Leggere in carcere

Ho sempre pensato che il carcere fosse un luogo molto compatibile con la lettura, visto il molto tempo a disposizione e le poche distrazioni. Ho capito che non è esattamente così quando ho cominciato a lavorarci. Di tempo ce n’è effettivamente tanto, tantissimo, addirittura troppo, ma mentre nella vita quotidiana è spesso la mancanza di tempo a impedire o rallentare le nostre letture, in carcere sono altre le cose che mancano. Innanzitutto il silenzio, sia dentro le celle, dove i detenuti vivono perlopiù insieme, in spazi angusti, spesso con il televisore sempre acceso e con ritmi imposti da una convivenza forzata che livella le esigenze di ciascuno; sia fuori, nei bracci delle sezioni, dove sbattono porte e blindi, rimbombano i carrelli metallici che trasportano il cibo o la biancheria sporca, risuonano le voci di agenti e detenuti che ne chiamano altri. Insomma, il silenzio prolungato necessario a un’adeguata concentrazione per la lettura è una condizione rara, così come era raro trovare un libro da leggere nel pieno della pandemia. Un altro ostacolo alla lettura è infatti legato alla difficoltà di reperire i libri, o alcuni libri in particolare, soprattutto per i detenuti che non possono contare su chi glieli fornisca dall’esterno, e con l’inizio della pandemia, in seguito alla sospensione dei colloqui con i familiari, nessuno poteva contarci. Certo, ci sarebbero state le biblioteche. 

 

Solitamente negli istituti penitenziari più grandi c’è una biblioteca di istituto, collegata al sistema bibliotecario della città, e una piccola biblioteca in ogni reparto (o quasi). Nel carcere di Rebibbia, prima dell’avvento del Covid-19, tutte le biblioteche erano accessibili: quelle di reparto lo erano in modo più diretto e immediato, mentre quella di istituto poteva essere raggiunta dai detenuti di ciascun reparto in seguito a un’apposita richiesta. Nelle fasi iniziali e più problematiche della pandemia, la biblioteca d’istituto ha chiuso ed è rimasta inaccessibile per circa un anno, come è accaduto a molte biblioteche comunali e non. Sono rimaste aperte solo alcune biblioteche di reparto, piccole stanzette buie che nei casi più fortunati ospitano qualche centinaio di libri, ma, anche tra queste, molte sono state chiuse, probabilmente per impedire ai detenuti movimenti ritenuti superflui.

 

C’è stato poi il caso di una biblioteca danneggiata dalle rivolte del marzo 2020, concomitanti all’avvento del Covid-19, che hanno causato la perdita di numerosi volumi e un necessario riassetto di quelli superstiti. Il bibliotecario incaricato di quest’ultima, che al momento è in fase di riordino, è un detenuto sui cinquant’anni che mi ha raccontato il drammatico assalto e i danni che ne sono derivati. Ora la biblioteca è aperta, ma di fatto inaccessibile, tanto che per prendere dei libri in prestito bisogna accordarsi con il bibliotecario, che raccoglie le richieste e poi incontra i detenuti fuori dalla biblioteca con i libri da consegnare. Gli ho chiesto qual è il genere che va per la maggiore. «I polizieschi» mi ha risposto «ma soprattutto i libri sulla malavita, tipo quelli sulla banda della Magliana. Io invece sto leggendo questo» e mi ha mostrato un libro su come migliorare l’autostima. L’assortimento dei libri non è particolarmente vario: c’è qualche classico, qualche saggio, ma soprattutto polizieschi, thriller, best seller. Non ci sono restrizioni sui libri ammessi, come invece accade nelle carceri statunitensi, dove migliaia di libri sono vietati, non solo quelli dal contenuto sessuale esplicito o quelli che potrebbero sobillare gli animi, ma anche insospettabili classici come Shakespeare e Flaubert. 

 

Al carcere di Rebibbia sono mediatrice culturale e ho a che fare con gli stranieri, principalmente russofoni e anglofoni. I detenuti stranieri, a cui farò riferimento in particolare, sono i più penalizzati dalla vita in carcere, non solo perché per loro è più difficile accedere alle misure alternative, ma anche perché spesso non possono contare sul sostegno affettivo e materiale dei propri cari, il più delle volte lontani nei paesi di origine. In più c’è l’ostacolo dell’italiano che, se conosciuto poco o male, può impedire la comprensione di rigide e talvolta opache procedure burocratiche che li riguardano da vicino, oltre che isolarli da ciò che accade intorno a loro. Il mio ruolo è ascoltare le richieste nella loro lingua o in una lingua franca in cui possiamo comprenderci, aiutarli a risolvere questioni pratiche, a volte tradurre documenti di cui possano aver bisogno per essere autorizzati alle telefonate e, più in generale, agevolare la comprensione tra loro e gli operatori penitenziari. A volte però mi trovo semplicemente ad ascoltare le loro storie o sfoghi di vario genere che non sempre hanno pretese di risoluzione.

