Alfabeto Pasolini

Lettera alla tribù bianca di Alex Zanotelli

Potrà apparire strano, ma leggendo questo libro, Lettera alla tribù bianca (Feltrinelli, 2022, pp. 128), mi è tornata in mente la celebre fiaba del re nudo. Sì perché, proprio in un momento come quello che stiamo attraversando, in cui l’informazione è vergognosamente ipocrita, pavida e asservita ai poteri forti, mentre il dibattito sui social spesso si incancrenisce in discorsi di odio a prescindere, una voce chiara, sincera, giustamente indignata come quella di Alex Zanotelli, squarcia quel velo e ci mette di fronte a una realtà, passata e presente, che troppo spesso non sappiamo o non vogliamo vedere. E lo fa, dicendo cose semplici, che in parte conosciamo, ma che a volte non abbiamo il coraggio di ammettere e men che meno di farne oggetto di riflessione.

 

Alex Zanotelli, missionario comboniano che ha trascorso molti anni in Africa ed è ora impegnato nel rione Sanità a Napoli, inizia la sua critica alla “tribù bianca”, partendo dalla sua profonda, difficile e complessa esperienza a Korogocho, una baraccopoli che sorge su una discarica alla periferia di Nairobi. È di lì che nasce la sua idea di “convertire” i suoi simili “bianchi” e lo fa in modo provocatorio, già nel momento in cui ci definisce “tribù”, termine spesso usato in tono denigratorio, per indicare popolazioni considerate “primitive”.

 

Da buon missionario, lo fa con spirito profondamente cristiano e paradossalmente (o forse no) è proprio qui, che l’atteggiamento storico dei bianchi, costituitisi come portatori di cristianità, si rivela quanto mai ambiguo e falso. Da sacerdote e da uomo onesto qual è, Zanotelli trova la forza di condannare la “sua” Chiesa, troppe volte e per troppo tempo complice o assente di fronte ai molti episodi di violenza, perpetrati nei confronti di altri popoli, a partire dai massacri compiuti in nome di Dio nelle Americhe sui nativi, poi il silenzio, se non l’appoggio allo schiavismo e al colonialismo. 

 

 

Ecco un altro velo strappato: la retorica dominante definisce ostinatamente gli Stati Uniti come “la più grande democrazia del mondo”, ma stiamo parlando di un Paese, nato sul massacro dei nativi, peraltro celebrato da tanta filmografia hollywoodiana; di un Paese che ha condotto guerre inique in molti angoli del mondo (Vietnam, Somalia, Iraq…) per difendere i propri interessi; un Paese che contempla la pena di morte; un Paese che è prosperato sullo sfruttamento degli africani schiavizzati e in cui il razzismo è ancora fortissimo; dove un movimento come il Ku Klux Klan è assolutamente legale; dove due atleti vincitori di medaglie olimpiche vengono squalificati a vita per avere manifestato contro il razzismo; dove la Cia ha contribuito a stabilizzare molte politiche locali di vari Stati, minandone le scelte (basti pensare al Cile di Salvador Allende); dove le lobby dei più ricchi condizionano l’elezione dei presidenti; dove tranne in pochi casi vota una minoranza degli aventi diritto; dove non esiste un sistema sanitario pubblico degno di questo nome; dove le diseguaglianze sono enormi, dove la gente muore di fame (cosa che nel nostro piccolo Paese non accade); dove si può girare armati e il diritto all’autodifesa è un valore… e l’elenco potrebbe continuare.

 

Certo, non si può negare che gli intenti dei fondatori fossero lodevoli, libertà individuale, diritti uguali per tutti, diritto alla felicità, l’ideale del “melting pot”, ma una democrazia non si misura sugli intenti, e nemmeno dai princìpi, ma dalla pratica. Non basta andare a votare perché ci sia democrazia, bisogna esercitarla quotidianamente, e il razzismo ancora imperante non depone a favore di quella statunitense.

Il binomio tribù bianca-cristianesimo, si è troppe volte presentato al mondo con una protervia inaccettabile basata su un indiscutibile etnocentrismo, che ha portato abbondante acqua a quel suprematismo bianco, che tante vittime ha causato in passato in Africa, in Australia e negli Stati Uniti. Quel suprematismo bianco ha tessuto un filo, che dal Ku Klux Klan lo porta fino ai giorni nostri, in Europa, in Italia, impregnando le retoriche populiste dei partiti, delle associazioni e dei movimenti di destra, xenofobi e razzisti. Tutto questo in un’Europa che, per bocca dello stesso Papa Francesco: «non è più nella cristianità». 

 

Che fare allora? Ripartire dallo spirito cristiano delle origini, dalla condivisione con il diverso, dal confronto con lui, per arrivare a forgiare una umanità plurale, capace di convivere nella diversità. Questa è la strada indicata da Zanotelli e lo fa mettendo una mano sulla spalla dei giovani, chinando il capo verso di loro e indicando la strada, senza fare finta che sarà una strada facile, ma che sia quella giusta, questo sì.

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