La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana. 

 

All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati sul divano della villa dove hanno appena seviziato due sconosciute. La progressione verso il massacro del Circeo è scandita da tappe: sei mesi prima, 130 ore prima, poi indietro di qualche giorno, di nuovo avanti verso i momenti che precedono l’orrore… ma è una linearità soltanto apparente, gli episodi potrebbero scambiarsi di posto senza troppo danno. È come se nelle due ore del film non fosse successo niente: alla fine ritroviamo i ragazzi tali e quali erano all’inizio, nudi e muti. Mordini modella per via di sottrazione la materia oscura e sfuggente che Albinati accumula e stringe nelle «laocoontiche volute» del romanzo. Se togliamo le parti saggistiche e le disgressioni, cosa resta? I gesti di una frenesia adolescenziale che non ha capo né coda. 

 

I protagonisti – Edoardo, Gianni, Andrea, Angelo, Pik, Stefano, Giampietro – non si distinguono l’uno dall’altro, spesso vengono ridotti a silhouettes nere, ombre cinesi che si staccano dai muri per vagare come anime in pena. Delle scene in gran parte notturne lo spettatore ricorda il rumore sordo dei pugni, il rombo delle motociclette e le sventagliate dei fanali. Ci sono molti primi piani ma i volti, anziché contribuire alla caratterizzazione dei personaggi, si confondono in un unico collage fatto con la pettinatura e la riga su un lato di Edoardo, il ghigno di Pik, lo sguardo mattoide di Angelo. I ragazzi rimangono come incantati dentro uno spazio dove tutto fa ressa: i tempi, i corpi, l’azione.

Sappiamo quali tristezza e ira covano dentro istituzioni senza donne, l’esercito, il carcere, il collegio, ambienti fatti di spigoli, urti e tanfo, dove sono bandite carezze e gentilezza.

 

 

Invece di cercare una via d’uscita i ragazzi della scuola cattolica si impastoiano dentro la trappola. Il fatto di frequentare un istituto di soli maschi non gli basta. Hanno il mito dell’eroe, organizzano gruppuscoli, sette, iniziazioni e rituali, eredità pervertita dei sodalizi religioso-guerreschi dell’antichità, ad esempio i Luperci, giovani sacerdoti che il 15 febbraio attraversavano Roma in una scorribanda propiziatrice. In quel giorno l’equilibrio tra mondo regolato e mondo selvaggio si rompeva a vantaggio del secondo. I sacerdoti-cavalieri, votati a una divinità animale – Luperco, “il lupo di Marte vincitore” –, si facevano carico del disordine dal quale tiravano fuori un nuovo ordine. Ma i ragazzi della scuola non sono capaci di votarsi a qualcosa, non conoscono la reverenza che nasce dalla passione. Il loro unico piacere è disgustare quei mediocri di genitori e professori. Drogarsi, fascisteggiare, girare con la pistola infilata nei pantaloni, tutto fa brodo pur d’ingaglioffarsi. 

 

Il gruppuscolo degli iniziati si vuole sacro ma è soltanto omicida. Dell’eroe che immaginano di essere, i ragazzi sanno che è crudele, non sanno che lo guida una donna. 

Ci si è spesso chiesti perché i guerrieri del campo acheo accettavano di buon grado il comando di una femmina, per quanto dea, Atena. La prima ragione è che così non dovevano chinare la testa davanti a un altro maschio, che è sempre un poco umiliante. La seconda è che la virtù femminile è indispensabile all’azione eroica cui serve non soltanto forza, ma anzitutto prudenza. Atena è la mente affilata, l’occhio chiaro e vittorioso, il senso dell’occasione, ed è l’assenza di qualsiasi figura di donna nella loro educazione a mandare in rovina i ragazzi della scuola. Hanno uno sguardo perso, non distinguono i profili delle cose, di quel che vedono o sentono non trattengono nulla, si appropriano soltanto della violenza che è la cosa più facile e disponibile di tutte. La violenza è sempre generica, il violento è fondamentalmente un distratto, non vede ciò che violenta, s’inserisce in un tessuto o un meccanismo per scassarli.

 

Solo la donna è capace di sviluppare nell’uomo il senso delle circostanze e di conseguenza la capacità di dominarle. Senza il soccorso di una donna, ci vuole poco perché un adolescente imbranato si trasformi in teppista, è sufficiente diriga verso gli altri il disprezzo che ha per se stesso. I ragazzi della scuola rimangono presi dentro una contraddizione che Albinati riassume così: partire per essere ordinati cavalieri e approdare al crimine di mezza tacca. Dagli eroi hanno preso gli aspetti più grevi, i vizi e le nefandezze, ma non l’azione concreta e precisa. 

L’unico momento di felicità è la sequenza in cui una delle ragazze che verranno torturate si affaccia dal finestrino dell’auto in corsa e sorride mentre ascolta La collina dei ciliegi di Lucio Battisti: planando sopra boschi di braccia tese / un sorriso che non ha / né più un volto, né più un'età. La poesia delle parole abolisce la sostanza (nega l’identità, un bosco che non è un bosco, un volto che non è un volto), trattiene soltanto il movimento (planando) e il sorriso.

 

Ci vogliono tempo e pazienza per vedere i sorrisi staccarsi dalle labbra, le passeggiate che si trasformano in un lungo volo (invece la violenza è impaziente, non si dà tempo, è una mischia dove ogni contatto è definitivo perché catastrofico). Il sorriso e il volo della canzone sono i segni di un mondo fatto di gesti aerei che si allacciano e slacciano con disinvoltura. Atena non si limita a insegnare la prudenza, è anche la vergine che scioglie i nodi e attraversa le circostanze senza farsi invischiare. Ma i ragazzi della scuola sono troppo rigidi e impacciati per essere felici, neppure lo vogliono. 

 

Questa rassegnazione senza orizzonte di riscatto ha inquietato una commissione del Ministero della cultura che ha deciso di vietare La scuola cattolica ai minori di 18 anni. La discussione che ne è nata, ruota attorno alla domanda se il film è educativo, dunque può essere proiettato senza restrizioni d’età, oppure no. Siamo al livello di Cattiva maestra televisione, il libro dove il filosofo Karl Popper spiega che la televisione fa male perché espone i bambini a troppe scene di sesso e violenza. Lo sconsigliano oppure lo raccomandano, ma censori e difensori la pensano allo stesso modo: il film da solo non gli basta, devono giustificarlo, farci le note a piè di pagina. Pensano di stare in un cineforum anni settanta, quelli dove a fine spettacolo si apriva il dibattito: qual è il messaggio che ci ha voluto dare l’autore? Già allora era servito a poco, se bisognava pagare il biglietto la gente preferiva La polizia ringrazia. Perché non volevano venir educati o diventare persone migliori, volevano andare al cinema, che è una cosa diversa.

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