 

La lettura non ha a che vedere strettamente con il mio lavoro, ma in questo anno e mezzo di pandemia, in cui quasi tutte le attività ricreative sono state sospese, mi è capitato di ricevere anche richieste di libri; richieste che ho cercato di accontentare in ogni modo, sia perché mi sembravano troppo significative per essere ignorate, sia perché la lettura è stata una delle poche attività possibili per chi leggeva e aveva libri a disposizione. Il primo libro che mi è stato chiesto è stato Il maestro e Margherita in lingua originale, ma all’epoca la biblioteca di istituto era chiusa e la richiesta è caduta nel vuoto. Com’è facile immaginare, i libri in lingua straniera non sono molti, specialmente nelle biblioteche di reparto, dove si trova qualche libro in inglese e in francese. Mentre alcuni libri in russo, in turco, in georgiano, in rumeno si trovano principalmente nella biblioteca di istituto che ha riaperto solo di recente.

 

Le dure restrizioni della pandemia però si fanno ancora sentire perché i detenuti non possono più andare nella biblioteca d’istituto, nemmeno su richiesta, come avveniva prima. Possono farlo solo i bibliotecari delle biblioteche di reparto che, in virtù del loro ruolo, possono raccogliere le eventuali richieste dei detenuti e procurare loro i libri desiderati, ma l’intera operazione è affidata alla buona volontà di ciascun bibliotecario. «Figurati se li prendono a me, i libri» mi ha detto un giorno un giovane equadoregno, ex-campione di pattinaggio che nel suo paese si era quasi laureato in ingegneria informatica.

 

 

Affabile e cordiale, fronteggia la noia della reclusione realizzando piccoli oggetti in carta, mantenendo scolpiti i suoi muscoli e dedicandosi alla lettura quando riesce a procurarsi dei libri. Mi ha detto di aver appena finito di leggere La storia infinita in italiano e ha espresso il desiderio di poter leggere ancora. Gli ho proposto allora di portargli io altri libri e, quando gli ho chiesto cosa avrebbe voluto leggere, la scelta è caduta, senza esitazione, sui libri di avventura. «Qualcosa di diverso, insomma» ha poi aggiunto. 

 

È banale attribuire alla lettura la funzione di evasione, eppure credo che qui, più che in altri luoghi, questo ruolo sia centrale. La lettura in età adulta è perlopiù questione di abitudine e di una pregressa familiarità con il libro che deriva da una prassi coltivata nel tempo, da una certa educazione e/o impostazione culturale. I russi e i cittadini delle ex-repubbliche sovietiche, ad esempio, hanno tendenzialmente – poiché culturalmente – l’abitudine alla lettura. (Anche se forse le cose stanno cambiando e per le nuove generazioni sarà diverso.) Per chi riesce a mantenere o riprendere questa abitudine in carcere, la reclusione potrebbe essere persino meno spiacevole. È raro invece improvvisarsi lettori, soprattutto in contesti dove il contorno non aiuta, dove non è semplicissimo procurarsi dei libri e poi leggerli in tranquillità. Certo sarebbe diverso se si venisse opportunamente guidati e gradualmente iniziati a ciò che potrebbe rivelarsi una scoperta, un utile passatempo o al contrario un’attività verso cui nutrire la stessa svogliatezza o indifferenza di alcuni scolari costretti alle letture estive.

 

Quando, prima della pandemia, gli assembramenti non facevano così paura, la lettura era a volte praticata in laboratori, gruppi di incontro, iniziative di vario genere organizzate in modo disomogeneo negli istituti. Oppure è stata utilizzata come incentivo premiale. Ne sono un esempio i due stati del Brasile che nel 2012 hanno adottato la legge del ‘Reembolso atraves da leitura’, per cui i detenuti possono usufruire della possibilità di scontare quattro giorni di prigione per ogni libro letto e opportunamente rendicontato, per un massimo di 48 giorni all’anno, cioè un libro al mese. Una iniziativa simile è stata tentata in Italia nel 2014, dalla regione Calabria, con una proposta di legge che non ha poi avuto seguito, ma che prevedeva corsi di lettura in cambio di uno sconto di pena: tre giorni a libro letto per un massimo di 16 libri in 12 mesi. «Chi legge […] conosce più parole. E chi ha più parole, ha più idee. Possedere più idee significa avere una visione del mondo. E qui torniamo al reo, perché chi ha una visione del mondo, riesce a distinguere il bene dal male» ha dichiarato in un’intervista Mario Caligiuri, l’allora assessore alla Cultura della regione Calabria e promotore della proposta di legge. Ben vengano, certo, proposte del genere, ma non credo che la lettura abbia un valore morale e che insegni a distinguere il bene dal male. Così come non credo che delinquere derivi dalla non conoscenza del bene. Ma dopotutto questa è una questione complessa e dibattuta da secoli.

