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Le Comunarde di Parigi

“Agiscono in coro, con voci singole”. Con questa semplice frase Federica Castelli trova il modo di sintetizzare con icastica efficacia la pluralità delle pratiche ribelli e sovversive che le donne di Parigi mettono in atto durante l’esperienza, prima esaltante e poi tragica, della Comune. Lo fa in un saggio, non voluminoso ma denso di concetti, intitolato Comunarde. Storie di donne sulle barricate (Armillaria, aprile 2021).

A differenza di altre ricorrenze storiche, il centocinquantesimo anniversario della Comune, almeno qui in Italia, non ha suscitato il clamore o il dibattito pubblico che probabilmente avrebbe meritato, se si fa eccezione per qualche editoriale di spessore e qualche accorato appello a scorgere l’attualità di un fatto storico d’indubbia forza dirompente.

In questo senso il lavoro di Federica Castelli colma, almeno parzialmente, un vuoto e lo fa adottando un punto di vista non consueto. La ricerca offre una chiave di lettura esplicitamente orientata in chiave femminista dei ruoli di genere all’interno dell’esperienza comunarda. 

 

Giù dal piedistallo

 

Il libro evita con lucidità il rischio di soffermarsi solo su alcune biografie esemplari che mettono spesso in ombra gli aspetti collettivi di una soggettività che si manifesta. Non si cade insomma nel bozzetto stereotipato della rivoluzionaria a cui ci ha talora abituato l’eccessivo indugiare della letteratura militante sulle singole traiettorie di vita. È ciò che talora è successo con Louise Michel, per citare un caso su tutte, il cui vissuto è così complesso e ricco di sfaccettature che merita certo di essere studiato con rigore e cura, ma questo può avvenire soltanto liberando la rivoluzionaria dall’alone mitizzante che la circonda. Questa accortezza metodologica è dichiarata sin dalle prime pagine della ricerca in cui si precisa ciò che non è mai troppo ovvio: innalzare una figura sul piedistallo, ne annulla i tratti specifici e rimuove o mistifica il contesto generale della sua azione. È insomma il peggior servizio che si può fare alla comprensione di un fenomeno collettivo e plurale. 

 

Anche quando sono spese alcune pagine per presentare una mappatura delle tendenze e delle prospettive politiche di alcune comunarde più note, l’approccio resta indirizzato alla volontà di segnalare le differenze di visione e di strategie di lotta in una condivisione di pratiche, proprio per mettere in evidenza quel “coro di voci singole” di cui si è detto. 

Così, in una ragionata giustapposizione, il femminismo differenzialista di Paule Mink, basato su una concezione libertaria e individualista che vede nella diversità tra donne e uomini un punto dirimente, è messo a confronto con la proposta umanista e inclusivista di André Léo, che vorrebbe invece le comunarde arruolate nelle forze armate che difendono la città, donne e uomini uguali nell’imbracciare i fucili. E ancora queste due prospettive si possono misurare con quella della socialista russa Elisabeth Dmitrieff, seguace di Marx, indirizzata a recepire soprattutto istanze associazioniste e collettiviste in cui si possano coniugare i temi della liberazione del lavoro con quelli del superamento dell’oppressione domestica. 

 

Righe preziose sono spese anche per presentare un’ulteriore modalità d’azione, quella dell’anarchica Victorine Brocher, che modula una scelta del tutto contrapposta a quella di Paule Mink. Rifiutando di porre l’accento sul suo essere donna, ma anzi scegliendo di fondersi, anonimamente, nella moltitudine di chi ha difeso la Comune, Victorine Brocher, che sopravvive per caso alle fucilazioni della furiosa repressione nella semaine sanglante, giunge al paradossale risultato di essere, in modo metonimico, la testimone più emblematica dell’infamia a cui sono soggette le donne della Comune. L’accusa di essere le pétroleuses, le incendiarie della città, è infatti un marchio che piomba collettivamente, senza distinzioni, senza nomi e cognomi, per screditare attraverso lo stigma tutta l’esperienza comunarda.

 

Gli antefatti

 

Adottando chiavi interpretative che sono quelle della filosofia politica femminista, l’autrice preferisce non soffermarsi troppo nella ricostruzione delle premesse storiche che conducono alla Comune, catapultando invece il lettore quanto prima in medias res

Il primo spunto di riflessione rilevante è infatti l’episodio che, secondo un parere ormai consolidato, inaugura gli oltre due mesi di autogoverno cittadino. È l’alba del 18 marzo 1871, quando le donne parigine danno l’allarme e chiamano a raccolta la popolazione per impedire che le truppe agli ordini di Thiers, entrate di notte in città, occupino i quartieri strategici e requisiscano le armi, tra cui i preziosi cannoni di Montmartre, acquistati dai parigini per difendersi nei mesi precedenti dalla minaccia dell’assedio prussiano. 

Per riavvolgere brevemente il filo della storia è necessario ricordare che, solo sei mesi prima, la disastrosa sconfitta francese a Sedan nella guerra contro la Prussia aveva scompaginato lo scenario politico della Francia: il paternalistico e autoritario impero di Napoleone III si era accartocciato su se stesso. Non si può dire lo stesso della sua classe dirigente: la Terza Repubblica nasceva con pessimi presupposti, non discostandosi troppo dal “regime di aperto terrorismo di classe” che Marx aveva scorto nel Secondo Impero. La guerra contro la Prussia era continuata, ma lo scollamento tra una parte della popolazione francese, in particolar modo quella parigina, e il nuovo governo era diventato insanabile. Che stesse per scoccare l’ora di una nuova rivoluzione era l’auspicio – o la preoccupazione – di molti. Il nuovo governo di Thiers se ne stava a Versailles, mentre Parigi era una città stremata ma in fermento.

