporaneità.

 

 

Non, ovviamente, perché non esista più un’arte in grado di cimentarsi con la piccolezza e la grandezza dell’umano, con la straordinarietà di un evento. Ma perché altri linguaggi, come ha mostrato l’arte astratta, a partire dall’inizio del Novecento, si sono assunti la responsabilità di raffigurare la percezione dell’invisibile, di mostrare le complessità delle vicende terrene e lo sgomento delle piccole creature di fronte a ciò che non comprendono e al grande enigma che le avvolge. Per questo, credo, se è stato possibile dare forma alle immagini del Crocefisso (si pensi a Congdon, ma anche alle “pitture” di Salgado o agli scatti che ci mostrano le morti in mare e quelle degli umiliati e dei vinti della terra); per “rivelare” il miracolo delle rinascite quotidiane e l’immensità di ciò che ci sovrasta ci vogliono forse i fasci di luce dipinti da un Rothko (lui stesso ha chiamato alcuni suoi quadri “resurrezioni”) o il lampo di un gesto buono che contraddice i paesaggi del male, o un battito di stelle che giunge dall’ oscura immensità degli universi che ci circondano. Tanto più in questa Pasqua, che cade a oltre un anno dall’inizio di una pandemia che non mostra segni decisivi di recessione, occorre davvero prendere sul serio quelle esitazioni che le parole dei Vangeli e le interpretazioni dei secoli successivi non ci hanno nascosto. Dobbiamo liberarci dai veli delle mitologie, dalle pigrizie delle liturgie, dalle inerzie delle dottrine, e guardare alla nuda realtà di cui è fatta la nostra vita: un impasto di miseria e grandezza, in cui siamo chiamati ad avere pietà e responsabilità per il vivente, e l’unica attesa non è quella di un giorno radioso in cui il male sarà sconfitto e la luce trionferà sulle tenebre, ma la lenta, paziente fatica di costruire, di aver cura, di inventare strade nuove, di non smarrire per via l’obbligo verso ogni vivente. L’arte può dare corpo e forma a tutto questo. Questa è l’unica “rivelazione” che possiamo attendere.


 

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