 

Nei colloqui che faccio con i detenuti che incontro chiedo spesso come trascorrono il loro tempo. C’è poco da fare, è il succo di molte risposte, anche se a ben vedere ognuno vive il suo tempo in modo diverso, perché in compagnia di un sé e di pensieri propri che ciascuno affronta ed elabora come sa e come può, talvolta con l’aiuto degli psicologi. Ma per questioni linguistiche e culturali – penso ad alcune culture che non conoscono neanche la figura dello psicologo – gli stranieri si servono mediamente poco di questa possibilità e sono spesso scoraggiati dal richiedere l’intervento degli psicologi, con cui in alcuni casi è addirittura impossibile comunicare: se uno srilankese, ad esempio, non parla altro che la sua lingua e nessun operatore che la conosca può aiutarlo. E allora, più che mai, bisogna fare i conti con i propri pensieri, i sensi di colpa, le paure, i pregiudizi, la rabbia, la brutalità, la discriminazione, il senso di perdita e di abbandono e appaiono tristemente veri i versi di Milton «the mind is its own place, and in itself / can make a Heav’n of Hell, a Hell of Heav’n». 

 

Da quando mi è stato richiesto il primo libro, ormai più di un anno fa, a volte propongo la lettura ai detenuti, informo sulla possibilità di prendere libri in prestito dalle biblioteche e mi rendo disponibile a portarglieli nel caso in cui sia loro impossibile procurarseli. Le reazioni sono varie: alcuni già leggono, alcuni si mostrano possibilisti, altri fintamente possibilisti, alcuni scuotono la testa aggiungendo che non fa per loro, che non hanno mai letto o che non riuscirebbero a concentrarsi. Quando poi, un giorno, un paio di occhi scuri mi hanno fissato al di sopra della mascherina senza produrre una risposta, ho preso coscienza del fatto che c’è anche chi probabilmente vivrà per sempre confinato nei limiti della propria storia, o al massimo delle storie che gli verranno raccontate, perché di leggerle da sé non è in grado, in nessuna lingua e in nessun alfabeto. Proporre la lettura durante un colloquio è per me la preparazione a una morbida uscita di scena, è il graduale commiato da uno sfogo o da una richiesta di aiuto per cui io posso fare molto poco. È un lasciare qualcosa, un lasciarsi con qualcosa. È, di certo, prospettare una possibilità, una delle poche possibili. O meglio, è sapere di averlo fatto, e poter così voltare le spalle per andare via con un peso più lieve e con l’illusione che lo stesso valga per l’altro.

 

Sono pochi coloro che mi chiedono i libri o che accettano di farseli portare – e in generale sono pochi i detenuti stranieri che incontro rispetto alla totalità –, ma chi li riceve li accoglie come un regalo. Chi non ha richieste particolari si affida alle mie preferenze. Alcuni compagni di cella che parlano la stessa lingua se li scambiano prima di ridarmeli indietro. Qualcuno, curiosamente, li nasconde sotto i vestiti nel percorso dalla cella alla stanza in cui io li aspetto, per poi tirarli fuori solo davanti a me, come se ci stessimo scambiando degli oggetti proibiti. Alcuni non li chiedono più a me, ma, imparato il meccanismo, si rivolgono direttamente ai bibliotecari. Forse alcuni non leggono più, dopo i primi entusiasmi, o forse quei libri avuti da me non li hanno letti davvero. Io non pretendo relazioni, non metto voti, non concedo giorni di libertà, a volte chiedo soltanto se il libro gli è piaciuto mentre lo sfoglio velocemente per controllare se hanno lasciato qualcosa tra le pagine. 

 

Con la somministrazione dei vaccini in carcere si sono accese le speranze che la vita intramuraria possa man mano tornare come prima. Probabilmente alcune restrizioni rimarranno ancora a lungo, così come forse rimarranno delle piccole conquiste legate al Covid-19, tra cui la possibilità di videochiamare i propri cari nel caso sia impossibile incontrarli di persona. Alcuni contano di poter tornare a scuola, che l’anno scorso non c’è praticamente stata, sperano di poter migliorare il loro italiano con i corsi di lingua per stranieri e mettere così a frutto quel tempo sospeso che a molti sembra sprecato. Un tempo che, parafrasando Samuel Johnson, diventa un fardello per coloro che ne hanno più di quanto siano in grado di usarlo. Intanto, già da qualche mese, la biblioteca d’istituto ha riaperto. Appena l’ho saputo sono andata a cercare Il maestro e Margherita per chi me lo aveva chiesto. Nello scaffale di libri in lingua russa c’erano alcuni libri di Bulgakov e, solo dopo aver fatto scorrere con la mano quasi tutti quelli che c’erano, l’ho trovato. Sono andata a portarlo al detenuto che me lo aveva richiesto, mesi prima, ma mi è stato detto che era stato scarcerato. 

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