 

Corpi interposti

 

Questo ci introduce ai fatti del 18 marzo 1871, alle donne parigine che provano a fermare i soldati versagliesi. L’analisi che propone Federica Castelli si concentra sulle pratiche di semantizzazione degli spazi urbani che le donne mettono in atto in quella come in altre circostanze simili. L’episodio potrebbe risolversi con lo scontro frontale e violento tra i soldati e la popolazione accorsa: dopo aver lanciato l’allarme è infatti arrivato in forza il popolo parigino. Fosse andata così, sarebbe probabilmente stata una storia diversa, forse non parleremmo della Comune. Le donne decidono invece di declinare la conflittualità in un modo differente. Esse agiscono occupando lo spazio pubblico, usando i loro corpi come ostacoli al progetto dei versagliesi di requisire le armi: si interpongono tra la folla in agitazione e i cannoni. 

 

 

Nelle considerazioni finali del libro, che rimandano al senso dell’essere comunarde oggi, Federica Castelli ci spiega che “il conflitto deve saper essere espressivo e creativo, aderente ai vissuti da cui si origina e non può rientrare sempre e univocamente nelle forme già riconosciute.” (p. 140)

È proprio ciò che fanno le donne del popolo parigino il 18 marzo. Evitano lo scontro e ridefiniscono le modalità del conflitto a vantaggio della soggettività più generale che rappresentano, quella della moltitudine urbana. I soldati infatti prima tentennano, poi fraternizzano con la folla, e infine arrestano i propri ufficiali.
È l’inizio della Comune ed è un incipit che si fonda sul rovesciamento dell’assunto secondo cui lo spazio del femminile è quello domestico. Le comunarde ci dicono da subito che il loro spazio è quello pubblico, lo spazio della città.

Su questi temi l’autrice si era già spesa in Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica (Mimesis, 2015), un’opera dal respiro più ampio, ma focalizzata maggiormente sull’analisi del presente. In questo caso si tratta invece di andare a cogliere una genealogia di pratiche all’interno di un momento di rottura rivoluzionaria che definisce, con la forza dell’evento, un prima e un dopo nella storia politica e sociale dell’Ottocento europeo.

 

Patriarcato pervasivo

 

Non mancano le contraddizioni nello scenario della Comune. Quello stesso protagonismo femminile che si determina in molte circostanze e tocca il suo apice nella difesa della città nei giorni che precedono la sua caduta, non trova spazio nella rappresentanza politica ufficiale. Di suffragio femminile nemmeno se ne parla, di partecipazione delle donne agli organi decisionali ancora meno.
Una spiegazione semplice si può trovare analizzando il radicamento profondo degli stereotipi maschilisti anche tra i rivoluzionari. Questi sono uomini che non solo faticano ad abbandonare pregiudizi patriarcali, ma spesso guardano con sospetto all’intraprendenza femminile, temendo che questa possa compromettere il successo della rivoluzione. Castelli si sofferma in più di un’occasione a delineare i contorni dell’immaginario più diffuso: lo fa con un’impietosa disamina delle considerazioni di Proudhon sulla natura femminile e poi lo ribadisce andando a smontare, pezzo per pezzo, gli schemi sclerotizzati che animano anche le successive celebrazioni delle donne comunarde. Basti pensare ai tributi letterari di Hugo e Verlaine nei confronti di Louise Michel che nulla tolgono alla tradizionale immagine dell’eroina femminile.

 

Rileggere alcuni passi di Proudhon è illuminante. Il teorico del municipalismo libertario, che pur era morto da qualche anno nel momento del sorgere della Comune, era indubbiamente un pensatore con enorme seguito tra i comunardi. Osservare la sprezzante sicurezza con cui afferma, nel suo libello La pornocrazia, che il compito della donna è quello di essere relegata allo spazio domestico, alla famiglia e alla riproduzione non deve smettere di farci riflettere sulla necessità odierna di costruire orizzonti di intersezione nelle diverse lotte di autodeterminazione e di affermazione delle soggettività.

 

Intersezionalità 

 

Per spiegare la presenza femminile nello spazio pubblico cittadino, ma la sua assenza dall’agone politico istituzionale, Castelli ci guida anche lungo un secondo percorso interpretativo. Ci dice che, se è vero che c’era una forte preclusione nei confronti della partecipazione politica femminile, è anche vero che le stesse comunarde al campo politico preferivano l’agire sociale. Insomma, intravedevano nella Comune un tale potenziale rivoluzionario da ritenere le istituzioni pubbliche stesse un retaggio ingombrante che sarebbe stato presto superato. La militanza femminile è infatti pervasiva e vivace nei clubs, che sono realtà di base molto meno strutturate e più orizzontali delle associazioni pubbliche riconosciute dal governo della Comune. È proprio nei clubs che si raggiunge il massimo dell’intersezionalità: “L’emancipazione e la libertà femminile sono gli argomenti frequenti di un’elaborazione che si intreccia continuamente con il piano della lotta attiva per la difesa della città e con il progetto di una nuova società, di un nuovo immaginario, di nuove relazioni. Nei clubs inoltre, dal momento che la maggioranza delle donne è di provenienza proletaria, è molto chiaro il nesso tra sfruttamento economico, marginalizzazione sul lavoro e subordinazione all’interno della famiglia”. Insomma, è nei clubs che si comprende che le questioni di classe sono sempre anche questioni di genere.

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